Essere donne in Turchia
Redazione - 08-03-2005
TURCHIA: MANIFESTAVANO PER 8 MARZO, ARRESTATE 59 DONNE

La polizia anti-sommossa turca ha arrestato a Istanbul almeno 59 dimostranti le quali stavano manifestando nel Quartiere Europeo della citta' sul Bosforo a favore della Giornata Internazionale della Donna, che cadra' dopodomani.

Le partecipanti si erano riunite davanti agli uffici del sindaco quando gli agenti hanno intimato loro di disperdersi perche' l'iniziativa sarebbe stata illegale, in quanto non autorizzata; le manifestanti per l'8 marzo hanno rifiutato e per oltre un terzo di esse, in tutto circa 150, sono scattate le manette.
Lo ha riferito l'agenzia di stampa 'Anadolou', mentre l'emittente 'Ntv' ha mandato in onda immagini nelle quali era possibile vedere le donne fermate trascinate a forza su pullman; i poliziotti, stando alle riprese, per sopraffarle hanno fatto ricorso a manganelli e bombolette di gas irritante.

Da Indymedia, 6 marzo 2005


ISTANBUL: UNA MANIFESTAZIONE IN TURCHIA TERMINA CON 63 ARRESTI.

In Turchia le manifestazioni in occasione della giornata della donna si sono concluse con 63 arresti ad Istanbul.
Secondo la polizia i cortei, che riunivano circa 400 persone, non erano stati autorizzati.

I poliziotti hanno utilizzato manganelli e gas per disperdere la folla.

La condizione delle donne rimane problematica in Turchia: negli ambienti urbani molte donne si sono emancipate, me la maggior parte resta ancora sottomessa alle tradizioni patriarcali. I casi di violenza contro le donne sono inoltre piuttosto frequenti.

Rassegna stampa canadese LCN - 6 marzo 2005

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 dal Manifesto    - 08-03-2005
In Turchia è vietato celebrare l'8 marzo. Ma a Istanbul centinaia di donne sfidano i divieti e presidiano il municipio. La polizia carica e arresta una sessantina di manifestanti.

Finisce con una dura repressione l'otto marzo delle donne turche. Non una novità, purtroppo, ma anche ieri la polizia in tenuta antissommossa ha arrestato ad Istanbul, in piazza Beyazit una sessantina di donne che celebravano l'8 marzo per chiedere il rispetto dei loro diritti. Le donne si erano riunite con i loro striscioni e le loro bandiere davanti all'ufficio del sindaco quando gli agenti hanno dato l'ordine di disperdersi. La manifestazione, secondo la polizia, non era autorizzata e quindi era illegale: le oltre trecento donne che avevano nel frattempo improvvisato un sit in davanti all'ufficio del sindaco, hanno rifiutato di muoversi. Immediata la carica. Manganellate, botte e lancio di lacrimogeni. I robocop turchi non hanno risparmiato nessuno. Più di sessanta donne sono state arrestate, caricate a forza sui pullman della polizia. Il tutto è stato trasmesso dalla televisione Ntv. In un'altra zona di Istanbul si è svolta la manifestazione ufficiale, alla quale hanno partecipato circa cinquemila donne. La repressione di manifestazioni (di donne, lavoratori, studenti, gruppi politici, o di chiunque altro) rimane prassi in Turchia. Nonostante gli impegni presi da Ankara con l'Unione europea. Nonostante cioè per entrare in Europa, la Turchia abbia promesso - tra le altre cose - alla Ue anche di contenere, limitandolo, l'uso della forza e il ricorso massiccio all'arresto (cui spesso seguono purtroppo, è documentato, torture, pestaggi, confessioni estorte con metodi assai poco ortodossi, e più raramente sparizione dei detenuti) di chi dissente.

Le donne in Turchia non sono certo esenti dalla violenza dello stato e domestica. E' recente un rapporto di Amnesty International in cui si denuncia che la metà delle donne sono vittime di violenza tra le mura domestiche. Questa violenza fisica include pestaggi, stupri e in alcuni casi anche l'omicidio o il suicidio, per così dire, «indotto». Secondo Amnesty le donne in Turchia sono due volte vittime: non sono sicure nelle loro case, all'interno delle loro famiglie ma non possono nemmeno confidare nella giustizia, nello stato. La ricerca parla chiaro: in alcune zone del paese, il 45.7% delle donne intervistate da Amnesty non ha avuto voce in capitolo sul loro matrimonio. Il 50.8% poi è stata costretta a sposarsi contro la sua volontà. Chi rifiuta di sposarsi con l'uomo scelto dalla sua famiglia è in pericolo anche di vita. Fece clamore, qualche mese fa, il caso di Guldunia Toren, che dopo aver rifiutato di sposare suo cugino, fu mandata a vivere con uno zio ad Istanbul. Qui, uno dei fratelli le intimò di uccidersi per lavare il disonore che aveva causato alla famiglia. Guldunya riusci però a scappata rivolgendosi alla polizia per essere protetta. Dalle autorità fuc però rispedita a casa dello zio assicurandole che nessuno l'avrebbe toccata. Nel febbraio del 2004 i suoi fratelli le spararono per strada ferendola. In ospedale nessuno ritennne necessario piantonare la stanza. Durante la notte qualcuno entrò uccidendola con un colpo di pistola in testa.

Diffuse anche le torture e le violenze contro le donne in custodia della polizia. Ne sa qualcosa l'avvocata Eren Keskin che dopo aver denunciato i casi di donne, specialmente kurde, torturate e violentate da poliziotti, si è trovata lei stessa sotto processo, accusata di separatismo.

