Il mio don Milani
Arturo Ghinelli - 25-09-2002
Il mio primo ricordo di Don Milani risale al giugno del 1967 quando uscì "Lettera a una professoressa". Nell'estate tra la terza e la quarta magistrale ero andato a lavorare in libreria e perciò potei avere il libro tra le mani ancora fresco di stampa. Ne lessi qualche pagina in negozio, ma lo tenni da leggere a casa dove non sarei stato disturbato. Fin che non l'ebbi finito non mi addormentai. Ero gonfio di passione e d'orgoglio. Quel libro mi dava due conferme : la passione politica e l'orgoglio di fare il maestro. Mi confermava anche la scelta di Don Milani, che mi aveva già appassionato con la lettera ai cappellani militari "L'obbedienza non è più una virtù", tanto che ero riuscito ad aprire un dibattito in classe sull'obiezione di coscienza, con il prof di filosofia, che era un prete. A ottobre '67 la prof di italiano chiese" Che libri avete letto?" e io raccontai la "Lettera" ai miei compagni di quarta magistrale. In primavera organizzavo il primo sciopero delle magistrali con il prof di matematica, che usciva per strada e portava le ragazze dentro all'istituto. Quando mi incrociò disse:" A te ti lascio andare perché sai quello che fai". Nel corso C scioperammo in tre. Il giorno dopo il capoclasse mi venne incontro e mi strinse la mano per il coraggio, disse lui, che avevo dimostrato. Il preside Rinaldi per la stessa ragione mi diede sette in condotta, mettendo in pericolo la mia ammissione all'esame di stato. Poi ci fu il 68 e ricordo il Teatro Comunale pieno zeppo di ragazzi entusiasti perché una compagnia aveva messo in scena la "Lettera a una professoressa". Ma il mio '68 venne fuori nel '69, al primo anno di Università, quando fondai un "Comitato di quartiere genitori-studenti" e fu lì che diffusi il "donmilani-pensiero". Fu un'esperienza davvero speciale. Infatti il quartiere era quello di case popolari dove io abitavo e i genitori c'erano davvero nel comitato: erano le donne che lavoravano in fabbrica o a domicilio.
Tanto è vero che quando avemmo bisogno di ciclostilare ci rivolgemmo all'UDI. Tuttavia riuscii a coinvolgere anche un padre: un vecchio muratore che stramalediva sempre Tanassi, per averlo conosciuto in Africa durante la guerra: allora erano entrambi socialisti. Io e questo muratore andammo nottempo ad affiggere, davanti alla scuola elementare del nostro quartiere due manifesti, copiati da "Lettera a una professoressa". I manifesti li avevo fatti in casa facendomi aiutare da un mio compagno d'Università, senza il quale non sarei mai riuscito a riprodurre sulla carta da pacchi la piramide degli esclusi di una stessa leva scolastica. Giordano infatti era bravissimo in disegno e riuscì a dare un aspetto grafico dignitoso a quei due lenzuoli bianchi perché venissero letti attentamente. Il mattino dopo tutti i genitori e tutte le maestre per entrare a scuola furono costretti a passare davanti ai manifesti e a leggerli tanto attentamente che prima della fine della mattinata il direttore li aveva già fatti strappare con meticolosità dal bidello. Capii solo più tardi che il direttore non era rimasto sbalordito dalla bellissima piramide disegnata da Giordano bensì dall'altro manifesto sul quale campeggiava a caratteri cubitali "INSEGNANTI VERGOGNATEVI". La vergogna doveva derivare dal fatto che le maestre disincentivavano in tutti i modi la partecipazione dei ragazzi al doposcuola comunale. Non per niente il direttore aveva fatto togliere i manifesti prima dell'arrivo a scuola delle giovani insegnanti del doposcuola. La sera stessa venne convocata un' assemblea pubblica nei locali della scuola alla presenza dell'assessore Famigli e del direttore. Partecipai anch'io mescolandomi ai genitori e da come mi fissava ho sempre pensato che Famigli avesse indovinato chi era l'autore di quei manifesti ma non ne fece parola e cercò di barcamenarsi tra l'indignazione delle maestre offese e la rabbia dei genitori che confermavano l'ostruzionismo delle maestre. Successivamente i rapporti con l'assessore migliorarono tanto che, quando come Comitato di quartiere indicemmo una manifestazione per richiedere la costruzione di una nuova scuola elementare, che avrebbe permesso di eliminare i doppi turni e perciò estendere il doposcuola, non solo l'Amministrazione comunale aderì ma Famigli in persona ci raggiunse mentre stavamo occupando simbolicamente il terreno dove sarebbe sorta la scuola elementare "Gianni Rodari".
Già il primo ottobre 1969 entravo in classe come maestro ad Arcisate in provincia di Varese. Infatti io e un gruppo di miei compagni di classe eravamo andati a dare il concorso in quella provincia perché la graduatoria dei vincitori si esauriva prima che venisse bandito il concorso successivo.
Il mio primo atto fu quello di chiedere l'esonero dall'insegnamento di religione, presentando la richiesta al mio direttore, che era presidente provinciale dell' AIMC nonché assessore provinciale della DC. In quella occasione Don Milani non mi fu di grande aiuto, dovetti ricorrere a Lucio Lombardo Radice, ricopiando stralci da un suo articolo per "Riforma della scuola" per rimpolpare le motivazioni alla mia richiesta di esonero. Il segretario della direzione mi chiese spiritosamente se aspettavo il foglio di via. Ubbidii e l'anno dopo mi trasferii a Somma Lombardo, dove rimasi anche l'anno seguente in attesa di ottenere il trasferimento in provincia di Modena. Durante la mia permanenza venni nominato presidente della Biblioteca Comunale e in tale veste organizzai dei dibattiti sulla scuola. Il primo lo dedicai proprio a Don Milani chiamando a testimoniare un allievo di Barbiana che era funzionario della FIM-CISL varesina. Il primo intervento del pubblico fu di un signore che era venuto convinto che si parlasse di un edificio scolastico, visto che avevo intitolato l'iniziativa "Per una scuola nuova". Il pubblicò riempì il cinema di Somma Lombardo anche per l'altra iniziativa sul Tempo Pieno con maestri dell' MCE di Torino e di Milano, nonché con Stadera direttore didattico a Gallarate e uno dei fondatori del sindacato scuola CGIL in provincia di Varese.
Correva l'anno 1972, ero solo al mio terzo anno di insegnamento, ma si può ben immaginare che con queste premesse il "donmilani-pensiero" non mi ha mai abbandonato nei trenta anni successivi.
Un revival c'è stato recentemente quando sono stato nominato membro delle commissioni d'esame del concorso riservato e ho così avuto occasione di parlare del parroco di Barbiana a chi sta per entrare oggi nella scuola, consigliando vivamente la lettura per intero di "Lettera a una professoressa". All'esame dopo la prova orale , una candidata mi ha raccontato di essere rimasta talmente colpita da quella lettura da aver costretto anche il marito a leggersi la "Lettera".

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