Napoli europeista nell'Italia fascista
Giuseppe Aragno - 23-02-2012
Dallo Speciale Il tempo e la storia



Ho una storia da raccontare: riguarda l'Europa, l'Italia fascista e Napoli soprattutto, icona della "città di plebe", formicaio "di pitocchi, scugnizzi, prostitute e camorristi", come la vide da giovane Labriola e quasi la fissò nel tempo: "un invito permanente a rivoltarsi, insorgere, levarsi contro tutti" che, se qualcuno l'accoglie, si fa "fuoco di paglia": vampata nobile d'incendio e nulla più. Così fu la breve stagione del '99, così le Quattro, ardenti giornate del '43.
Davanti ho carte d'archivio. Lasciamole parlare. Per sentito dire, tutti più o meno sanno di Spinelli a Ventotene; di un'Europa dei popoli per la quale finisce nel carcere fascista un manipolo di soldati napoletani del Genio, spediti in Libia tra il '38 e il '39, mentre l'altra Europa, quella tutta banche, Borse, aziende, mercato e profitto, affila le armi, pronta a mandare i giovani al macello, questo no, questo non lo si sa, nemmeno per sentito dire. Nessuno ne ha mai parlato, nessuno ci fa convegni e non c'è una via che li ricordi; si fa fatica a crederlo, ma è vero. Napoli, sì. Napoli europeista durante il fascismo e una "società segreta" che non si quota in Borsa, non si occupa di spread, non fa compravendita di titoli, ma ha altri valori: un ethos europeista, che - fatta salva la pace del mercato - ha un orizzonte più vasto. I nomi forse contano poco, ma è giusto farli: Ciro Reale, Salvatore Maraffa, Russo Giovanni, Antonio Ottaviano, gente di cui non s'è parlato mai. Ricordiamoli perciò, facciamogli festa, troviamogli un po' di spazio nei "salotti buoni", dove ci si riempie la bocca di "storia e memoria".
Soldati del Genio, gente che non fa politica per mestiere, eppure finisce "sovversiva" per amore di libertà, e questo assai spesso si paga. Gente che l'ha capito in anticipo sui tempi: contro ogni guerra, anche quella economica che spesso preannuncia i bombardamenti, i popoli hanno una sola via. E non è l'Europa delle agenzie di rating, del debito e della democrazia sospesa. No, è proprio il contrario e ce l'hanno chiaro: è l'Europa della solidarietà che s'erge a baluardo dei diritti. Per questo hanno fondato una società segreta, chiamandola semplicemente "«Europa» per non confonderla con partiti o sette" e perché sia chiara l'ispirazione unitaria di un progetto che, in fondo, ha un solo scopo: far nascere "Stati europei [...] unificati per la pace e il benessere dei popoli".
Nel mirino hanno Hitler e Mussolini,"i due compari", come li chiamano i nostri bravi soldati antifascisti, e di nascosto fanno propaganda. Intendono "dare tutte le energie per conseguire l'unità degli Stati Europei, così come la sognava il grande Mazzini, del quale oggi è scomparsa la memoria". Giornali d'opposizione non se ne trovano e si fanno opuscoli e volantini, ma si sa, chi non sta zitto, finisce male: il potere sa quando e come colpire.
Ce l'hanno con Hitler, ma soprattutto con Mussolini di cui, scrivono in un opuscolo, non c'è da fidarsi, perché i lunghi anni spesi a seminare odio fra i popoli d'Europa, lo aiutano a giocare una pericolosa partita personale. Il Duce, annotano preoccupati i giovani europeisti, accecato completamente dall'ambizione, è "entusiasta di sentirsi appoggiato dalla Germania, pur sapendo che domani il popolo tedesco sarà più forte del nostro e potrebbe avere il sopravvento sull'Italia". Hitler e Mussolini, quindi, ma è questione di momenti storici e di contesti. Ognuna delle loro parole e delle loro idee si potrebbe utilizzare oggi per la "nostra" Europa, quella che affama i greci, chiude i giornali e ha fastidio della democrazia.
