Verso l'Incontro Nazionale per la riconquista dei Programmi Nazionali e la difesa della libertà d'insegnamento
Comitato Promotore - 05-02-2008
Cari amici,

come preannunciato nel precedente comunicato, pubblichiamo di seguito il verbale della riunione del Comitato promotore dell' « Incontro Nazionale per la riconquista dei programmi nazionali e la difesa della libertà d'insegnamento » tenutasi a Bologna lo scorso 21 gennaio, invitandovi a darne la più ampia diffusione.
La campagna è sostenuta sui siti del Forum Insegnanti e del Manifesto dei 500 dai quali è possibile scaricare i fogli per la raccolta delle adesioni nelle scuole o firmare online.
Sugli stessi siti potrete, inoltre, leggere vari interventi sul tema della proposta , consultare materiali di approfondimento e partecipare al dibattito in corso inviandoci i vostri contributi scritti.

Il Comitato Promotore


Verbale (PDF)


Verso l'Incontro Nazionale per la riconquista dei Programmi Nazionali e la difesa della libertà d'insegnamento

Verbale integrale della riunione del Comitato Promotore, riunitosi a Bologna il 21 gennaio 2008, presenti 20 insegnanti e genitori delle province di Torino, Milano, Parma, Venezia e Bologna.

Il verbale riporta unificati gli interventi di ciascuno e, al termine, le decisioni adottate.

