Scuola: ruolo sì, ruolo no.
Aldo Ettore Quagliozzi - 20-02-2009
Ruolo sì, ruolo no. Passa anche attraverso questo annoso, infruttuoso discutere del dilemma l'anomalia del bel paese. All'inizio degli anni settanta del secolo ventesimo feci il mio ingresso nel mondo della scuola come docente incaricato. In quel tempo la stabilizzazione dei docenti veniva affidata a corsi speciali di formazione - i famigerati corsi abilitanti - e all'emanazione di leggi allo scopo varate dal parlamento del bel paese. Non che non si sentisse la necessità di stabilizzare e garantire le numerosissime figure del mondo della scuola. Personalmente mi impegnai ed appoggiai anche sindacalmente le organizzazioni confederali che allora si batterono, vittoriosamente, per l'ambito traguardo di stabilizzare il personale tutto della scuola. Ma qui affiora l'anomalia del bel paese. Norme legislative allo scopo pensate per garantire stabilità e diritti ai lavoratori della scuola - che così si definivano in quella leggendaria epoca gli insegnanti del bel paese -, quelle norme o leggi che dir si voglia non contenevano di certo al loro interno codici codicilli o sottocodicilli che garantissero agli inadeguati all'insegnamento di raggiungere e mantenere la tanto agognata condizione di docenti di ruolo. Almeno nello spirito di quelle leggi di sanatoria non esistevano indicazioni precise in tal senso. E' vero che con quei famigerati corsi abilitanti all'insegnamento - corsi che in fondo accertavano solamente la competenza disciplinare se c'era e giammai le competenze didattiche o pedagogiche - è vero dicevo che con quei corsi e con quelle leggi si sanavano antichissimi stati di precarietà, ma quelle stesse leggi non si ponevano affatto l'obiettivo di verificare la idoneità e la competenza psico-pedagogica degli aspiranti al ruolo di insegnanti. Vigeva allora, ed è rimasta in vigore sino agli ultimi anni della mia attività scolastica, una sottaciuta politica della " massima occupazione " proprio all'interno del mondo scolastico. Una politica della " massima occupazione " che aveva invisa la necessità, o meglio il dovere primo, di accertare le qualità e le capacità di comunicazione degli aspiranti al ruolo. Non voglio con ciò asserire che siano passati per questa via lo sfacelo e l'irrilevanza oggi della scuola pubblica del bel paese. Anche allora, infatti, si aveva un bel dire, da parte dagli spiriti più pensosi nei più vari consessi, della necessità di verifiche iniziali ed in itinere per il personale docente della scuola pubblica. Un discorso mai passato, anzi osteggiato a tutti i livelli. Un discorso schernito nella mia stessa organizzazione sindacale confederale, all'interno della quale i proponenti tali necessità e prospettive venivano bollati come nemici capitali dei lavoratori dell'universo mondo. Così andarono le cose in quegli anni e in quelli a venire più recenti, con le conseguenze che oggigiorno sono sotto gli occhi di tutti. Lo stato raggiunto di insegnanti di ruolo, in fondo, non avrebbe dovuto proteggere affatto le " persone folli, o troppo irritabili, o depresse, o addirittura ignoranti " come ne ho incontrate nella mia lunga trafila d'insegnante, ché gli strumenti esistevano, ed esistono, anche allora per un loro allontanamento. Ma nell'anomalia del bel paese, fatta e impastata sin nelle midolla di pressappochismo, faciloneria nello svolgimento delle pubbliche mansioni, finto pietismo, intolleranza delle regole e delle prescrizioni tutte, familismo il più sfacciato ed immorale, cameratismo lassista, dove significativamente vige il detto e non detto " tengo famiglia anch'io " come regola principale di comportamento anche nella gestione delle cose pubbliche, in questa anomalia che tutto permea e snatura, nella mia personale esperienza, di carissimi sin quanto si voglia colleghi inadeguati e quindi irresponsabili nella conduzione delle classi, non ne ho visto uno e dico uno solo che sia stato allontanato prontamente dal sacro scranno conquistato in virtù dei meccanismi legislativi di quegli anni. Quando ciò si sia verificato, lo si è dovuto sempre per l'insorgenza dei familiari, per denunce di gravi fatti avvenuti all'interno delle aule con classi non governate o mal condotte, e spesso anche a seguito di fatti traumatici che ponevano a rischio l'incolumità dei docenti stessi inadeguati e degli alunni loro affidati. Non ricordo di una sola iniziativa che sia partita direttamente dall'interno della scuola e dai suoi rappresentanti più altolocati, una volta posti essi di fronte all'evidenza più smaccata. Oggi si ritorna a dibattere del ruolo sì, del ruolo no. E se ne discute animatamente anche nei palazzi del governo, e se ne discute oggi con la visione aziendalistica propria di una destra decisionista quanto si voglia ma che non possiede le coordinate culturali per dipanare un groviglio di dimensioni enormi. E tanto per ricordare qualcosa di questa destra al governo, mi soccorre la fantasmagorica evanescente scuola delle tre " i ". Ne ha scritto nei giorni passati su di un supplemento del quotidiano " la Repubblica " Umberto Galimberti con una corrispondenza intitolata " Professori fuori ruolo ". Ne trascrivo di seguito le parti essenziali discordando dall'illustre Autore sulla " a-storicità " del Suo dottissimo ragionare, dottissimo ragionare che per gli altri aspetti faccio pienamente mio. Per la storicità dei fatti e per come si sono venuti evolvendo nel mondo della scuola pubblica del bel paese, ho fatto appello alla mia modesta esperienza, alla mia manchevole dottrina ed alla mia memoria per fortuna ancora fertile e presente.