Pedine d'un gioco forse più grande di loro, ma lucidi quanto basta, per capire dove vadano a parare i generali, le armi acquistate nonostante la miseria e certi trattati pericolosi in cui gli interessi della finanza vengono prima delle persone, essi hanno in mente una Federazione di Stati in un'Europa libera, con una sola lingua e un'unica moneta. Un'Europa nemica della guerra e di una divisione della ricchezza che è così ingiusta, da "distruggere i nobili sentimenti della solidarietà per inculcare l'odio". Non temono i tedeschi, questi bravi soldati. Temono i ceti dirigenti d'una Germania egoista che, cito testualmente, "ora si finge amica dell'Italia" e sarà poi "una potenza che sottometterà gli Stati minori". La centralità d'un europeismo antifascista, che coinvolge immediatamente i popoli e li coalizza contro ogni forma di terrore, in una unione politica fondata su principi di solidarietà economica, contro lo strapotere del mercato e il rischio d'una perniciosa separazione dei cittadini dalla politica - che in ogni età della storia, al di là della qualità degli uomini, è connaturato a un governo di non eletti, in un Parlamento di "nominati", che mette mano ai diritti - questi sono i pilastri dell'Europa per cui si battono i nostri isolati e animosi genieri. Sono, pochi, è vero, ma guardano avanti e disegnano tutt'intero un mondo. Non l'Europa d'oggi, però, priva di una Costituzione che abbia superato la prova del voto, che è scelta collettiva, e faccia sentire il peso specifico della storia e dei suoi succhi vitali. In tempi che non sono poi così lontani, finiscono in catene davanti al Tribunale Speciale fascista, ma oggi si troverebbero di fronte a Parlamenti sempre più delegittimati; oggi sarebbero in Grecia, contro gli interessi di un nuovo polo imperialista, col partigiano manganellato che un tempo, a rischio della vita, sfidò la furia nazista e ammainò la bandiera con la svastica dal Partenone.
I tribunali non bastano a piegare i popoli e le armate prepotenti scatenate contro i diritti se li trovarono ovunque contro. Qui, a Napoli, Antonio Ottaviano prese le armi e salì sulle barricate della Quattro Giornate. Dietro c'era Rosselli, un europeista che aveva pagato con la vita la sua coraggiosa preveggenza: noi non vinceremo domani, ma vinceremo!
Sento dire che si lasciano morire giornali. Mi domando se non si debba tornare agli opuscoli clandestini e mi ricordo di Gaetano Arfé, partigiano, storico, giornalista e senatore, collega di Monti e di Napolitano. Negli ultimi anni della sua vita ripeteva, orgoglioso e ahimè, quasi profetico: "torneremo al ciclostile". E quando gli parlavi di "liberali", lui, ch'era stato allievo di Croce, si levava il cappello poi, ironico e tagliente, borbottava: va bene, sì, Dio solo sa, però, quante volte i "liberali" hanno ammazzato la democrazia.

Uscito su "Repubblica - Napoli" il 3 marzo 2012
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 Giuseppe Annulli    - 26-02-2012
Una bella "testimonianza" a documentazione che, e ciò vale per tanti luoghi comuni e stereotipi sociali, Napoli e i napoletani non sono stati e non sono solo quello che si è detto e si continua a dire in negativo, ma, anche, generosità e senso civico, passione sociale e desiderio-azione per il cambiamento. Non vorrei entrare in questioni di partito (politiche si) ma mi pare di poter affermare che anche la Napoli attuale ha qualcosa di insegnare, e lo sta facendo, agli altri cittadini italiani.
Sui "liberali", e soprattutto sul liberalismo economico, invece, il mio giudizio è completamente negativo e la situazione attuale è sotto gli occhi di tutti, tranne di quelli che o non vogliono vedere o non hanno occhi per vedere. Solo due esempi per spiegarmi: il blocco delle grandi opere (sacrosanto) e la conferma dell'acquisto degli aerei per la difesa (un eufemismo!!!); il no alle olimpiadi a Roma (sacrosanto) e la marcia indietro sulla diminuzione della pressione fiscale. Due decisioni giuste e due sbagliate. Non mi pare che sia un granché!!!