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Sogno
Giuseppe Aragno - 27-09-2006
Dallo Speciale Racconti



Era giunto scortato e con l'auto blu. Da anni ormai si spostava così e non ricordava più quand'era stata l'ultima volta in cui era salito su un pullman. Era venuto fuori agilmente e s'era subito avviato a passo svelto e sicuro, col fresco lana antracite che scendeva a pennello sulle spalle dritte, i gorilla che gli facevano scudo tra la solita folla di curiosi e gli immancabili giornalisti.
Sembrava semplice e spontaneo, ma conosceva a memoria la lezione dei curatori d'immagine:
- Sciolto, giovanile, deciso... un uomo che sa il fatto suo, uno che la gente lo guarda e si sente tranquilla, si fida. Anzi, no: si affida.
Sembrava che neanche il caldo appiccicoso, esploso inspiegabilmente in quel pomeriggio di primo maggio, sapesse infastidirlo, ma non era così. Da tempo i fine settimana di maggio li dedicava al mare e la testa era lì, nella barca lasciata all'ormeggio. Ma un prezzo ogni tanto occorreva pagarlo. Col segretario, che organizzava come meglio non si poteva la sua vita pubblica, era stato durissimo:
- Questa cazzata proletaria me la potevi evitare! Avrò pure diritto ad una vita privata...

Non gli piaceva ammetterlo, ma c'era poco da fare. Luigi, il vecchio marpione amministratore del suo tempo, aveva perfettamente ragione:
- Sai che vita privata, faresti, senza queste "cazzate proletarie"? Quella che fanno i poveri disgraziati per i quali uno come te rappresenta una speranza!
Poco da dire? No.
- Mettimi dove vuoi, caro Luigi, dove e come vuoi, senza un aiuto, un soldo, un amico. Riparto da zero. Fallo e vedrai. Uno come me la sua strada la trova e ti assicuro: sale in alto. I deboli hanno bisogno di uno forte che li faccia sognare. I rassegnati di un ribelle che li sappia scuotere. Gli ingenui di un furbo che gli eviti le fregature. Poi certo, se sei forte, furbo, ribelle, qualcosa per te la guadagni. Ma è poco, pochissimo per quello che dai. Il mondo è questo. Io vendo speranze? Può darsi, però rispondimi: quanto vale una speranza per chi è disperato? Che c'è, non rispondi, stai zitto? E allora la risposta te la do io: non ha prezzo, Luigi. Una speranza non ha prezzo, non importa se puoi realizzarla. Se ci credi, non è una patacca.

Quel posto era uno schifo. Per i "centri sociali" provava ormai da tempo un vero e proprio fastidio fisico. Ne aveva le tasche piene di giovani tutti uguali che ripetevano il sogno che era stato della sua giovinezza, di quegli illusi che pretendevano di poter fare un mondo migliore: quale mondo e migliore in che cosa? Ecco ciò che desiderava chiedere a quella teppa che diceva di fare politica. Ma i curatori dell'immagine avrebbero certamente disapprovato, la macchina elettorale ne avrebbe risentito e poi a che sarebbe servito? In politica la verità è un veleno e, se vuoi riuscire, alla gente devi raccontare ciò che vuole sentirsi dire. La verità non la vuole sentire nessuno e perciò non lo avrebbe detto che il "battesimo" di "Insugenzia Okkupato" era un sacramento che si sarebbe volentieri evitato. Non l'avrebbe detto, no. Meglio sorridere e alzare il pugno chiuso, tanto tutto sarebbe durato solo il tempo necessario: Luigi in queste cose valeva quasi quanto le sue inarrivabili speranze. Entrando, s'era rassegnato alla rituale monotonia delle bandiere rosse, allo sguardo severo di Che Guevara che, gira gira, s'era fatto ammazzare come un idiota, all'immancabile kefia prevista dal cerimoniale, che i soliti fanatici avrebbero indossato, alle chiacchiere sull'Intifada, all'esercizio di autoerotismo sulla globalizzazione.
- Sursum corda, s'era detto, ravviandosi i capelli tinti alla perfezione. Mi volevate? Ci sono. La fabbrica chiude? Vedremo, non è detto. Farete il diavolo a quattro? Lasciate stare, che è peggio. Una via la troviamo, ma occorre pazienza.