Nei mesi scorsi le donne turche hanno protestato (vincendo) contro la proposta di legge che prevedeva che l'adulterio diventasse reato. Il parlamento, lo scorso 26 settembre ha invece approvato un nuovo codice penale, per certi aspetti ritenuto positivo. E' stato eliminato l'articolo che prevedeva la riduzione, o l'eliminazione della pena comminata a quegli stupratori che sposano le loro vittime. Viene esplicitamente riconosciuto che lo stupro perpetrato da un marito è un crimine, così come è tortura la sistematica violenza all'interno della famiglia. Rimangono però pratiche aspramente contestate dalle donne. Non è stato vietato per esempio quello che viene comunemente definito «test della verginità» (condotto non solo forzatamente nelle detenute ma anche nelle donne che fanno domanda per lavori statali, nelle studentesse), rimangono vaghe le norme sui cosiddetti crimini d'onore.







 ilaria ricciotti    - 09-03-2005
Le immagini che ho visto di queste donne prese a manganellate dalla polizia soltanto perchè manifestavano pacificamente, festeggiando così l'8 marzo, sono scene disumane, inaccettabili ed inconcepibili. Eppure esse sono purtroppo vere. Drammaticamente vere. Ed allora noi tutti dobbiamo darci da fare anche per loro che sono ancora nell'impossibilità di reclamare i loro diritti e di gridare al mondo : "Uguaglianza e Libertà".

 da Peacereporter    - 13-03-2005
I dimostranti picchiati a Istanbul creano molti imbarazzi alla Turchia e all'UE


“Abbiamo saputo che tutti i 63 fermati domenica scorsa sono tornati in libertà e abbiamo tirato un sospiro di sollievo, ma la gravità della vicenda resta immutata. Dopo tutte le polemiche che sono nate dal giro del mondo che hanno fatto le immagini della manifestazione brutalmente dispersa dalla polizia turca, il governo di Ankara ha iniziato una campagna contro la stampa locale, assumendo un tono di velata minaccia verso coloro i quali vengono ritenuti colpevoli di aver infangato il buon nome della Turchia”. A parlare è Lerzan Tascer. Da anni, nonostante la giovane età, è tra i dirigenti dell' IHD (Insan Haklari Dernegi), un'associazione che si batte per il rispetto dei diritti umani in Turchia e migliaia di volte si è trovata a combattere contro gli abusi delle forze dell'ordine sul Bosforo.

Forze del disordine. Ma è anche una donna e quindi ancora più coinvolta da quello che è accaduto. I fatti: domenica 6 marzo 2005 tante associazioni che si occupano della condizione femminile in Turchia avevano organizzato una manifestazione in centro a Istanbul in previsione della Festa della Donna dell'8 marzo. Il giorno prima il corteo aveva sfilato nella parte asiatica della città e tutto era filato liscio. Il 6 invece la manifestazione avrebbe occupato le vie centrali della parte europea della città. Secondo le fonti di polizia, la manifestazione non era autorizzata. La polizia ha deciso di disperdere i dimostranti e non è andata per il sottile: gas lacrimogeni sparati all'altezza del viso, manganellate, pestaggi di manifestanti già inermi, cariche continue e indiscriminate. In totale 63 persone arrestate e decine di feriti.

L'Europa sta a guardare. “Tutti abbiamo passato dei momenti molto duri”, racconta Lerzan, “e non eravamo solo donne. Tanti partiti, movimenti e associazioni ci hanno appoggiato e in piazza c'erano anche tanti uomini. Quello che ho notato è stato un particolare accanimento contro i giornalisti e i fotografi. Evidentemente si voleva evitare che immagini di episodi così gravi facessero il giro del mondo in un momento politico così delicato per la Turchia e il suo futuro ingresso nell'Unione Europea”. Non a caso le prime condanne delle violenze della polizia su i manifestanti sono arrivate da Olli Rehn, Commissario Europeo all'Allargamento dell'Unione, e da Josef Borrell, presidente del Parlamento Europeo. Il governo di Ankara è parso subito preoccupato della ricaduta mediatica degli scontri del 6 marzo e, per voce del ministro degli Esteri Gul, ha annunciato l'apertura di una inchiesta indipendente per accertare la dinamica degli incidenti.

La stampa nel mirino. “Il tono delle dichiarazioni di Gul non rispecchia però quello del premier Erdogan e del ministro della Giustizia”, sostiene Lerzan, “che hanno accusato i manifestanti di aver provocato le forze dell'ordine. I toni delle dichiarazioni di molti politici vicini alla maggioranza al potere sono stati durissimi verso gli organizzatori e qualcuno è arrivato a definirli terroristi”. Ma la vera preoccupazione del governo, più che le lamentele delle associazioni turche che hanno alle spalle una lunga storia di soprusi e violenze subite, sembra essere l'immagine del Paese.

“Tutta la stampa si è dovuta difendere dall'accusa di aver esagerato”, dichiara l'attivista turca per i diritti umani, “e la stampa ha giustamente sottolineato come si sia limitata a svolgere il proprio dovere di cronaca, riportando fedelmente la dinamica e le immagini delle violenze”. Sembra anche, ma mancano le conferme ufficiali, che potrebbe essere indetto nei prossimi giorni uno sciopero dei giornalisti in Turchia, per protestare contro le violenze fisiche subite domenica durante la manifestazione e contro le minacce verbali seguite al giorno della manifestazione. Quello che accadrà nei prossimi giorni avrà molti osservatori interessati, soprattutto a Bruxelles

Christian Elia

Peacereporter