Una seconda vita per la formazione
Benedetta Cosmi, Roberto Maragliano - 24-03-2009
La scuola e l'università vogliono i bravi o i Don Abbondio? "Ripetere i giudizi del Sapegno con la faccia d'uno che i testi se li è letti sull'originale. Li confronta tra loro e li giudica. I professori si contentano che si ripeta quello che dice lui": c'è bisogno di dirlo? Sì, è la (famigerata) Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana, del 1967. Sono passati tanti anni, ma sempre lì siamo. Una scuola come questa (e come quella) non serve a niente, peggio: annienta. Eppure è anche quella scuola lì, quell'idea di scuola che si vuole salvare quando si grida all'invadenza dell'e-learning e delle "nuove tecnologie". E allora, si cambi registro! Ammettiamolo: le tecnologie nella didattica sono un supporto rivoluzionario, non fosse altro per la capacità che hanno di portare alla luce il ridicolo di certe pratiche scolastiche, di certi riti di classe (in tutti i sensi). Addomesticare i media? Non se ne parli proprio. Immaginate: "Vai al podcast"! E poi, perché? Per far leggere i giudizi di chi ha letto chi ha letto Manzoni? Il problema è culturale prima che tecnologico. Questa scuola, questa università non danno istruzione, tantomeno formazione. Non lo fanno (o lo fanno male) gli uomini e le donne che ci lavorano. E' colpa loro? Sì e no. Decidete voi i pesi specifici.
Oggi molto dell'investimento sembrerebbe nel "moto a luogo". Ma scuole e università dove stanno andando? Per anni si è cercato forsennatamente il nuovo, senza dirsi che era. Adesso si cerca altrettanto forsennatamente di tornare ai fondamenti, senza dirsi che sono. E allora? Allora le cose facciamocele dire dal mondo, che oggi è soprattutto il mondo dei media (ma anche ieri era così: quante cose uno imparava dalla lettura? E quanto poche dall'esperienza?).
Virtuale è, piuttosto, nella situazione presente, la possibilità di dialogo all'interno di un'ora di lezione scolastica: i 60 minuti che iniziano con un appello teso ad accertare una presenza che poi sarà richiesta "solo se interrogato" (per richiamare un titolo di Domenico Starnone) e che finiscono nell'indifferenza. Tutto qui. Non è allora il caso di chiedersi se il cuore della questione stia proprio nella distanza che dovremmo prendere dal paradigma della "lezione frontale"?
"Vuoi mettere?" obiettano i difensori della "presenza". Ma una volta per tutte ci vorranno dire cosa c'è mai di educativo nello stare zitti e buoni e fermi ad ascoltare, senza poter mai interagire, senza scambiare idee, impressioni, convinzioni con i pari, cosa di educativo, dall'altra parte, nel parlare parlare parlare senza interlocutori reali, ma fingendosi interlocutori che si concretizzeranno solo in sede di esame? Basterebbe citare le dinamiche che vivono quanti ricorrono a Second Life, quelli della generazione XP, per capire che vince chi negli spazi dello svago sa giocare la partita della cultura socializzata, condivisa, costruita assieme passo passo. La scuola di oggi, che ha impiantato la sua essenza in effimere pratiche, entrerebbe in crisi nel suo stesso assetto, se dovesse prendere atto di questa realtà. E con quella i docenti presenti e della presenza.
Ma tant'è. Dobbiamo garantirci il "recupero" e i tempi supplementari: l'industria culturale, anche quella che non mette in bilancio lo sviluppo del carattere, gioca un ruolo nella formazione, lo si voglia o no, lo voglia o no la scuola. Se questa è nata e continuamente rinasce come formazione non in presenza (lettura, cinema, tv, web), quella è nota, almeno per chi ne è parte, per la noia che ingenera: con Vittorio Alfieri, "insipidità di così fatti studi. Vergognosissimi perdigiorno".
"Sapere" viene da assaporare, e pure "consumare" ha a che fare con l'aspetto positivo del far proprio, dell'incorporare (quante calorie culturali ognuno di noi assume e consuma ogni giorno? E dove e come?). Ricordarcelo va a sconvolgere i canoni del "pubblicare", nell'accezione di rendere pubblico il sapere, e di fatto sconvolge i luoghi comuni dello studio, del "senso". Vien voglia di dire: "Vogliamo anche noi gli Starbuks", prendendo nome e immagine dalla catena statunitense dove il caffè è solo una porzione minima dell'esperienza di "consumo". Come e più del caffè l'educazione è, deve essere luogo di incontro. Starbucks ha rivoluzionato le forme della socialità: ha riempito un vuoto diventando il terzo posto, dopo casa e lavoro, nelle tassonomie degli antropologi che si interessano delle vie della cultura, un luogo "dove la gente vuole stare sola ma ha bisogno di compagnia per farlo". È questo il vero ingrediente speciale, l'x factor dell'essere "colti" nelle società di massa: il "fare rete" (in fondo la tv per anni ne ha garantito una condizione minima, a modo suo, ma pochi tra gli intellettuali di grido l'hanno capito: forse perché troppo impegnati a gridare).
E allora: una scuola, un'Università che non abilitano alla "comunicazione" non le vogliamo davvero, né possiamo permettercele, oggi. "Le biblioteche chiudono prima di cena, non si può rimanere oltre la fine delle lezioni, gli studenti chiedono l'apertura serale fino alle 23, non ci sono posti dove stare insieme discutendo": si dia ascolto a queste voci, non sono rumori, sono musiche, e piuttosto si mettano nel sottofondo (o addirittura si azzerino) i rumori sulla "serietà da riconquistare" (ma quando mai?!).
Ammettiamolo: allo stato attuale, Internet appare e di fatto è l'unico luogo aperto alla ricerca, l'unico che accoglie sempre la domanda. Del resto, è a questa enciclopedia vivente e di vita che rimanda l'istruzione ("fate una ricerca su..."), pur non avendo una strategia adeguata nel settore del sapere condiviso, e permettendosi addirittura di disprezzarne o ignorarne il valore (l'una cosa da vedersi come conseguenza dell'altra). Dobbiamo dunque permetterci e permetterle di scoprire e far scoprire il senso dell'avventura ermeneutica, quello stesso senso, quella stessa sensazione che caratterizzano lo stare consapevolmente al mondo oggi, al mondo dei e nei media, Se un ministro decide di passare tramite un canale ufficioso e alternativo come YouTube per riparare ad una mancanza di comunicazione, e se lo fa con le rigidità espressive di una circolare, vuol dire che ne siamo ancora molto lontani da questo obiettivo, vuol dire che qualcosa di molto grosso continua a non funzionare nel modo di agire, di pensarsi e di autorappresentarsi delle istituzioni formali! Non è assurdo o immorale che si pensi ad una scuola, ad una università capaci di ascoltare le voci del mondo, e disponibili a diventare luoghi di confronto, dialogo, pure di piacevolezze. È solo fuori del tempo. Bene, vogliamo essere fuori di questo tempo.

PS. Come può essere che un prof. universitario ex sessantottino e una neo laureata abbiano le stesse idee su scuola e università? Può essere. Dipende dall'immobilismo di quelle strutture.


L'articolo è apparso su Nim

Tags: scuola, università, formazione a distanza, virtuale, lezione, internet, media


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