Lorenzo Varaldo (insegnante, Torino, promotore Proposta):
Vorrei introdurre la discussione toccando quattro aspetti.
Il primo è di contenuto. Di che cosa si occupa la nostra iniziativa? Di contenuti o di metodo di insegnamento? Noi vogliamo parlare dei contenuti. Noi affermiamo che i contenuti Moratti-Fioroni non vanno bene, ci vuole la ciclicità, ci vogliono i quadri completi e generali, ci vuole il ritorno alla storia e alla geografia « complete ». Questo non significa che non possa esserci un confronto sui metodi, ma non è questo il centro del nostro discorso. I metodi sono liberi, il metodo è il terreno della libertà d'insegnamento, che è costituzionale e individuale. E' importane delimitare questo territorio della nostra iniziativa, noi ci situiamo sul terreno del rispetto dei diversi metodi perchè ogni metodo è valido solo se è sentito dall'insegnante, se è il suo, nato anche dal confronto, ma mai imposto. Certo, come avevo detto il 17 ottobre, ci sono insegnanti che non sanno insegnare, che non sanno parlare ai ragazzi.... Ma imporre un metodo non ci mette al riparo da questi insegnanti, anzi, peggiora la situazione.
Il problema di fondo che solleviamo è quello dei programmi, e in particolare di storia e geografia: i programmi non dovrebbero affermare alcuna pedagogia, didattica o ideologia, ma semplicemente un territorio culturale comune a tutti, che in certe materie è fatto di obiettivi più precisi e in altre è più generico. Questo territorio culturale è ciò che si considera necessario che tutti conoscano.
Ma il come trasmetterlo, il come insegnare, quali contenuti particolari scegliere etc..., questo è il terreno della libertà di insegnamento di ciascuno. E' il nostro lavoro, e nessuno deve toccarlo.
La pedagogia e la didattica dovrebbero essere libere e il nostro discorso tende a liberarle.
Dire che bisogna partire dal territorio in cui si vive è, per esempio, una discussione che qui non c'entra. Può essere una discussione interessante, può essere un metodo valido, ma non è il tema della nostra iniziativa. Stessa cosa sul libro di testo: usarlo o no non è discussione pertinente. C'è chi lo usa bene e chi lo usa male, ma qui non c'entra.
E' importante definire bene il nostro discorso e Dondarini lo fa molto bene per esempio con l'intervista apparsa su "Il Domani " di Bologna il 30 dicembre 07, dove porta il discorso sul danno del non insegnare 1500 anni di storia.
Seconda questione: il significato della nostra campagna. Non si tratta, evidentemente, di una campagna come quelle per il Tempo Pieno, o per le supplenze, o per il tutor. Quelle erano campagne che avevano aspetti più "sindacali", ripercussioni più dirette e immediate su insegnanti e famiglie. Qui si tratta invece di una riflessione su che cosa la scuola deve insegnare, sul ruolo della scuola, non solo sul nostro lavoro di insegnanti, ma su che cosa sia giusto avere nei programmi e che cosa no, che cosa siano i programmi stessi. La discussione è più profonda, più difficile. Ma ciò non toglie che le nostre argomentazioni sono forti, e lo sono ancora di più di fronte alla debolezza di quelle del ministero e della commissione. Affermare le nostre idee, approfondirle, discuterle, prendere iniziative pubbliche mostra "il re nudo".
Vi faccio un esempio. A Torino è stata annunciata una commissione di 500 saggi, universitari (tutto da vedere se sono 500) per "riscrivere" i programmi di storia. E' interessante che "la Repubblica" annunciasse questa commissione dicendo che si occuperà dei....metodi e non del contenuto, perchè questo è già definito dalle "nuove" Indicazioni.... Una commissione, dunque, che si situa su un terreno anticostituzionale.... Ma cosa si verifica? Succede che alcuni dei membri di questa commissione sono stati nostri relatori di tesi, hanno rapporti con noi, sono stati nostri professori.... E allora ne abbiamo contattato qualcuno, abbiamo inviato il nostro materiale e la risposta è stata molto interessata, e in alcuni casi anche scocciata per i metodi del ministero. Un professore forse verrà al nostro seminario di Torino, vuole offrirci uno spazio nelle sue lezioni... Vedremo, ma questo significa che c'è un terreno fertile per argomentare, mettere in difficoltà il ministero, dimostrare, aprire discussioni.
L'eco della nostra campagna va al di là delle 550 firme. Ci sono state reazioni interessanti nel sindacato, si sono visti articoli e prese di posizione che mostrano una dialettica, una possibilità di agire e dialogare, o almeno che la nostra iniziativa è considerata, guardata. E questo per un motivo: il nostro appello tocca il centro dei problemi di fondo della distruzione della scuola pubblica.
Da qui discende il terzo punto: che cosa fare quindi per andare avanti? Ci sono alcune iniziative in corso, come il seminario itinerante di Torino che ha definito i tre temi e sarà presentato entro inizio febbraio. Poi c'è un gruppo che si è costituito a Milano. Poi c'è la campagna per le 1000 firme... Dobbiamo discutere un aspetto: la Proposta del 17 ottobre ha avuto una spinta propulsiva importante, ma ora bisogna rilanciare, andare avanti, mostrare che si fa qualcosa di concreto. Che cosa si può fare nelle diverse province e nelle scuole? E specialmente oggi bisogna discutere la convocazione dell'Incontro Nazionale, dare realmente questa prospettiva concreta. Perchè fissare l'incontro vuol anche dire cominciare a porsi il problema di come costruirlo, cosa proporre nell'incontro, per esempio una delegazione al ministro per rendere pubblico il dialogo, mostrare le loro e le nostre argomentazioni, far vedere a tutto il Paese il livello della discussione.
Infine il quarto punto: non tutti i problemi possono essere risolti oggi, non tutte le discussioni possono andare a fondo. Ma è importante avviarle, mettere tutti i problemi sul tavolo, aprire una discussione davvero libera che ha come bordi la proposta del 17 ottobre. Per questo mi sembra molto significativo che siamo in 20, da 5 province. E' un'occasione importante, aprirei dunque la discussione.

