Panzer all'inferno
Roberta Bedosti - 18-03-2004
Adolescenti






- Professoressa, vuole prendere un caffè con noi ? - gridò Barbara Cavenaghi tenendo aperta la porta. La collega di arte si girò, sorrise ed entrò nel bar, dove anche Sara stava stringendo la tazza di caffè per scaldarsi.
- Non vi avevo viste. Fa un freddo polare ci vuole proprio qualcosa di caldo -.
- Già e anche per affrontare il Consiglio di classe - concluse Sara.
- Non drammatizzate, non ci sono grandi problemi -
Sara si avvicinò alla cassa.
- Cambiamo argomento - suggerì Barbara - a che punto sono le scenografie ?
- Dovrebbero essere pronte tra due lezioni -.
Si avviarono verso la scuola discutendo animatamente di colori e costumi, entrarono, si confusero tra la massa vociante dei colleghi e infine si ritrovarono in un' aula.
- Io direi di cominciare - propose Sara - chi è in ritardo si arrangerà.
Cominciò la solita cerimonia dei giudizi globali e dei consigli orientativi: un tran tran abbastanza tranquillo fino all' arrivo dei colleghi di tecnica e matematica, entrambi in ritardo.
- Non è possibile- esclamò la Ariberti - questa non ha le capacità, non può fare un liceo, è lenta in matematica - .
- Ma è continuativa, sa studiare, ha volontà, è molto migliorata in italiano - ribattè Sara.
- Sì, come Cristian, è così cambiato che è sempre impreparato - sbottò la Ariberti.
- E' proprio un maleducato, noi dovremo bocciarlo e basta - le fece eco il collega di tecnica - ma non posso pensare di averlo ancora qui per un altro anno - .
- Scusate adesso che cosa c' entra Cristian ? Stiamo parlando di Benedetta - intervenne Barbara - cerchiamo di fare le cose con ordine, altrimenti non finiremo mai, se parliamo a ruota libera -.
Ci fu un attimo di silenzio.
- Allora possiamo mettere in evidenza l' area linguistico- letteraria e indicare un Istituto di cinque anni, senza specificare ? -.
Nessun commento.
- Paolo Finetti……
- Questo guarda avrebbe bisogno di una bella lezione, è un lazzarone - esplose di nuovo la Ariberti.
- Sa fare solo caricature - esplose il collega di tecnica.
- E non ci sono grandi risultati neanche in francese -
- Non possiamo continuare così - intervenne Sara - se ognuno dice quello che gli passa per la testa , non riusciremo mai a stendere questi benedetti consigli orientativi -.
- Possiamo mettere in evidenza l' area artistica, è sicuramente il migliore, può fare un Istituto d' Arte -.
- Ha una buona mano - ammise il collega di tecnica - però….
- Stop - lo bloccò Sara - non ricominciate ! -
Il pomeriggio passava sonnolento e freddissimo, senza che si arrivasse mai ad una vera intesa. Fiumi di parole inutili, fogli, schemi, crocettature, un rito inevitabile che si consumava nell' assoluta noia di un copione già scritto.
Quando alla fine si arrivò al nome di Cristian il duello si fece cruento tra chi mirava solo ai risultati, incapace di riconoscere i miglioramenti e chi cercava di valorizzare gli sforzi fatti. La guerra fu lì lì per esplodere quando perfino Daniele, il giovane collega di religione, perse per un attimo le staffe, colpito dai soliti giudizi e pregiudizi che la Ariberti si permetteva di tranciare, come un panzer tedesco, senza accorgersi delle vittime lasciate sul campo di battaglia.
Quando arrivarono all' ultima alunna Sara chiuse gli occhi un attimo, un po' svuotata per la stanchezza e la tensione. Poi ci fu il " fuggifuggi " generale tra " Oh, sono già le sei e mezzo "e
" Oh, devo andare a fare la spesa " o " Chissà se mia figlia ha fatto i compiti "…..
Sara aprì il registro dei verbali, poi lo richiuse velocemente " Domani è un altro giorno " pensò "lo farò domani " e si avviò con Barbara in vicepresidenza.
Fuori l' aria fredda colpiva la pelle con mille aghi , Sara fu percorsa da un brivido lungo la schiena, Barbara la prese sottobraccio.
- Una bella cioccolata calda Pitti ? -
- Ce la siamo proprio meritata - le rispose Sara, stringendosi la sciarpa intorno al collo.







