breve di cronaca
Fermiamo la devolution
Liberazione - 25-09-2004

Comincia a prender corpo, nella miseria culturale e ideale di un dibattito parlamentare privo di qualsiasi pathos, l'Italia della "devolution". Nascosta dalle acrobazie semantiche della destra, ma esibita impudicamente dall'ideologia della separatezza "padana", questa devoluzione rappresenta una radicale contro-riforma dei nostri assetti costituzionali: un progetto che non realizza l'ambizione federalista, bensì la piega e la deforma in un processo materiale e simbolico di frammentazione dell'unità del Paese. Sullo sfondo si intravede un'Italia disarticolata e ferita, messa nell'angolo da un federalismo ridotto a caricatura e condito di richiami etnocentrici e razziali.
Partiamo dalla domanda chiave: che cosa devolve lo Stato? Questa domanda non ammette risposte ammorbate di tecnicalità. Lo Stato devolve un'idea fondativa della società e della democrazia, abdica al proprio ruolo di ammortizzatore degli squilibri sociali e territoriali, archivia nelle parate di piazza il tema non retorico dell'unificazione di una nazione (che coincide con la costituzione del suo spirito pubblico e della sua cultura condivisa), smarrisce i doveri costituzionali di garanzia della promozione sociale, smette di frequentare quella modernità che - nella temperie del Novecento - seppe immaginare l'universalità dei diritti fondamentali. Non siamo dinanzi a mere esercitazioni di ingegneria istituzionale. E neppure alla semplice regressione al tema delle "piccole patrie", che pure di per sé è già così emblematico della qualità di una globalizzazione che integra i mercati e disintegra i territori.
Siamo dinanzi ad un disegno eversivo e dunque inemendabile, che prospetta il rovesciamento di un assetto democratico edificato da grandi culture politiche e da grandi protagonisti collettivi e popolari. Questa è la posta in gioco autentica di un processo costituente che noi intendiamo sabotare. Esso propone un drastico ridimensionamento degli spazi di partecipazione alla vita pubblica. Spoglia di senso la stessa rappresentanza democratica, svuotando l'agenda del legislatore di compiti e di competenze e mummifica la vita parlamentare in un copione di solenne inerzia e insignificanza. Stravolge nella sostanza l'equilibrio di pesi e contrappesi che hanno messo al riparo la trama democratica dai rigurgiti autoritari. Moltiplica i filtri e i muri che separano i luoghi del governo, sempre più concentrati e impenetrabili, dalle domande di massa. In questa cornice scoppia la bomba della devoluzione, che sancisce l'estinzione del principio di eguaglianza: un principio costituzionale messo in mora dalla delocalizzazione assoluta dei poteri in tema di formazione e di salute pubblica, e forse anche in tema di ordine pubblico. Ogni territorio avrà la scuola e l'organizzazione sanitaria che sarà in grado di finanziarsi e che corrisponderà alle propensioni politico-culturali di chi quel territorio governerà. Cosa diventa l'unità nazionale se viene spogliata di quel suo fondamento materiale (e non retorico) che consiste nell'unitarietà della fruizione di diritti che noi consideriamo universali e che la destra, viceversa, considera mercificabili e negoziabili secondo parametri aziendali, ideologici e confessionali?

Brilla di luci paradossali la conversione "devoluzionista" di Alleanza Nazionale. Un partito esperto di esercizi di bolso patriottismo e ricco di cimeli legati alla retorica del tricolore. Sappiamo bene quale fosse il retroterra culturale - nazionalista e mitologico - di quella idea di patria innervata nei richiami del sangue e della terra. Ma l'odierno patriottismo post-fascista, già modernizzato alla scuola dei manager e delle S. p. a., è solo la maschera con cui coprire la condivisione della scelta di spaccare l'Italia. Forse per questo Gianfranco Fini, adunando i giovani del suo partito in un discorso di rara violenza ed irresponsabilità, reinventa una patria paramilitare ed ideologica, un surrogato ruvido che possa risarcire dalla soggezione ai ricatti della tribù leghista. Ma i paradossi sono solo apparenti. Alla fine della giostra, archiviando questione meridionale e questione settentrionale, si partorisce una società frammentata e rancorosa che trova, come unica unità possibile, il comando plebiscitario di un leader e l'indiscutibile primato del mercato.