Roberta Roberti (insegnante scuola superiore, Parma, promotrice Proposta):
C'è un riscontro immediato alla nostra proposta da parte di chi lavora nei musei, nelle mostre, negli archivi. E questo perchè il problema è sentito in modo evidente, tutti toccano con mano il disastro che sta venendo fuori. Chi ha a che fare con la cultura, con i ragazzi che vanno nei musei, capisce di non poter nemmeno più svolgere il proprio lavoro. Per questo abbiamo avuto adesioni immediate in questo ambito, e dobbiamo porci il problema di come allargare.
Poi c'è il problema dei libri di testo. Io ho raccolto subito l'interesse per esempio tra gli insegnanti di mio figlio, e anche tra quelli delle classi vicine, di allargare i contenuti dell'insegnamento della storia alla scuola elementare, ma mancano gli strumenti per fare un programma alternativo, per fare i programmi dell'85.
Per questo mi sembra che sarebbe una buona idea fare un laboratorio per gli insegnanti, per dare anche strumenti concreti per agire in classe. Credo che ci sia un interesse in questo senso. Anche fra i genitori, il solo pensiero che i bambini con questa riduzione dei programmi, non possano in alcun modo valorizzare e comprendere il patrimonio culturale ed artistico dei loro territori produce forti reazioni. Un altro aspetto è la debolezza delle argomentazioni di chi ha fatto o sostiene queste Indicazioni. Cerutti e Frabboni vanno in giro a difenderle, ma non ci riescono nemmeno, alla fine devono dire: "Ma sì, si può fare quello che si vuole". Questo significa che c'è un problema di fondo, ci sono contraddizioni enormi, non sono nemmeno in grado di difendere il loro lavoro realmente.
Un altro problema evidente e contraddittorio è lo sfasamento con i programmi delle superiori: nel documento che presenta i "Nuovi assi culturali per il biennio" delle superiori, si prevede di affrontare come argomenti di storia di nuovo l'800 e il 900, i due secoli trattati dai ragazzi l'anno precedente in terza media, che tra l'altro continua ad essere trattata come classe terminale con buona pace dell'obbligo scolastico a 16 anni. C'è qualcosa di paradossale, tanto più se pensiamo che invece i programmi delle superiori riprendono lo studio dalla preistoria ed i libri di testo non sono assolutamente cambiati. E' un elemento che dimostra come il ministero ragioni senza approfondire, senza valutare davvero le conseguenze. Del resto, ci è stato detto chiaramente perché non si è ragionato sul raccordo tra i programmi dei diversi ordini di scuola: non c'era tempo perché dovevano essere pubblicate le Indicazioni per settembre!
La questione del raccordo tra i diversi ordini di scuola (e meno male che sta loro a cuore la verticalità, se no...!) va assolutamente sottolineata: se gli assi culturali e le competenze in uscita restano queste, che ne sarà dei programmi attuali? Come si potranno raccordare biennio e triennio delle superiori? Mi viene il dubbio che la scelta delle competenze storiche su 800 e 900 in uscita dal biennio superiore dipenda dal fatto che si prevede che i ragazzi potranno assolvere l'obbligo anche nei corsi di formazione dove di storia se ne farà molto poca, per cui si dovrà contare solo sui vaghi ricordi della terza media. Per questi ragazzi, le Nuove Indicazioni significheranno una sola cosa: la storia antica sarà stata svolta solo tra terza e quarta elementare e mai più ripresa. Cosa ne resterà, se non una leggenda? Per quello che riguarda l'incontro nazionale penso anch'io che vada fissato.
(Dopo l'intervento di Giovanni) Dò la mia totale disponibilità a collaborare alla stesura di un libro di testo di storia per le scuole elementari.

Marco Bassi (genitore, Venezia):
Io sento molto questo problema. L'ostacolo più grosso alla resistenza sui programmi nazionali di prima è dato dal fatto che tutti i libri di testo seguono esclusivamente le Indicazioni Nazionali.
Vedo per esempio che nella classe di mia figlia viene fatto il programma della Moratti, ma poi ogni tanto viene calato qualche argomento di epoche diverse. Ma il tutto rimane slegato, non c'è una visione d'insieme.....
Si parla tanto di interdisciplinarietà, ma alla scuola media, dove gli insegnanti lavorano molto individualmente, non c'è la disponibilità ad affrontare gli stessi argomenti dai punti di vista delle diverse discipline. Con questa impostazione si toglie anche a chi è disponibile la possibilità di farlo, perchè non è possibile legare la storia alla letteratura, alle altre materie, se procedono con periodizzazioni differenti.