L' intervallo in 3 C era stranamente silenzioso. Le ragazze uscivano a piccoli gruppi sussurrando qualche parola in fretta, i maschi tentavano qualche tiro al cestino della carta, ma senza convinzione e soprattutto senza i soliti commenti ad alta voce.
L' insegnante di musica li osservava stupita. Avevano cantato senza entusiasmo, sbagliando gli attacchi, incapaci di concentrarsi. Era rimasta delusa da questa classe di solito così attenta, così compatta. Sara Pittigliani entrò velocemente con una scheda di valutazione in mano.
- Ciao Marinella, controllando le schede ho trovato un tuo giudizio a matita sulla scheda di Samanta. -.
- Ah sì ? Forse è meglio controllare sulla sua scheda: Samanta ! -
- E' uscita prof. - rispose Giulia.
- Andate a chiamarla, per favore - e, rivolta alla collega, - oggi sono molto in crisi. -
Sara sorrise.
- La solita atmosfera da " Day after " ? Mi meraviglio che qualcuno non sia in lacrime. -
Rientrò Samanta con gli occhi un po' arrossati, le insegnanti verificarono la scheda, poi ripresero a parlare tra loro. Ines e Isabella si fecero intorno alla ragazza, curiose come al solito.
- Che cosa volevano ? -
- Che cosa ve ne importa ? -
- Eh che modi !! -
- Voi due non vi fate mai i fatti vostri ? Che cavolo volete da me ? Volete vedere la mia scheda ? - urlò Samanta, tendendo il foglio con le mani un po' tremanti, - volete vedere la mia scheda ? Eccola ! Potete ridere, tanto non me ne importa niente ! - buttò la scheda sul banco e uscì velocemente dall' aula.
- Aria di burrasca - esclamò Paolo avvicinandosi al gruppetto delle ragazze - Che cosa dovrei dire io : tre insufficienze e consiglio orientativo I.S.A ?… -
- Però almeno hanno riconosciuto le tue capacità artistiche, a Samanta hanno consigliato un breve corso professionale - s' inserì Irene
- Sono stati sinceri - riprese Paolo - perché , secondo te, ha qualcosa in testa tranne ombretti e Spice ? -
Irene non riuscì a trovare altre parole per difendere Samanta, Paolo come al solito andava dritto al centro di ogni problema. Non conosceva tortuose strade diplomatiche, parlava sempre in modo così diretto che spessa la sua sincerità appariva offensiva ai più, ma non a lei. Irene aveva imparato ad apprezzare proprio questa sua incapacità di addomesticare la verità. Gli sorrise e cercò di cambiare discorso.
- A me hanno scritto qualsiasi tipo di Istituto, così sono sempre più indecisa -
- Che cosa ti ha dato la Ariberti ? - chiese Giulia spuntando dietro le loro spalle.
- Distinto e ottimo - rispose Irene.
- Beata te - commentò Veronica - a me ha dato insufficiente. Quella strega non ha pietà per nessuno -
- Ma che cosa dici ? - ironizzò Giulia, imitando il tono di voce della prof. di matematica - A me ha dato la sufficienza, perché ha visto il mio impegno - si tolse un paio di immaginari occhiali e concluse - il mio impegno continuativo nel copiare da Irene - e scoppiò in un' allegra risata che contagiò tutto il gruppo.
Suonò la fine dell' intervallo, ognuno tornò al proprio banco in silenzio, qualcuno con le spalle un po' curve, come se l' improvviso confronto con la realtà le avesse appesantite. Barbara Cavenaghi entrò, intuì i motivi dello strano silenzio e non ebbe il coraggio di affrontare l' argomento valutazioni. Preferì rispettare quell' impalpabile malessere che avvertiva nella classe e aspettare che i ragazzi trovassero da soli la forza di reagire.







Sara percorreva il corridoio col solito passo veloce, superò la bidella, che la salutò con un sorriso.
- Lei è sempre allegra eh ?! -
- Mia nonna diceva " Gente allegra il ciel l' aiuta " -
- E' vero, anche i ragazzi ,quando c' è lei, sempre allegri sono -
- Meno male - concluse Sara ed entrò in 3 ° C.
Distribuì le verifiche di grammatica.
- Scrivete subito il nome e fate particolare attenzione alla terza frase -.
