Insegnare è un mestiere difficile
Emanuela Cerutti - 04-02-2008
Non so se avete in mente Immanuel.
Immanuel Orvieto. Quel ragazzo morto per overdose a Tel Kedar, alle soglie del deserto del Neghev, Israele del sud.
Amos Oz, nel suo Non dire notte, racconta la faccenda della matita.
Dopo la morte di Immanuel, il padre ringrazia la sua insegnante di letteratura per quella matita regalata, unico dono dall'unica persona che, al liceo, lo capiva. Lei, Noa, non ricorda comprensioni e non ricorda matite. Ci sono ricordi che stentano ad affiorare, perchè con loro emergono alghe.

La matita: non un regalo, ma un infastidito gesto incompleto. Mancava il temperino e la punta non sarebbe bastata perchè il ragazzo potesse scrivere quello che sentiva, ma lei aveva fretta e posizione da difendere: non sarebbe meglio rientrare in classe?

La comprensione: non un istinto naturale, ma una parola priva di conseguenze. Del resto lei stessa non avrebbe saputo rispondere all'unica domanda del ragazzo a proposito di Yehuda Amichai: le parole o il silenzio ostacolano la poesia?

Questa storia mi torna in mente guardando Ayoub, che da altri deserti è approdato a Parigi e, oggi, non era presente durante il corso di italiano.
Lo ritrovo alla fine, per caso, nello stretto ufficio del Direttore: mi saluta con un cenno della testa, e intanto, cuffie e mouse in pole position, cerca di vincere non so quale ostacolo del videogioco.
Mentre la fotocopiatrice porta fedelmente a termine il suo lavoro, osservo: l'uomo al computer vecchio, tra fogli excell e telefonate in arrivo, il bambino al computer nuovo, tra suoni sconosciuti e avventure da scoprire.

Terribile, mi avevano detto le colleghe; appena arrivato sta scombinando equilibri già difficili; vedrai.

La sua voce copre il rumore dei miei fogli:
C'est quoi ça?
Il Direttore si alza e si avvicina, dolcissimo:
Game over vuol dire fine; devi salvare e, se vuoi, ricominciare
Guarda cos'ho fatto...

Penso alla matita di Immanuel e al gesto, morbido e completo, della mano più grande che avvolge la mano più piccola per indirizzare il cursore nella buona direzione.

Penso all'incomprensione di Noa e all'ascolto silenzioso che, nello studio stretto, diventa per attimi comprensione reciproca. Per attimi o per sempre, mi chiedo?

Ayoub rientrerà in classe senza troppa convinzione e forse cercherà di essere di nuovo punito per terminare il suo gioco, nello studio stretto e silenzioso.

Il telegiornale si occuperà trasversalmente del problema, affermando, dopo un servizio sull'uso precoce del computer a scuola, che, alla fine (buffo l'avverbio temporale francese finalement che accompagna l'uscita dal laboratorio) i bambini tornano ad attività per loro più adatte.

Gli insegnanti e i genitori si contenderanno la responsabilità della violenza nelle scuole, cercando colpe reciproche per sberle date da grandi a piccoli o da piccoli a grandi, senza riuscire a trovare il bandolo della matassa.

E il Direttore aggiornerà i programmi ludici del computer nuovo.

Intanto, nei Palazzi, ribadiranno che, sì, insegnare è un mestiere difficile, occorrono più ispezioni e, certamente, più disciplina.
Nè matite, nè comprensioni all'ordine del giorno.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Francesco Di Lorenzo    - 09-02-2008
Bravissima! Su tutto quello che hai scritto e soprattutto su quello che si intravede dietro le parole. Una volta il prof. Spaltro disse che la scuola dovrebbe sostituire le sanzioni con i premi. Ma questa è un'idea troppo infantile e semplicistica...si capisce.

 Marco Aquilari    - 10-02-2008
La gente di scuola è così. Brava Emanuela, che pensi acutamente e esprimi così civilmente opinioni che rispondono a ideali.

 ilaria ricciotti    - 11-02-2008
E' proprio vero ciò che dici! Insegnare è un mestiere difficile, molto difficile!
Ma, se ci pensiamo bene perchè?
Per colpa della società che non dà importanza alla scuola?
Per colpa della famiglia che delega alla scuola molti compiti che dovrebbero appartenerle?
Per colpa dei ragazzi troppo distratti da tantissimi e nuovi input quotidiani?
Per colpa degli insegnanti che si arrendono alle prime difficoltà o vogliono imporre le loro verità?
Insegnare è difficile forse anche perchè non siamo più disponibili ad accettare le sfide quotidiane che l'insegnamento ci propina?
O perchè non abbiamo più voglia, nè tempo di ascoltare questi nostri studenti che a volte sono lontani mille miglia dal nostro modo di sentire e percepire la vita?
Insegnare è difficile perchè non sappiamo più dove stiamo correndo e perchè?
Insegnare è forse difficile in quanto rispettare la diversità, i bisogni ed i tempi dell'altro non è più di moda?
Insegnare è un mestiere difficile comunque, ma se non ci fossero insegnanti come Emanuela e fortunatamente tanti altri, che ne sarebbe dei nostri bambini e dei nostri ragazzi?