Scamorze di lotta e di governo
Grazia Perrone - 04-12-2006
(...)" La politica in particolare del PCI apparve allora del tutto incomprensibile, anche a tanti propri aderenti, chiusa sia nei confronti dell'antifascismo militante che verso la campagna illusoriamente promossa da Lotta Continua per il "MSI FUORILEGGE" (...)". Da "Umanità Nova" quotidiano fondato, nel 1920, da Errico Malatesta

Si tranquillizzi il Cavaliere. Di pericolosi comunisti ne sarà rimasto ancora qualche esemplare nelle scuole e nelle fabbriche. Ma in Parlamento - e men che meno al Governo - non ce ne sono.

L'ho già scritto. Lo ripeto. La falsificazione della verità storica si ottiene più facilmente attraverso le omissioni anziché per, esplicite, affermazioni. Così dichiarazioni impegnative come (...)"Oggi Bari riconosce un punto aspro della verità di quegli anni Settanta che furono non solo anni di violenza, ma anche di libertà, in cui una generazione si diede uno splendido appuntamento col futuro, coltivò accanitamente le proprie utopie (...)" alle quali se ne aggiunge un'altra: (...)"mi rivedo in Piazza Prefettura il giorno dopo, vedo la rabbia di quei compagni dell'estrema sinistra che assaltarono la sede della Cisnal (...)" rischiano di rivelarsi non solo fuorvianti ma, sostanzialmente, storicamente non corrette perché la dinamica dei fatti si dipanò in maniera molto meno lineare da quello che traspare dalle commemorazioni ufficiali e l'azione di quei gruppi (piuttosto numerosi in verità) di giovani sarebbe stata impossibile senza il concorso attivo e consapevole di una parte importante del proletariato urbano barese.

Se si nasconde questa verità e si accredita la tesi dei, piccoli, gruppi di facinorosi riportati all'ordine dalla ... disciplina di partito significa che si continua ad essere faziosi come correttamente ammette Nichi Vendola (che conosco da trent'anni) nel suo messaggio al neo segretario di Rifondazione. Di più. Significa ignorare cosa ha significato - per la città di Bari e non solo - quella maledetta sede che oggi definisce (...)"sezione molto accreditata di un partito che sarà importante nella storia di questa città (...)".

E che il movimento sociale di Rauti e Almirante fosse molto attivo in una città nella quale - dopo la distruzione (nell'ottobre 1921 ... al secondo assalto) della Camera del Lavoro da poco passata alla CGIL - era stato duramente represso il dissenso sociale è cosa nota ... come dimostra il voto plebiscitario che Bari ha tributato, come tutta la Puglia del resto - ad eccezione di Orsara (Fg) - alla Monarchia sabauda il 2 giugno 1946. Così come è noto che, negli anni successivi, Bari è stata amministrata dalla destra e, nella fattispecie, dal monarchico Chieco e dal missino Tarsia Incuria; che, fino alla svolta, degli anni '70 impressa dal movimento giovanile non riconducibile, in alcun modo, al Pci e alla sua politica - ha sempre eletto il senatore missino e mai quello democristiano e tanto meno quello comunista; Bari che ha sempre votato "contro" la sinistra ad egemonia comunista, anche quando diventò la città più craxiana d'Italia proprio in ragione dell'autonomismo e della carica modernizzatrice - in senso occidentale - di quel PSI.

Ma dimenticare cosa fosse la Passaquindici e quale incubo rappresentasse (prima e dopo i fatti del 28 novembre 1977) la sezione cara all'On. Pinuccio Tatarella mi sembra troppo.

Scopo del mio intervento è quello di raccontare un pezzo di verità così come l'ho vissuta seguendo la metafora di Karl Popper secondo il quale la narrazione delle vicende storiche è come un riflettore (...)" ciò che esso renderà visibile dipenderà dalla sua posizione, dal modo in cui sarà diretto, dalla sua intensità, dal colore ma anche, e soprattutto, dalle cose che esso illumina. Il riflettore però - e a rammentarcelo è Ralph Dahrendorf - illumina sempre e soltanto un settore della realtà rappresentata il che - tradotto in italiano - vuol dire che ogni esposizione storica specie se soggettiva è, per sua natura, selezionatrice poiché concentra la propria attenzione su determinati fattori trascurandone altri. Ed è proprio quello che farò.