Si sedette alla cattedra. Le piaceva osservarli durante le verifiche, ognuno aveva un modo particolare di procedere: Irene si era preparata matita e righello, con cui avrebbe delimitato periodi, frasi e complementi in un' ordinata composizione geometrica; veronica e Paolo avevano preparato i pennarelli colorati, con cui facevano fiorire un mosaico di cornici circolari, floreali e dentate; Cristian dopo un quarto d' ora aveva già trasformato il foglio in un campo di battaglia tra cancellature, bianchetto e macchie d' inchiostro.
Sara sorrideva. Dopo tre anni era talmente affezionata ai loro visi, ai loro gesti, alle loro battute, che riusciva ad interpretare i loro sguardi e perfino i loro silenzi. Dopo la consegna delle schede c' era un silenzio più attivo, più concentrato come se ognuno avesse deciso di lasciarsi alle spalle gli ultimi giochi infantili e fosse entrato in un' adolescenza dal volto un po' imbronciato, un po' confuso.
Anche le prove dello spettacolo avevano registrato una piacevole accelerata , come se tutti avessero capito che lo sforzo doveva essere collettivo, che non c'era più tempo per inutili, individuali, azioni di disturbo. Nell' ora successiva arrivò Barbara e mentre i ragazzi si rilassavano e spostavano i banchi le due donne si accordavano sulle scene da provare.
- Sai credo che non possiamo chiedere a Chicco di fare Mercuzio - cominciò Barbara.
- Perché no, muore nel primo tempo - osservò Sara.
- Sì, ma è troppo pesante, non riuscirà mai a imparare a memoria la parte di Fra Lorenzo e quella di Mercuzio -.
Giulia osservava le due insegnanti ed essendo abbastanza vicina per capire i loro discorsi, esordì velocemente:
- Prof. posso provare io la parte di Mercuzio? -
Sara e Barbara la guardarono stupite nessuna delle due aveva mai pensato a questa soluzione.
- Perché no ? - rispose Sara - Proviamo la prima scena di Mercuzio, Giulia sarà Mercuzio -.
Un brusìo si levò dalla classe, seguito da un gran silenzio.
Giulia si muoveva con grande sicurezza, con quel tanto di ironia che il personaggio suggeriva.
Barbara s' illuminò.
-Sì , sì, esagera, occupa tutto lo spazio, ripeti la battuta come se avessi in mano la spada. Alza l' altro braccio, affonda la spada -.
Giulia captava ogni suggerimento e lo rielaborava in un' interpretazione personalizzata.
Sara le nascose i capelli dentro il berretto di Paolo e le disegnò i baffi con una matita.
- Che ne dite ? - chiese, mostrando orgogliosa la sua creatura.
- E' perfetta - esclamò Cristian
- Sì - confermò Sara - credo che saremo costrette a darti la parte -.
Giulia saltò in alto e lanciò un immaginario pallone in un immaginario canestro.







- Facciamo due tiri ?-
Cristian per tutta risposta si mise a strapazzare il pallone violentemente, ma ciò non impedì a Stefano di impadronirsene e tirare in porta. Il palleggio continuò ancora un po' in silenzio, finché Cristian raccolse il pullover con le mani e lo lanciò a canestro. Fuori.. Allora farfugliò qualcosa tra i denti, girò i tacchi e fece per andarsene. Stefano lo raggiunse e lo bloccò.
- Ne vogliamo parlare ?-.
Stefano era l' unico tra gli educatori dell ' oratorio che era riuscito a stabilire con lui un rapporto positivo e costante. Cristian lo stimava. Era una di quelle persone, come la prof. Pittignani, che lo guardava dritto negli occhi e di fronte a cui il solito fantasioso castello di bugie si sgretolava.
- Non c'è niente da dire, è la solita storia: io sono un maleducato, non ho rispetto….-
- Chi è stata la Ariberti ? - azzardò Stefano.
- No, ma solo perché oggi non c' era, altrimenti….; no, il prof di tecnica. Io ero nel corridoio, avevo chiesto di uscire alla prof. d' inglese, ho detto " Buona giornata prof. " e lui " Mi prendi in giro ? " e io " No, non la prendo in giro assolutamente, non la posso salutare ? " " Ah, fai lo spiritoso ! Sei il solito maleducato, guarda che se non cambi atteggiamento resti in terza ".
- Sono le solite frasi per spaventarti - lo interruppe Stefano - ma se tu continui a impegnarti non possono bocciarti - .