"Scrive Domenico Starnone: 'La scuola è un luogo dove non abita più la passione per la vita. Se quella passione c'è, si manifesta al massimo come arte retorica di docenti più o meno motivati che arringano studenti annoiati'. ( ... ) ... oltre alle raccomandazioni c'è un altro male che non consente di promuovere i migliori. Questo male si chiama 'ruolo', a cui si accede dopo un concorso che, nel caso della scuola, accerta le competenze culturali dei futuri insegnanti, senza la minima verifica dei dati di personalità (in cattedra vanno anche persone folli, o troppo irritabili, o depresse, o addirittura ignoranti), delle capacità di comunicazione facilmente verificabili, e soprattutto dell'attitudine ad affascinare i ragazzi, coinvolgendo la loro emotività, perché l'apprendimento e l'applicazione passano per quel canale. Queste tre caratteristiche, che sono essenziali nelle pratiche di insegnamento, e comunque non meno importanti delle competenze culturali, non sono soggette ad alcuna verifica. Superato il concorso, anche l'insegnante sprovvisto di queste capacità, per effetto del 'ruolo', resta in cattedra tutta la vita, nonostante sia a tutti nota l'insofferenza della classe, il giudizio dei colleghi e l'opinione che se ne sono fatta i genitori degli alunni. Basterebbe invece raccogliere queste informazioni e sostituire l'insegnante inadatto con uno capace. Ma per questo occorre abolire il ruolo, ossia la permanenza a vita di chi ha superato il concorso. Si dirà che in questo modo gli studenti potrebbero, col loro giudizio, allontanare dall'insegnamento i professori più esigenti a favore di quelli di 'manica larga'. Non credo, perché i giovani non disdegnano l'impegno, purché a richiederlo siano personalità autorevoli che li abbiano opportunamente motivati. E così, per salvaguardare il 'ruolo', che lega le mani ai presidi e immobilizza la scuola, si abbandonano generazioni di giovani alla demotivazione, al disimpegno, e persino al bullismo, che è direttamente proporzionale alla disistima che gli studenti nutrono nei confronti dei loro insegnanti che non li hanno coinvolti né sul piano emotivo, né su quello intellettuale. Forse il disagio della scuola, che ha portato in piazza molti studenti, sta soprattutto qui, e non in quel vortice di riforme che i ministri dell'Istruzione che si succedono di continuo sfornano, senza mai sfiorare questo che è il punto essenziale del processo educativo "


Tags: ruolo, insegnanti, formazione, concorso, corsi, abilitazione, disciplina, licenziamento


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 stefano de stefano    - 20-02-2009
Non so se questo bisogno estremo di licenziare gli inadatti alberghi anche tra le diverse migliaia di magistrati italiani e/o di professori ordinari dell'università. Se c'è qualcuno che sia a conoscenza di licenziamenti in tronco per quei professionisti, che lo dica. Naturalmente, chi è insegnante, sa benissimo quale sia la differenza che passa tra quei professionisti e noi: non è ruolo sì ruolo no, ma il quattrino! Ora qualcuno, oltre a ritenere irrilevante, per il nostro rendimento, il livello della nostra - nostra, di tutti, sfaticati e non - condizione economica ( l' "attitudine ad affascinare i ragazzi"), pensa che sarebbe giusto anche licenziare gli inadeguati che, probabilmente, sono tali anche perché non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese! Infatti è questo - non ci avevo pensato - il principale problema della scuola italiana: non far sì che gli insegnanti italiani guadagnino quanto i loro colleghi tedeschi ( e poi, magari, affrontare seriamente la questione del rendimento e del merito) ma trasformarci tutti in braccianti intellettuali, pronti a trovare la "motivazione" per affascinare i ragazzi dietro, ovviamente, le solerti indicazioni di capi d'istituto e consigli di amministrazione (vedi Aprea).
Chiedo scusa per il tono polemico, ma non ce l'ho fatta a trattenermi.

 Alberto    - 23-02-2009
Si, francamente non capisco. I magistrati, con paghe 5 volte quelle degli insegnanti , emettono sentenze sbagliate, mandano in galera innocenti e scarcerano colpevoli! E sono tutti lì! Nella scuola in questi anni sono stati varati provvedimenti legislativi tendenti ad assicurare carriere a Presidi e Segretari, spariti i concorsi per gli ispettori (nominati, negli anni scorsi, senza alcun criterio, dai ministri). Per gli insegnanti solo provvedimenti lesivi della loro dignità, per i precari l'incarico da annuale diventava stagionale (estate senza stipendio), contratti con aumenti ridicoli. Ci si ricorda degli insegnati solo in presenza di negatività e non si tiene presente che la stragrande maggioranza svolge il proprio lavoro con competenza e dedizione.