La mattina del 29 novembre 1977 la notizia dell'agguato mortale piombò - come un fulmine a ciel sereno - mentre stavamo entrando in classe a far lezione. Un breve consulto e la decisione: le lezioni furono sospese, gli alunni rimandati a casa. Alcuni di noi si diressero alla locale sezione del Pci. "Sono stati predisposti dei pulman" ci dissero. Quando arrivò era già pieno: si trattava, in maggioranza, di ragazzi e ragazze delle scuole medie superiori, accompagnati, in alcuni casi, dai rispettivi insegnanti. Salimmo ugualmente e cercammo di saperne di più. Le voci che circolavano erano agghiaccianti. Secondo alcuni l'aggressione - assolutamente gratuita e con un cacciavite - era avvenuta contro un ragazzo colpevole di indossare una sciarpa rossa e, per giunta, claudicante. La qual cosa mi inquietò moltissimo dal momento che io stessa - a causa della poliomielite - mi trovo nella medesima situazione.

Quando giungemmo in città ci trovammo di fronte ad una situazione caotica. C'erano blocchi stradali di operai in sciopero spontaneo e spezzoni di corteo (soprattutto dei ragazzi e delle ragazze delle medie superiori) dappertutto. Molti studenti avevano improvvisato degli striscioni - bianchi - in cui c'era scritto, semplicemente, il nome della scuola di appartenenza. Alcuni, con vezzo infantile, alla parola studenti aggiunsero l'aggettivo autonomi. Era un modo come un altro per rimarcare l'assoluta autonomia dai partiti politici tradizionali ma fu un motivo sufficiente per scatenare sui giornali - nei giorni successivi - la bagarre sulla, presunta, discesa dei ... barbari venuti da fuori.

In piazza c'era qualcuno che parlava ma non riuscii a comprenderne il senso perché, nel frattempo tutto intorno a noi, scoppiò l'inferno. Fuggimmo e, per mia fortuna, trovammo subito una via di fuga infilandoci in un portone lasciato aperto dagli inquilini e che era già occupato da altri ragazzi. Di quello che è accaduto dopo (o prima) ed in particolare dell'assalto alla sede Cisnal so quello che ho già riferito.

Nei giorni successivi abbiamo appreso che, su disposizione del ministro dell'Interno che (se non ricordo male) era Francesco Cossiga, e al fine di reprimere i prevedibili disordini (!?) erano stati fatti confluire a Bari - nella notte tra il 28 e il 29 novembre - tutti gli allievi (un migliaio circa) della scuola di Polizia di Caserta o Avellino ... non ricordo più. Questo significa - e col senno di poi - che di fronte a noi, in quei giorni, avevamo dei coetanei che oltre ad essere armati e assonnati avevano - con molta probabilità - più paura di noi.

I funerali si svolsero un paio di giorni dopo ma il Movimento degli Studenti - una fornace incandescente ed indescrivibile - decise di non aderire alla celebrazione ufficiale e convocò una manifestazione per il pomeriggio: alle 16. Non ci furono pulman organizzati dal Pci quella volta. Raggiungemmo Bari in largo anticipo col treno, a piccoli gruppi. La città era militarizzata; camionette e divise dappertutto. Non vidi più i fucili. Mentre eravamo intenti a posizionarci in ranghi stretti, abbracciati gli uni con gli altri, sentii - in lontananza - i colpi dei lacrimogeni. Ma il corteo non si scompose. Come ha ben detto Nichi avevamo avuto il nostro battesimo di sangue e non avevamo più paura.

Durante il percorso, reso ancor più triste dal crepuscolo, il corteo - assolutamente silenzioso - si ingrossava, sempre più, di passanti e cittadini diventando quello che avrebbe dovuto essere anche quello del mattino: un funerale di popolo. Ad un tratto dalla testa del corteo qualcuno cominciò a fischiettare Morti di Reggio Emilia che, in breve, fu raccolto da tutto il corteo.

Ed io - che non so fischiare e sono stonata come una campana - feci l'unica cosa che mi dettava il cuore: piansi.

Si tranquillizzi il Cavaliere. Di pericolosi comunisti in Parlamento e nel Governo non ce ne sono.

Non ci sono mai stati.


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