Incontri
Roberta Bedosti - 28-01-2004



" Petrini, guarda che mancano solo 20' alla consegna.." gracchiò la prof. di matematica, passando tra i banchi col solito sorrisetto sadico, stampato sulla faccia.
" Befana " pensò Giulia, tormentando sotto il banco la pallina antistress " attenta che non ti scoppino le labbrone" e cercò di immaginare le risate della classe se si fosse sgonfiato qualcosa di quel mostriciattolo siliconato, che si muoveva come un dinosauro sui tacchi a spillo.
Giulia era quasi alla fine del compito, ma temeva che qualcosa fosse sbagliato. Cercò di lanciare un s.o.s. a Irene, che aveva, beata lei, già finito e stava leggendo Harry Potter, nascosto sotto il libro di storia. Gli occhi dell' amica dicevano " troppo rischioso ".

Ci sarebbe voluta proprio un po' di magia, ma Giulia non possedeva né le conoscenze di Hermione né la bacchetta di Harry, anzi una comune espressione algebrica bastava a metterla k.o.
Si era spesso chiesta a che cosa servisse l' algebra e, non avendo trovato una risposta soddisfacente, l' aveva salvata come " inutile " nello stesso file di aritmetica e geometria. Non sapeva se il suo odio per la matematica derivasse dalla materia stessa o dall' insegnante. Ormai nei suoi peggiori incubi numeri e lettere finivano stritolati da enormi, carnose, rosse labbra di parentesi graffe oppure, alla fine di labirinti numerici, si trovava di fronte ad un ' immensa, ghignante prof. di matematica.
Scarabocchiò ancora qualche numero, che cresceva a dismisura, senza possibilità di semplificazione, poi chiuse gli occhi e strinse i pugni, gridando " aiuto " con tutta la forza del suo pensiero e.. fu allora che la porta si aprì ed entrò la preside con un alunno straniero. Fulminea Irene le passò il foglietto miracoloso e Giulia si buttò a copiare. Veloce, più veloce, senza riflettere, quasi senza respirare, mentre " Rashid El qualcosa " veniva adeguatamente presentato alla classe, col solito cerimoniale di " " Una corsa col tempo, ancora pochi secondi e sarebbe suonata la campana.
" Rashid potrà raccontarvi molte cose interessanti del suo paese" La campana…" Accidenti ancora una riga ", ma la preside continuava imperterrita " verrà seguito per alcune ore dagli insegnanti distaccati ". La prof. Ariberti annuiva compunta.

" Finito ! finito ! " Giulia alzò gli occhi, incrociò lo sguardo divertito del nuovo compagno, che sembrava avere intuito benissimo la sua posizione irregolare e le lanciò un sorriso di complicità. Sulla porta comparve la prof. di lettere.
" Ora Rashid ti lascio in buone mani " e mentre la preside sussurrava qualcosa alle due insegnanti, Giulia riuscì finalmente a ringraziare Irene. La consegna dei compiti fu veloce e indolore. La Ariberti, occupatissima a chiacchierare, non si accorse di nulla e uscì dall' aula.
Rashid andò a sedersi silenziosamente vicino a Giulia, che si guardò bene dal dire che il posto era occupato. Le prof. avrebbero sistemato altrove quell' antipatico Paolo e accolse il ragazzo col suo solito affettuoso entusiasmo.






" Certo che quel Rashid è stato proprio una manna dal cielo: ero in panico totale ".
" Drammatizzi sempre, forse non era così terribile "
" Scherzi ? Senza il tuo biglietto sarei stata spacciata". Giulia finse una morte per asfissia ed entrambe scoppiarono a ridere.
" Allora, vieni domani a vedermi giocare ? "
" Forse " rispose Irene con poco entusiasmo " se non devo tenere mio fratello ".
" Porta anche lui " incalzò Giulia " non mi dirai che si annoia a una partita di basket !"
Erano arrivate davanti alla casa di Irene, ma la ragazza non si decideva a staccarsi dall' amica, come se varcare quel cancello le costasse uno strano sforzo.
" Se non potrò venire non ti arrabbierai vero ? " azzardò Irene quasi timorosa.
" Come se non lo sapessi che ti rompi le scatole alle partite, a meno che….. non ci sia… "
" Finiscila di dire cavolate " sibilò Irene, poi spinse il cancello con decisione, s' incamminò nel vialetto e salutò l' amica, con la mano alzata, senza voltarsi.
Giulia si mordicchiò un ' unghia e si allontanò in fretta. Non aveva mai pensato che Paolo, anzi per lei " l' odioso Paolo ", potesse coinvolgere tanto l' amica che sembrava non avere altri interessi al di fuori dello studio.
" Che cosa ci troverà Irene in quel bulletto ?" continuava a rimuginare " glielo regalerei volentieri come compagno di banco. Forse ho esagerato, le telefonerò ", poi entrò nel parco e lo attraversò di corsa, non volendo perdere l' occasione di fare un po' di fiato.