Fanno tutto questo con la goliardia di chi distilla formule istituzionali da ampolle magiche e da rituali celtici. Sono contro la storia e la civiltà del nostro Paese. E' necessario fermarli.

Nichi Vendola
Segnalato da Pierangelo Indolfi


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 Pierangelo    - 13-10-2004
da l'Unità online del 13.10.2004

Salveremo la Costituzione
di Francesco Pardi

In pena per il destino della nostra Costituzione, la lettrice Luisa Baccani scrive: «Se passa questa riforma tutto quello che adesso ci preoccupa e ci pare importante sembrerà una bazzecola».
Non è sola a pensare così. Giovanni Sartori ha scritto più volte che, sconciata dalla sostituzione di 43 articoli, la Costituzione italiana sarà incostituzionale. Il presidente Scalfaro ne ha fatto il tema principale della sua attività.
Una testimonianza scientifica interessante è il volume “Costituzione, una riforma sbagliata” in cui sessantatré costituzionalisti di diverso orientamento esprimono le loro opinioni.
La devoluzione di poteri statali alle regioni mette in pericolo l'uguaglianza dei cittadini nella scuola e nella sanità. Il capo dello stato, privato dei poteri che ne fanno un arbitro super partes, è messo al servizio della maggioranza. I suoi poteri vengono messi nelle mani del futuro capo del governo. Esso potrà sciogliere la Camera e ricattare così la sua stessa maggioranza. Di fatto l'Italia non sarà più una repubblica parlamentare. E un potere illimitato e senza controllo sarebbe temibile anche nelle mani del migliore degli uomini…
Luisa Baccani ha cento volte ragione. Che cosa possiamo fare?
Non possiamo attendere inerti il referendum. Se affrontiamo quella prova senza uno slancio rinnovato di passione civile corriamo un gravissimo rischio. Dobbiamo combattere l'indifferenza, diffondere l'informazione. Molti non conoscono la Costituzione, non sanno quanto sia importante per la nostra democrazia e non possono quindi preoccuparsi per le lesioni che subisce. Ma sarebbe terribile anche per loro accorgersi del suo valore proprio per averlo perduto.
Dobbiamo costruire tutti insieme fin da ora un nuovo grande ciclo di mobilitazione dei cittadini. A tutti coloro che sono già avvertiti del pericolo bisogna dare la possibilità di collegarsi, esprimersi, rendere evidente la forza potenziale della loro coesione. Poi fare leva sulla loro capacità di persuasione per coinvolgere la massima parte della cittadinanza.
All'interno del movimento si è cominciato a immaginare un cammino a tappe per le città d'Italia: portare in piazza la Costituzione e spiegare gli effetti della sua rovina. Concentrare le energie su una piazza alla volta, toccare le città grandi ma insistere anche sulle piccole e i centri minori. Da oggi fino al referendum tutti i venerdì e sabato della settimana dovrebbero essere dedicati a questa opera di responsabilità. Ogni incontro dovrebbe rilanciare il successivo in una catena di solidarietà reciproca, in cui rendere esplicita la connessione tra la carta costituzionale e la vita delle persone. Il suo testo è breve, chiaro e scritto benissimo. È facile partire dai suoi articoli per arrivare in modo fulmineo ai nessi essenziali della società: l'uguaglianza, i diritti, i doveri, il lavoro, le condizioni di vita, l'architettura istituzionale, la separazione tra i poteri, la pace. E non è difficile mostrare il danno delle modifiche, di spropositata lunghezza ed espresse in una prosa farraginosa e oscura. Ma non è questione di stile: una concezione della società, basata sulla prevalenza dell'interesse pubblico sul privato, viene deformata e sostituita dalla supremazia dell'interesse privato e dalla consegna di tutto il potere a un uomo solo.