Rolando Dondarini (docente di didattica della storia, Università di Bologna):
La prima contraddizione evidente nel testo delle Indicazioni Nazionali si coglie in merito alla proclamata considerazione degli scolari come persone. Vi si insiste tanto in via di principio generale, ma poi tutto viene smentito e contraddetto nelle proposte delle scansioni disciplinari. Un coerente interesse per la persona-scolaro significa avere rispetto di quella che c'è davanti a noi, così come è, così come impara, a partire dalle motivazioni e dagli interessi che ha. La verticalizzazione in un unico ciclo dei contenuti di storia, implica invece la concezione di un percorso formativo simile ad una catena di montaggio in cui le persone sono da costruire pezzo per pezzo pensando solo all'esito finale, quasi che i nostri scolari non esistano se non in funzione di un modello da perseguire o di un percorso da completare. Come si fa a presumere che una persona di terza elementare abbia analoghe potenzialità, capacità e attenzioni di una persona di terza media? Fatalmente il suo apprendimento sarà legato alla sua età evolutiva e i periodi affrontati, la cui conoscenza rimarrà condizionata da tale età.
Una certa programmazione verticale non è solo auspicabile, ma necessaria; però nel senso che l'itinerario formativo complessivo deve avere una sua coerenza, soprattutto nella successione e nel formato dei diversi cicli. Ma se la verticalizzazione è troppo rigida, come nel caso dei programmi di storia imposti dalle indicazioni, si finisce per predisporre l'esito finale, nella totale mancanza di rispetto dei nostri interlocutori. Mi sembra di potervi cogliere una scoria di certi schemi ideologici di natura totalitaria che prevedevano modelli precostituiti di società e dei loro componenti. Non attribuisco malafede a coloro che hanno proposto ed elaborato le Indicazioni con la loro scansione temporale; ma non se ne possono trascurare le carenze oggettive. Sommessamente mi chiedo se ancora oggi si concepiscano le regole dell'insegnamento nelle aule dei partiti o nelle sacrestie.
D'altronde, proprio per l'evidenza di queste contraddizioni, penso che ci sia la possibilità di dare concretezza alla nostra iniziativa, perché si tratta di problemi oggettivi che, una volta rivelati, nessuno può negare.
Io sono stato un maestro e da quell'esperienza ho tratto le risorse più importanti e gratificanti della mia vita professionale, che cerco di portare nell'insegnamento universitario. In base a tale esperienza ritengo che in questa occasione non ci si possa fermare alla denuncia, ma si debba creare qualcosa di concreto. Concordo con chi ha parlato di laboratori. Bisogna far emergere le esperienze positive che nonostante tutto si conducono nella scuola; occorre spiegare il significato di quello che si fa, fornire materiali, scrivere testi da utilizzare nelle scuole, dare un punto di riferimento a chi vuole resistere alla demotivazione dilagante; ritrovare l'orgoglio di chi si impegna a svolgere la propria funzione di insegnante perseguendo la massima qualità possibile. In questo senso la prossima Festa della Storia in autunno potrebbe di nuovo dedicare uno spazio - anche una giornata intera - a tali temi, basandosi sul lavoro concreto degli insegnanti. Anche il preside della facoltà di Scienze della Formazione, Luigi Guerra, è disponibile a dare tale spazio.
Un altro aspetto da curare in questi frangenti è l'esigenza di divulgare e far conoscere la questione. Appena si esce dai nostri ambiti ci si accorge che la gente non ne è al corrente; molti si rendono conto di quello che succede solo quando sono toccati attraverso i loro figli. Ho verificato personalmente che, quando si diffondono le informazioni, può esserci una risposta molto positiva e interessata; ad esempio ne ho parlato all'Istituto culturale De Gasperi ed ho riscontrato che nessuno ne sapeva nulla. Appena ho esposto il problema, molti si sono detti colpiti e mi hanno chiesto di scrivere una lettera aperta per tutti i soci e i referenti dell'Istituto. Appena inoltrata, sono giunti molti messaggi per condividere la preoccupazione e la protesta e per chiedere che si faccia qualcosa. Tengo infine a sottolineare che dobbiamo prepararci a rispondere con efficacia agli argomenti giustificativi del ministero: per esempio quelli sul '900 addotti della Bastico e comparsi sul Domani, dopo la mia recente intervista. In sintesi la scansione proposta dalle indicazioni - che oggettivamente comporta il sacrificio e l'amputazione di 1500 anni di storia dalla scuola primaria - si giustificherebbe con la possibilità di trattare del Novecento per tutta la terza media. Certo, il '900 è importante, ma per dedicargli l'intero ultimo anno delle medie basterebbe sgombrare solo quei due mesi di lezione che in quell'anno si dedicavano alla prima età moderna e al Risorgimento, diluendoli e rivedendo le precedenti scansioni. Si possono sacrificare 1500 anni di storia per l'equivalente di due mesi di lezione? Vale la pena? Che senso ha tenere lontani i nostri scolari da temi importanti per le loro stesse vicende - si pensi all'intercultura, all'Islam, all'Europa, ai problemi dell'attualità e del futuro, al senso civico - fino all'adolescenza? Certo, si può supporre che da parte di certi movimenti integralisti o settari si preferisca filtrare simili argomenti o affrontarli dopo averne fornito visioni preconcette in sedi formative parallele; ma come giustificare simili autocensure da parte dei sostenitori di una formazione laica e pluralista?
(Dopo la proposta di Giovanni) Mi piace l'idea di fare noi un libro di testo che affermi i nostri principi e i nostri contenuti.