Irene girò la chiave e, ancora sulla porta, gridò:
" Mamma, ci sei ? ". Nessuna risposta.
Buttò lo zaino in camera, passò veloce davanti allo specchio: " Troppo magra " pensò e, avvicinando la faccia allo specchio, si fece una smorfia di disapprovazione. "Pallida, sempre pallida, sembro una bambina di 10 anni ". Provò a raccogliere i capelli con una mano, lasciandone cadere qualche ciocca, come da spot pubblicitario, ma si trovò così patetica che esplose in una grande risata liberatoria. Mise il piatto nel microonde e accese la radio. Il suo programma preferito era già iniziato. Oggi si parlava della lavorazione dei tappeti e dei loro piccoli schiavi: ore e ore di lavoro per qualche spicciolo. Quando in classe avevano letto dei bambini impiegati nelle fabbriche inglesi durante la rivoluzione industriale, anche lei aveva provato un po' di pena, ma poi si era distratta, come se la distanza temporale giustificasse la superficialità. Ma ora le voci erano vere, i bambini erano lì, adesso, e parlavano di una realtà che non riusciva neppure a immaginare.
Squillò il campanello e suo fratello si catapultò in casa parlando, ridendo, rotolandosi sul tappeto e lei non ebbe neanche il coraggio di sgridarlo. Si sedette a mangiare sul divano, di fianco a lui e gli concesse di guardare i suoi cartoni preferiti, senza alcuna contrattazione.
Quando spensero la tv, Irene si rese conto che da quando sua madre aveva cambiato lavoro in casa c' era un silenzio innaturale e, benché si sforzasse di scherzare col fratello, le mancava la sua presenza. Una presenza discreta, ma importante: una mela sbucciata, un bicchiere di latte, un' occhiata rassicurante. Nessuna radio , nessun CD riusciva a riempire quel vuoto.
" Irene c' è la mamma al telefono" urlava suo fratello dal soggiorno. Gli strappò il cordless dalle mani e lo portò nella sua stanza come un oggetto delicato e prezioso.
Tornò allo studio più serena, quasi sentendosi in colpa per essersi abbandonata a una inutile commiserazione: doveva crescere, diventare più forte. Di nuovo il telefono. Sicura che fosse Giulia, si mise comoda sul letto, pregustando una delle solite lunghe chiacchierate.
" Ciao Irene, sono Paolo. Potresti darmi i compiti di oggi ? ".
La ragazza avvampò e tuffò la testa nello zaino alla ricerca del diario:
" Eh..sì. Come stai ? " riuscì a farfugliare.
" Alla grande, ho evitato il massacro di matematica. Com' era ? Facilissimo per te vero ? "
" Non era molto difficile " tagliò corto " comunque la bella notizia è che la prof. non ci ha dato compiti ".
" Cosa ? La Ariberti ? Vuol dire che anche le iene hanno un' anima ? "
" No, vuol dire che è arrivato un nuovo alunno straniero e non ne ha avuto il tempo ".
" Un altro ?! Un vo' cumprà o un sì signora, io vengo di Pechino ? ".
" Non sei per niente spiritoso, se…."
"Ma piantala, non si può neanche scherzare. Con chi l' hanno messo in banco ? "
" Con Giulia ".
" E vai ! Così quando torno mi mettono da qualche altra parte. Non ci sarebbe un posticino vicino a te, così mi fai copiare mate? "
" Viva la sincerità !".
" Beh… volevo dire che.. sì, insomma mi piacerebbe anche farti fare qualche risata, sei sempre così seria".
" Se vuoi ridere non hai che da scegliere: c' è Samanta che ride prima che tu apra bocca, c' è Paola che ride dopo dieci minuti, c'è… "
" Ma dai, quelle sono oche starnazzanti, tutte impiastricciate per far colpo sui bulli ingellati. Se vengo in banco con te ti faccio il ritratto".
" Davvero ? " . Gli occhi di Irene cominciarono a brillare.
" Certo, sai che sono bravo in artistica "
" Sì è vero, ho visto il ritratto della prof. di tecnica ".
" Quella era una caricatura, posso fare di meglio "
" Irene " piagnucolò Chicco dalla cucina " Irene mi sono bruciato ".
La ragazza schizzò in piedi:
" Ti devo lasciare, s.o.s. da mio fratello. Cerca di guarire ".
Si precipitò in cucina, dove il fratello in piedi su una sedia, stava cercando di prendere un pezzetto di torta dal microonde.