Scherzo di pessimo gusto o trappola anacronistica che fosse, s'era sentito soffocare quando il lampo della digitale l'aveva avvolto: in mano teneva "La Repubblica" e alle spalle una striscia di stoffa con la scritta "Nuove Brigate Rosse". La scorta era svanita nel nulla, non c'erano kefie o bandiere, non c'erano immagini di Che Guevara, non c'era Luigi a spiegargli che cazzo fosse quella messinscena e in tanti anni di politica nessun curatore d'immagine gli aveva mai spiegato come vendere fumo a uno che ti sta di fronte con la pistola spianata.
- Qui, caro compagno, si ferma la tua storia di mascalzone nemico della povera gente - gli diceva il giovane bruno e smilzo che lo aveva fotografato, corrugando la fronte larga sotto ciocche di capelli neri e fini.
- Ai miei tempi dicevamo nemico di classe - trovò la forza di obiettare con un filo di voce e d'ironia, ma ottenne solo che l'altro gli spiegasse:
- Ai tuoi tempi, i figli di buona mamma della tua razza non avevano avuto il tempo di trasformarci tutti in disperati senza identità.
In condizioni normali avrebbe certamente risposto che aveva fatto sempre e solo ciò che la gente gli aveva chiesto di fare, ma non gli era nemmeno venuto in mente di provarci. La vecchia e collaudata capacità di valutare uomini e fatti, lo aveva subito avvertito: aveva di fronte gente decisa a fargli male. Uno parlava con lui, gli altri parlottavano tra loro, ma gli occhi li avevano tutti carichi di un odio gelido e irriducibile. Venivano da mezzo mondo: uno slavo freddo e tagliente, uno più nero della pece che si mordicchiava le labbra tumide e screpolate, una specie di mongolo inquietante per il viso olivastro e inespressivo. Gente di mezzo mondo: coalizzata.
- Guardate che siete fuori tempo. La foto, il panno rosso, il tribunale del popolo, la trattativa per la liberazione. Domani sarete già tutti in galera.
Aveva preso a parlare per gettare un ponte tra sé ed i fantasmi che aveva di fronte, ma il suono delle sue parole lo atterriva.
- Non ci sperare. Non si farà nessuna trattativa. La foto che ti abbiamo fatto è il "prima". Poi verrà il "dopo", ma sarai già in viaggio.
Replicando trovò che nella voce s'avvertiva un brivido invincibile:
- Quale viaggio?
- Non hai scampo e non farti illusioni: non abbiamo progetti politici. Ve la siete rubata la politica e non c'interessa. Non sappiamo che farcene., tenetevela pure. Non abbiamo nulla da chiedere e non sogniamo di cambiare il mondo. A noi basta ammazzarti.
Il panico lo sorprendeva e la voce era spezzata:
- Ammazzarmi perché?
- Perché se cominciamo ad ammazzarvi avrete paura. E tanto basta: sapere che vivrete tremando, che avrete paura di uscire di casa, che avrete paura della vostra ombra. Paura per voi, paura per quelli che vi stanno attorno, paura e basta. Un mondo migliore non c'è, non è possibile costruirlo. E noi non ci proviamo nemmeno. Noi vogliamo solo che abbiate paura. Tutta la paura possibile. Voi che vendete speranze siete i padroni della disperazione. I padroni veri. Tu non immagini quanto bene ci faccia mettervi paura. La vostra paura è la nostra sola ricchezza. Una speranza disperata che non si vende nei vostri magazzini.
Il colpo non era partito. La paura l'aveva svegliato di soprassalto. Aveva sognato. Un incubo pensò. Ma c'era un buio profondo e, per quanti sforzi facesse, il lume sul comodino rimaneva spento.



In sottofondo Fryderyk Chopin, Nocturne N.2 Op 9 n.1, tratto da www.classicaonline.com



interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 ilaria ricciotti    - 27-09-2006
Grazie Giuseppe per il bellissimo racconto ed anche per la meravigliosa musica che lo accompagna!
Questo sogno dovrebbe essere il sogno di tutti coloro che "vendono speranze", che naturalmente non dovrebbero essere messe in vendita, ma semmai comunicate, condivise e perseguite quotidianamente, per essere poi raggiunte e poter diventare certezze.
I sognatori non sono idioti, ma coloro che impediscono al mondo di girare a senso unico verso ciò che non appartiene geneticamente all'uomo. Uomo che è nato anche per collaborare e non soltando comandare, per amare e non soltanto subire, per realizzare i suoi sogni e non per far sì che essi rimangano tali, relegati nella sfera dell'incertezza, dell'irrealtà o di quel limbo onirico dove potrebbero essere costretti a rimanervi per sempre.
No.
I sogni-incubo sono il segnale della coscienza che si rivolta ad un modo di essere e di fare innaturali.

Una mia amica carissima è morta. i suoi sogni di donna, di moglie, di madre e di amica non l'hanno seguita nell'oscurità delle tenebre, ma sono diventati i sogni di noi tutti che le abbiamo voluto bene e che ripartiremo da dove lei ha smesso.

 Laura Fineschi    - 02-10-2006
Caro Giuseppe,
normalmente leggo i tuoi scritti con vero piacere, ma stavolta provo un certo senso di inquietudine...
Chi lo dovrebbe fare un sogno del genere? I tanti furboni che popolano i nostri telegiornali? Non illudiamoci.
Intitolare "Sogno" un incubo del genere parrebbe suggerire che una situazione del genere dovremmo augurarcela... Sei proprio sicuro?
Laura Fineschi

 Giuseppe Aragno    - 02-10-2006
Vedi, Laura, io racconto. Un mondo e le sue facce. Non dispero, né spero. Non io, ma chi legge ha il potere di scegliere. Tu, solo tu, puoi sapere che mai farà quel lumicino. Metafora di vita, o presagio di morte?

 Antonio Monarca    - 11-10-2006
Bravo Giuseppe, il tuo racconto è bello e struggente, come la musica che lo supporta.
Leggendolo sono stato assalito da una sorta di tristezza e di nostalgia. Per un momento ho sognato anch'io. Mi sono rivisto giovane studente a battagliare per un ideale in cui credevo. E' durato pochi minuti, poi mi sono svegliato. E' stato solo un sogno, proprio come il tuo caro Giuseppe, E' STATO SOLO UN SOGNO. Non rinnego le lotte del passato. Quelle battaglie non sono state inutili, come non sono state inutili le battaglie dei nostri padri e dei nostri nonni. E' grazie a quelle battaglie che si sono ottenute tante conquiste. I tempi sono cambiati, la società s'è evoluta, certi sogni sono diventati irrealizzabili (almeno per il momento). Ma nessuno potrà impedirci di continuare a sperare; nessuno potrà impedirci di continuare a lottare.
Non bisogna arrendersi, solo così si può costruire una società più giusta, una società più equa, un mondo migliore.