Giovanni Cocchi (insegnante scuola media, Bologna):
Già il 17 ottobre avevo detto che il problema del libro di testo è fondamentale. Fino a quando non si danno strumenti agli insegnanti per resistere, per scegliere di continuare ad insegnare la storia per intero in ogni ciclo scolastico, ci si trova in difficoltà. E questo perchè la scuola viene fatta dai libri di testo, gli insegnanti possono avere molte convinzioni, idee giuste da un punto di vista di che cosa si dovrebbe fare, ma poi se non hanno gli strumenti non trovano praticabili queste idee. Fare un libro di testo sarebbe anche una grossa sfida sul terreno di chi dice "Si può fare quello che si vuole". Potrebbe essere interessante costituire un gruppo per scrivere davvero un libro per le scuole, alternativo a tutti gli altri, omologati sulle Indicazioni.
Io ho insegnato in una scuola elementare e ora insegno alle medie. I libri delle medie sono ricchissimi, sono strapieni e alla fine...sono tornato a fare le cose delle elementari perchè c'è troppa roba, troppo complessa, ci si perde. Il testo per molti colleghi non è un punto di partenza, ma di arrivo. Se si fa un libro non va fatto come uno strumento definito e definitivo, ma come qualcosa che poi aiuta l'insegnante a fare delle scelte sui contenuti, e sul tempo da dedicarvi, per tagliare, aggiungere.
Altro problema: ho notato che bambini che hanno fatto i programmi della Moratti, non ne possono più dei Romani, su cui sono stati un anno intero!

Laura Parisini (insegnante scuola media, Bologna):
Ho insegnato per 3 volte in una terza media e quello che posso dire è che è sempre più difficile orientarsi con i libri. Per esempio il libro di storia ha 380 pagine, complesse, piene di tutto, i ragazzi non sono in grado di leggerle, di capirle, di orientarsi. Comunque la si giri si perdono una quantità di cose, si arriva sempre in ritardo. Se la motivazione di questi programmi della Moratti e di Fioroni è fare tutto, allora va detto chiaramente che non si può mai fare tutto. In ogni caso c'è un problema: i ragazzi arrivano sempre di più alle medie privi degli strumenti per capire testi di questo tipo. E questo è aggravato dalla nuova impostazione, perchè senza una visione complessiva alle medie diventa più difficile orientarsi. Anche la questione del '900 pone dei problemi. Un anno intero di '900 vuol dire fare cose molto particolari, entrare in processi complessi, difficili..., per molti versi eccessivi.
Gli esperti del ministero sono in difficoltà di fronte a questi problemi. La Loriero, per esempio, in una riunione nella mia scuola sulle Indicazioni, interrogata sulla storia ha risposto: "La storia? Non è di mia competenza". Era in imbarazzo, evidentemente. Poi è stato chiesto agli insegnanti: "Chi è favorevole a tornare ai programmi di prima?". Hanno alzato la mano in 4 su 50. E alla domanda: "Chi è per queste Indicazioni?". Hanno alzato la mano ancora solo 4 persone! Significa che c'è una confusione enorme, disorientamento, questa operazione ha sconcertato tutti. Le pressioni per farci dire che i vecchi programmi non funzionavano sono enormi, ma poi nessuno è convinto dei nuovi.