In questa discussione sociale possiamo combinare strumenti programmati e omogenei con il ricorso all'inventiva personale e locale. Realizzare un video di breve durata, denso e conciso, da proiettare ovunque, anche all'aperto; un manifesto con la parola d'ordine più efficace e uno spazio in bianco per la convocazione degli appuntamenti; testi brevissimi che illustrino gli effetti delle singole modifiche. Ma occorre anche inventare nuove forme d'intervento, portare il dibattito sui treni dei lavoratori e degli studenti pendolari, oppure tra i giovani durante le ore di attesa dei grandi concerti.
Dobbiamo saper cambiare registro. Ad esempio i venerdì sera potrebbero essere dedicati a dibattiti su tutti i temi investiti dalla controriforma. Al contrario i pomeriggi del sabato potrebbero essere costruiti, dove è possibile, come feste popolari, teatrali o musicali, per dare maggiore vivacità al contenuto informativo. A seconda della capacità di mobilitazione si potrebbe scegliere tra eventi in spazi circoscritti o cortei cittadini veri e propri. Impostato il carattere omogeneo e ripetitivo della manifestazione, si potrebbe integrare o modificare con varianti espresse dalle vocazioni locali. Alcune serate potrebbero essere a tema, per esempio il diritto al lavoro o il confronto tra nord, centro e sud sugli effetti della devoluzione su scuola, sanità e polizia locale; oppure ancora, economisti ed esperti del sindacato potrebbero spiegarci i costi per l'erario derivanti dalla moltiplicazione delle burocrazie.
Quando sarà partita, la carovana settimanale per la costituzione potrà funzionare come la rete in cui nuovi contributi spontanei di singoli o forze organizzate troveranno una collocazione opportuna, sia come arricchimento tematico sia come proposta di nuove inedite iniziative: un grande esperimento di partecipazione itinerante.
Se sarà possibile cimentarci in questo tentativo, si dovrà fin dall'inizio praticare la più convinta ricerca di contributi plurali: sindacati, Arci, Social Forum e tutti i nuovi movimenti, Comitati per il No, Anpi e in generale tutto il mondo dell'associazionismo politico e culturale devono essere invitati a dare il loro contributo e interpellati come protagonisti dell'operazione. Si dovrà fare appello ai giornali interessati affinché garantiscano informazioni ampie sull'iniziativa, si cercherà di stabilire i rapporti più stretti con le radio libere, le reti televisive regionali e le Tv di strada. Ai parlamentari italiani sarà chiesta una consonanza solidale con quest'impresa: essi potranno sostenerla con la loro presenza alle sue varie manifestazioni, essa potrà produrre un maggiore appoggio sociale all'opposizione esercitata in aula. Ai parlamentari europei sarà chiesta la capacità di tener sempre viva l'attenzione del parlamento di Strasburgo e dell'opinione pubblica europea sull'anomalia italiana.
Non abbiamo molto tempo e siamo già in ritardo, ma se nei pochi mesi che ci separano dalla seconda lettura della legge sapremo far crescere la mobilitazione e mantenere ininterrotto il tam-tam sociale, potremo al momento giusto preparare una grande, straordinaria manifestazione nazionale che sarà il segno della nostra vittoria nel referendum per salvare dallo scempio la costituzione.
Gli elettori di centrosinistra hanno opinioni molto diverse sulla politica più giusta per la loro coalizione. Ma qui non si tratta dell'interesse di una parte politica: qui si protegge la carta essenziale della democrazia, anche nell'interesse degli elettori del centrodestra, che vanno protetti dalle scelte sciagurate della loro coalizione. Non perdiamo altro tempo. C'è lavoro per tutti.