Cristian abbassò gli occhi e Stefano cercò di leggerne i pensieri.
- Tu però non gli avevi consegnato le tavole , vero ? "-
- No, io gliele aveva consegnate, ma lui ha detto che facevano schifo. Non è colpa mia se non so disegnare…e poi poteva anche dirmi dove ho sbagliato anziché " fanno schifo " -
- Tu credi sempre di aver ragione ? Guardami in faccia quando ti parlo. Non puoi darti sempre delle giustificazioni. " Non è colpa mia " è una frase che mi ha stufato. Di chi è la colpa se non hai imparato a fare determinate cose ? Degli insegnanti che hanno cercato di insegnartele ? O tua che hai preferito fare lo scemo del villaggio per due anni ? -.
Cristian taceva. Come al solito Stefano l' aveva spiazzato. Cercò di cambiare discorso.
- Vado a casa, perché devo finire un tema - .
Stefano si rese conto di aver calcato un po' la mano.
- Come va con la ragazza ? - chiese per sdrammatizzare .
- Male, mi ha mollato -.
- Perché ? -.
- Perché una che non si fa mai i fatti suoi è andata a dirle che io stavo con lei solo per prenderla in gira e che andavo dietro a un' altra, che non è assolutamente vero, lei non mi ha creduto e così mi ha lasciato -.
Stefano lo guardò con tenerezza. Sarebbe stato facile sottolineare che era difficile credere a un bugiardo come lui. Troppo scontato. Preferì aggirare l' ostacolo. Lo prese sotto braccio.
- Ti ho mai raccontato della Paola, la ragazza che avevo prima di Stefania ? -.
- No - rispose Cristian con gli occhi attenti.
Si sentiva sempre felice quando Stefano gli faceva qualche confidenza sulla sua vita privata, erano gli unici momenti in cui gli sembrava di essere " alla pari ". I professori lo trattavano con diffidenza o condiscendenza, molti compagni lo evitavano e i genitori…beh meglio non pensarci.
I due ragazzi andavano avanti e indietro nel cortile, scoppiando ogni tanto in sonore risate. La rabbia era passata e Cristian sentiva di nuovo fiducia in Stefano e forse anche un po' in se stesso.
Salutò l' educatore e si allontanò in bici. In casa lo accolse il solito pesante silenzio, il padre era uscito per lavoro e la madre sarebbe tornata verso le sette. Accese la tv, zippando nervosamente tra i canali. Doveva fare il tema, ma non ne aveva voglia. Guardò l' orologio: erano già le sei. Doveva assolutamente fare quel maledetto tema prima che tornasse la mamma, altrimenti l' avrebbe costretto a farlo con lei di fianco: la cosa più tremenda del mondo. Qualsiasi cosa scrivesse per sua madre non andava mai bene. Spense la tv e si sdraiò sul letto ad ascoltare musica.
Nella stanza buia luci improvvise arrivavano dalla strada e disegnavano sul soffitto strane forme, che la sua fantasia componeva in infiniti giochi mentali. Aveva la testa piena, come una macchina fotografica impazzita: un flash dopo l' altro vedeva gli insegnanti, le facce dei compagni, campi pieni di fiori, il foglio bianco del tema, la madre arrabbiata, il padre bonario, il film della sera precedente. La testa gli faceva male. Accese la luce e cercò di scrivere qualche frase. Le rilesse, le cancellò, incapace di trovare un accordo tra i verbi, tra i concetti che non riusciva ad esprimere.
Come faceva ad esprimere le sensazioni provate tante volte quando compagni, invitati a studiare, avevano rifiutato perché le madri non volevano.? Non volevano che i loro bravi bambini perdessero tempo con lui, l' ultimo della classe. Avevano paura che passassero troppe ore da soli a giocare anziché studiare. Che cosa poteva scrivere di quanto fossero lunghi i suoi pomeriggi davanti alla tv o alla playstation ? Non sapeva di che cosa parlare. Non si azzardava a raccontare i tre anni d' inferno che aveva vissuto in quella scuola, dove la maggior parte degli insegnanti lo considerava un imbecille, un bugiardo, un fallito.
Poi si dimenticò di verbi e punteggiatura, lasciò che quella rabbia, cresciuta in tutta la giornata, uscisse come un' onda incontenibile e scrisse, scrisse, scrisse per un' ora, poi senza rileggere buttò il foglio nello zaino e si sdraiò sul letto, dove, finalmente, cominciò piano piano a piangere.

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