Maria Grazia Sala (insegnante scuola elementare, Milano):
A Milano abbiamo costituito un primo gruppo di insegnanti e anche genitori con l'intento di prendersi la titolarità di questa discussione, affermare che questi temi sono i nostri, prima di tutto come insegnanti. Vogliamo riprenderci il diritto di discutere che cos'è il nostro lavoro, che cosa è giusto fare, qual è il rapporto tra la libertà d'insegnamento e i diritti.
Io insegno a Quarto Oggiaro che è un quartiere di periferia di Milano, isolato dalla città, anche fisicamente. Ho fatto una ricerca sul quartiere in seconda elementare e vorrei fare una riflessione sulla storia studiata esclusivamente partendo dal territorio, dal quartiere. Il nostro quartiere nasce negli anni "50, non c'è nulla di significativo dal punto di vista storico e artistico, c'è solo degrado, limiti, non c'è qualcosa che si possa chiamare patrimonio. Se non siamo capaci di collegare il locale con il generale, con il lontano, non facciamo altro che emarginare ancora di più questi ragazzi nel loro mondo limitato. Ho letto un articolo "L'insegnamento e la funzione sociale della storia" di Paolo Prodi, il fratello, lo storico che denunciava: "... Un altro aspetto importante degli sviluppi degli ultimi decenni è la sovrapposizione che avviene, non soltanto a livello televisivo, tra storia e 'fiction', fenomeno ancor più preoccupante nella misura in cui tende a scardinare nelle nuove generazioni il senso della storia come scienza... Ciò che sta avvenendo da alcuni anni rischia di far perdere ai giovani il senso della storia come "problema", mentre veniamo tutti ridotti a minorenni che non sono in grado di masticare ma devono accontentarsi di omogeneizzati, qualsiasi sia il loro sapere. ..."
A mio parere il programma di storia della Moratti e nelle Indicazioni incorre seriamente in questo pericolo: la preistoria diventa la favola di "Jurassik Park". Oppure si dedicano spazio ad aspetti molto particolari, sulla costituzione dei dinosauri ad esempio. E alla fine si ricade nel nozionismo puro. Come docenti dobbiamo richiamare la nostra intelligenza, non si possono accettare questi livelli. Ci parlano tanto di convivenza civile. Ma come faccio a spiegare i concetti di convivenza civile se non ho dato l'asse cronologico intero della storia dell'uomo, del suo percorso di conquista della convivenza, delle regole?
L'idea di un laboratorio e anche di costruire un libro va approfondita, certamente i libri sono accattivanti, con tutte le figure, le foto, le immagini. Noi che resistiamo sui programmi di storia precedenti, siamo condannati a lavorare con fotocopie, che non reggono il confronto, per i bambini, sul piano dell'immagine. Questo è un problema oggettivo.

Roberto Longo (genitore, Venezia):
Vorrei sottolineare il problema della rottura tra modo antico e mondo del Medioevo, che viene posta dalle Indicazioni tra le elementari e le medie, e così si rompe la comprensione complessiva della storia. Si rompe il legame tra Roma e i Barbari, importante anche per capire le questioni successive, la diffusione del cristianesimo per esempio. Il danno che si porta è molta grande.
A Venezia si arriva al paradosso che le classi non hanno gli strumenti per andare a vedere mostre importantissime, spesso presenti nella nostra città.
La soggettività degli insegnanti in questo momento nelle scuole è ai minimi termini: pochissimi fanno scelte con convinzione. Anche sulle Indicazioni c'è molta cautela. Viene detto spesso "Fate quello che volete", ma anche perchè nessuno crede davvero a queste indicazioni, si applicano perchè i libri sono quelli, ma non c'è una filosofia dietro, una visione credibile, sembrano fatte più che altro per non toccare nei fatti l'impianto morattiano. Il ministero ha detto che queste Indicazioni sono sperimentali, ma in realtà nessuno sperimenta nulla, il ministero cerca di farle applicare e basta.
Occorre rilanciare la campagna sul piano del fare germogliare esperienze alternative.

Giovanna Melega (insegnante scuola elementare, Bologna):
Bisogna rendersi conto che i Programmi Nazionali dell'85 avevano molte parti, e in molti aspetti non sono nemmeno mai stati applicati davvero. Non c'è solo il problema della scansione temporale, ma anche quello degli obiettivi più generali che perseguivano, dell'orientamento, della ricerca....
Purtroppo è vero che gli insegnanti tengono i libri di testo come riferimento e anche quelli che ci sono adesso saranno seguiti dal punto di vista della periodizzazione. Per questo sono d'accordo che quello della periodizzazione è un problema centrale, va rivista e bisogna tornare al modello precedente, alla ripetizione della storia, come punto fermo.
Ma si deve anche affrontare la questione del metodo. E' stato posto il problema di fare un libro. Io dico ok da un certo punto di vista, però attenzione, non è l'unico discorso, la storia non si fa solo con il libro, che è solo uno degli strumenti che si possono usare.
E' necessario fare un discorso più generale, puntare l'attenzione su quello che non va su queste indicazioni. Il vero problema è aprire una vera riflessione tra gli insegnanti, che non c'è stata.