" Paolo è possibile che lasci tutto in giro ? "
la voce della madre si stava pericolosamente avvicinando alla stanza, il ragazzo prese alla rinfusa jeans, magliette, giornali e li gettò nel magico cestone di vimini, che troneggiava di fianco alla scrivania. La porta si spalancò.
" E' inutile che nascondi tutto lì dentro, guarda che stanza ! ".
" Mamma finiscila di brontolare ", si alzò di scatto e provò ad abbracciarla.
" No caro, non funziona: tu adesso metti in ordine questa roba, altrimenti niente soldi sabato, nisma, nada" fece per uscire, ma si girò e rincarò la dose:
" E poi mettiti a studiare ? E' possibile che tu abbia solo da disegnare ? "
" Mi ha appena dato i compiti Irene, non c'è niente di nuovo ".
" Ah sì ? E allora ripassa " il vecchio ". Sono stata dalle prof. di inglese e di matematica: hai solo insufficienze ! ".
" Ma sì, le rimedio subito, Irene ha promesso di aiutarmi ".
" Figurati se una come lei così perde il tempo con uno svogliato come te? "
Paolo continuò a disegnare senza alzare gli occhi.
" Irene… è…. una ragazza in gamba ".
" Ah c' è del tenero?.. Beh, se non ti dai una mossa, ti bocciano e se ti bocciano, vai in officina con tuo padre, altro che liceo artistico " e finalmente uscì.
Paolo vuotò il cestone per terra e fu così che su un foglietto a quadretti, tra un CD e un Tex, spuntò un ritratto di Irene, che nascose velocemente nel quadernone di matematica.
Si avvicinò alla finestra. I giardinetti, al primo sole di marzo cominciavano a popolarsi di esserini urlanti e nonni premurosi. Una bimbetta riccioluta si era piantata, gambe aperte e mani sui fianchi, di fronte a un mingherlino che stringeva una palla, come un tesoro rubato. Lei sembrava molto sicura delle parole di fuoco che gli sparava in faccia, poi fece un secco dietro front e si allontanò, sistemandosi la mollettina tra i capelli. Il bimbetto restò lì, perplesso, con la palla, che non aveva più alcuna attrattiva e non trovò niente di meglio che seguirla, rassegnato e consegnarle la mitica sfera.
Paolo scoppiò a ridere.
" Però, chissà perché le femmine , fin da piccole, sanno quello che vogliono e noi facciamo sempre la figura dei " pisquani".
Pensò alle sue compagne, qualcuna aveva l' aria petulante della ricciolina cresciuta, Ines la settimana scorsa gli aveva urlato " Sei solo un cretino, non passerai l ' esame coi muscoli " e Isabella, l' amica del cuore, aveva aggiunto " Sei proprio fuori. Faranno bene a bocciarti ".
Tutto per uno scherzo innocente: una caricatura di Ines suonatrice di violino.
" Ma sì, in fondo chi se ne frega di quello che pensano quelle due lecchine " e tornò al suo disegno.
La sua mano scivolava da sola sul foglio, non sapeva bene che cosa stesse facendo, ma le linee si annodavano ad altre linee, i colori chiamavano colori, fino a comporre un delizioso labirinto iridescente.


continua
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