Bruno Moretto (insegnante scuola superiore, Bologna):
Io insegno matematica alle superiori. Ma i problemi sono gli stessi e non riguardano solo la storia, riguardano tutte le materie. E' necessario fare uno sforzo comune per analizzare ciò che non va in queste Indicazioni da un punto di vista generale. Su qualcosa si è riflettuto, per esempio sulla matematica, Lorenzo ha analizzato qualcosa, ma il tutto va ripreso. Per esempio anche le Indicazioni di scienze vanno analizzate a fondo, e poi la filosofia complessiva che c'è dietro. Bisogna appunto avere una visione generale, altrimenti anche noi andiamo dietro alla politica del "cacciavite", che abbiamo visto dove ci porta. Queste Indicazioni hanno un'impostazione precisa, lo si vede per esempio per la scuola dell'Infanzia dove si inizia parlando delle scuole parrocchiali.... Io mi chiedo che credibilità possano avere persone come Frabboni che si sono lasciate passare sotto il naso cose simili. Non sono nemmeno più per corrergli dietro ai loro convegni, sappiamo tutti chi sono e cosa dicono, non sono più nemmeno credibili. Sta a noi andare avanti, analizzare a fondo, capire il senso generale di questa operazione che fa parte di una questione più grande, che è quella della distruzione dei principi della scuola pubblica, e organizzare nostri convegni, nostre iniziative indipendenti. In questo senso vi invito anche ad essere presenti al convegno del 9 febbraio a Roma, per esporre questo lavoro, presentarlo.

Betty Raineri (insegnante scuola elementare, Torino):
E' la prima volta che partecipo ad un incontro con altre città, finora ho partecipato solo alle riunioni che facciamo a Torino. Mi sembra tutto molto interessante e condivido in particolare quello che ha detto il professor Dondarini sul fatto che non si pone per nulla attenzione al bambino. Forse noi come insegnanti abbiamo una certa attenzione, ma certo non ce l'ha chi ha fatto le Indicazioni. Non hanno presente i bambini per quello che sono, la loro psicologia, le tappe dell'età evolutiva, gli interessi, il modo di apprendere, le motivazioni.... Tra elementari, medie e superiori ci sono grandi differenze, non si possono fare percorsi uguali. Questa assurdità si vede molto in storia e geografia. Chi può aver pensato di fare la storia antica in terza, quarta, quinta elementare e poi mai più? E come si fa a comprendere problemi complessi a 14 anni se non si è mai fatto prima uno studio più generale, se non si hanno le basi? Io penso che queste assurdità delle Indicazioni siano un'opportunità per far riflettere tutta la categoria, per aprire davvero una discussione. Infine una questione che secondo me è centrale, è quella dei diritti uguali per tutti, dei programmi nazionali come diritto per i bambini ed i ragazzi di tutto il Paese. Non si può accettare questa differenziazione, non si può accettare che ci dicano che ognuno può fare quello che vuole. E' necessario pensare alle conseguenze sicuramente negative di un insegnamento di questo tipo.

Vittorio Marletto (genitore, Bologna):
Mi pongo il problema di che cosa devono fare i genitori in questa situazione che è oggettivamente grave. Si arriva al punto che un genitore come me si prende l'impegno di sopperire alle mancanze dei programmi insegnando la storia a casa, per colmare ciò che non viene fatto a scuola. E questo per poter dare gli strumenti ai nostri figli per capire la realtà. I nostri figli vedono alla TV per esempio la vicenda del Papa e dovrebbero almeno sapere qualcosa sul rapporto tra lo Stato italiano e il Papato, sapere che lo Stato italiano si è costituito in una guerra contro il Papa, per esempio.... Nell'insegnamento della storia penso che sarebbe importante porsi inoltre il problema della necessità di andare oltre alla fonte libraria, attingendo alle immagini, in particolare proiettando a scuola film di carattere storico da cui prendere spunto per fare lezione.

Stefano Zanelli (genitore, Bologna):
A me piace molto l'idea del fare un libro come punto di partenza. Più in generale penso che la riflessione che stiamo facendo sulla storia debba diventare il centro del problema da cui partire per allargare la battaglia, come abbiamo fatto a partire dal Tempo Pieno, che ha sollevato tutta la discussione sulla scuola.

Adriana (Associazione didattica storia, Bologna):
Trovo che questa riunione abbia dato spunti molto interessanti. La mia disponibilità a lavorare con voi su questi temi è totale, per quanto la situazione sia di grande complessità, questi discorsi vanno portati avanti, ed è urgente farlo.

Lorenzo Varaldo, conclusioni e proposte:
Mi sembra che questo dibattito abbia messo diversi punti sul tavolo e questo è l'elemento più positivo. Così come è molto positivo che in un lunedì pomeriggio ci siano persone da diverse città, da diversi gradi di scuola e realtà. Penso che il nostro primo interesse sia quello di rendere pubblico questo inizio di dibattito in modo che possa allargarsi. Come è stato detto ci sono molte contraddizioni, e molto evidenti, nell'impostazione delle Indicazioni. Anche per questo abbiamo quindi interesse prima di tutto al fatto che se ne parli, che si conosca l'iniziativa e ciò che si dibatte, che più gente possibile intervenga... Se si tratta di mettere il re nudo questo è il primo passo. La prima cosa che propongo è quindi che si faccia un verbale di questa discussione e lo si renda pubblico, partendo dai 550 firmatari. Un secondo punto importante è quello sollevato da Dondarini: bisogna rispondere alle argomentazioni del ministero, tipo quelle della Bastico. Nell'articolo di risposta a Dondarini la Bastico dice: "Gli effetti positivi di questa impostazione si vedranno tra qualche anno". Ci vuole coraggio a dirlo! Gli effetti ci sono già, e sono disastrosi, come ha detto Roberta e come testimoniato per esempio dalla risposta di molte persone degli ambienti della cultura. E sono disastrosi anche per quello che dicono Giovanni e Laura: c'è per esempio una nausea totale di certi argomenti, oppure un'incapacità ad orientarsi su altri. Non che prima funzionasse tutto, certamente, ma qui si assiste ad un peggioramento drastico. E' quindi necessario moltiplicare le "dimostrazioni", le argomentazioni, andare a fondo.
E' poi stato introdotto il problema dei libri di testo e la proposta di lavorare per farne uno. Qualcuno ha anche sottolineato l'importanza di non perdere però la visione generale del problema. E in effetti io penso che questa proposta del libro di testo possa avere senso se si inserisce nel contesto generale della lotta per la riconquista dei Programmi Nazionali, a partire dal problema di storia ma per allargarsi alle altre materie e al significato generale delle Indicazioni. Altrimenti si rischia di rivendicare semplicemente una "riserva indiana", non è necessario essere storici per sapere come sono finite le riserve indiane. Tanto più che queste Indicazioni sono incompatibili, così come sono, anche solo con la riserva indiana. E poi si rischia di andare proprio nel senso della distruzione del territorio culturale uguale per tutti. Quindi una battaglia generale ci vuole ma certamente all'interno di questa battaglia ci può essere lo spazio per il libro di testo.
A me sembra davvero importante quello che è stato sottolineato da alcuni: si tratta di una grande occasione per far riflettere la categoria, per riflettere sul nostro lavoro, per riprenderci la titolarità di questa riflessione, come è stato detto. E io aggiungerei: non è solo un problema da insegnanti. Questa riflessione riguarda la scuola come diritto, riguarda tutti i cittadini, e nemmeno solo i genitori. Ciò che è stato detto sulla reazione di chi lavora nei musei, nelle mostre etc...lo dimostra, ma anche la presenza di genitori toccati dal problema, che sono qui come genitori ma anche come lavoratori, cittadini. Questa questione dei programmi è una questione costituzionale, e questo ci offre la possibilità di darle una risonanza che va al di là della scuola. Abbiamo quindi interesse ad uscire dalle scuole.
Propongo quindi di concludere questo primo incontro con una breve mozione che si esprima per pubblicare il verbale, rilanciare la campagna per le 1.000 firme, sostenere i seminari in atto e infine convocare per il 10 maggio l'Incontro Nazionale, impegnandosi fin d'ora a prepararlo per avere presenze da più parti d'Italia possibile. C'era stata una prima valutazione sulle possibili sedi per questo Incontro Nazionale. Mi sembra che il successo della riunione di oggi e il lavoro fatto fin qui, così come il contributo di Dondarini, ci portino a decidere per Bologna.

Breve confronto sulle proposte, approvate all'unanimità.


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Sabato 10 maggio, Bologna

Incontro Nazionale
per la riconquista dei Programmi Nazionali
e la difesa della libertà d'insegnamento

Si invitano fin d'ora tutti i firmatari di tutta Italia
ad organizzarsi per partecipare

Diffondete il verbale, aiutateci nella campagna per le 1.000 adesioni !


La campagna è sostenuta e diffusa sui siti Foruminsegnanti.it e Manifesto500.altervista.org
dai quali è possibile scaricare i fogli per la raccolta delle adesioni nelle scuole o firmare online

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