breve di cronaca
Il diritto al successo lo insegnano a scuola
La Repubblica - 31-05-2005
Forse sbaglio ma ho l´impressione che, al di fuori delle mura degli edifici scolastici, ben pochi conoscano i sommovimenti devastanti che la pedagogia ispiratrice delle varie riforme e riformicchie in corso da una trentina d´anni a questa parte, ha provocato. I punti di partenza erano in genere ricchi di ambizioni modernizzanti e progressive. I risultati, peraltro, non appaiono brillanti come le premesse. Si è passati dal diritto allo studio, garantito a tutti i giovani, all´odierno «diritto al successo formativo», dove non c´è spazio per l´insuccesso.
Quindi i voti d´insufficienza vengono "modificati" o dallo stesso insegnante (ben conscio che ormai nella vulgata in auge quel voto... verrebbe addebitato in negativo a una sua presunta incapacità) oppure, in sede di scrutinio, dal consiglio di classe. In questa sede il dirigente (un tempo preside) in base alla sua autorità aziendale, riscattata dall´ideologia sinistrorsa secondo cui una decisione collettiva è sempre migliorativa e più democratica di quella individuale, imporrà, con i suffragi della maggioranza del consiglio (ma quasi sempre all´unanimità), quel 6 rosso che trasformerà formalmente il giovane asino in un puledro di belle speranze. Così il voto di consiglio, che aveva in origine una sua ragion d´essere in quanto riequilibrava alcuni eccessi della vecchia scuola dove poteva accadere di ripetere l´anno per l´insufficienza in una materia non fondamentale, ha perso questa ratio originaria per trasformarsi nel luogo deputato alla sanatoria generalizzata. Un simile stravolgimento ne ha comportati con una caduta a catena anche altri. Da una parte gli insegnanti, per premiare gli allievi più diligenti e preparati e distinguerli dai promossi con voto "corretto", sono indotti a inflazionare le pagelle dei primi con 8 e 9, punteggio un tempo riservato alla eccezionalità; dall´altra i dirigenti, sempre più preoccupati di non scontentare gli alunni-clienti, cominciano a delegittimare gli insegnanti recalcitranti, ancor prima che presentino la loro proposta di scrutinio, cercando di introdurre la prassi (la segnalazione mi arriva da Treviso) di affidare anche la valutazione del normale compito in classe direttamente al consiglio.
La spoliazione dell´insegnante della sua facoltà individuale di valutare equamente è stata ancor più aggravata dall´introduzione obbligatoria della docimologia (dal greco dokimazo, "mettere alla prova"), vangelo dei nuovi pedagoghi, che si prefigge di rendere il voto oggettivo e non più derivante dal convincimento dell´insegnante. Quindi quest´ultimo non può più fare affidamento sul suo giudizio ma suddividere il voto secondo una serie di parametri (impegno, capacità logica, analisi del testo eccetera), a ognuno dei quali corrisponde un coefficiente prestabilito. La somma dei coefficienti fornirà il voto oggettivo. I tempi che dovrebbero essere dedicati all´insegnamento e a una normale correzione dei compiti si allungano naturalmente a dismisura. Per sfuggire a questa stupida vessazione molti insegnanti si sono forniti di normografo con mascherina, congegnato in modo tale che al voto che intendono assegnare (poniamo un 7) corrispondano automaticamente le caselle dei coefficienti necessari a raggiungerlo. Un tempo gli studenti usavano il Bignami, oggi sono i professori a dover escogitare un ausilio per superare gli ostacoli pedagogici.
Laddove poi la sperimentazione riformistica è andata più avanti, anticipandone l´applicazione con fervore avanguardistico, i risultati parlano da soli. Un caso esemplare mi viene illustrato da un insegnante di elettrotecnica, il professor Renzo Loris, dell´istituto superiore professionale e nautico "Sauro/Chiodo" di La Spezia, che ha presentato inutili ricorsi in merito. In questo istituto, in nome della docimologia, sono state abolite in tutte le materie le interrogazioni orali, giudicate troppo "soggettive" e sostituite con due test finali a più voci: al primo si risponde con una crocetta e al secondo con una breve frase. A ogni voce è assegnato un punteggio che, sommato agli altri, fornisce il voto finale.
Se questo risulta 9 o 10 e cioè il massimo, tutto bene. Se, invece, è inferiore, viene considerato "voto grezzo" al quale applicare un "correttivo" per via informatica, attraverso un algoritmo docimologico che media tra risultati massimi e minimi. Il voto finale corretto, sempre di ampia soddisfazione, viene proiettato sullo schermo elettronico. Tutti promossi con alte valutazioni. Tutti contenti. Così va la scuola riformata. Non così andrà, però, la vita.

Mario Pirani

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 Maurizio Tiriticco    - 30-05-2005
Sembra che il Dott. Pirani stia riprendendo con vigore la sua battaglia contro la pedagogia, o il pedagogese, che a lui piace di più! “Forse sbaglio, ci dice, ma ho l’impressione che, al di fuori delle mura degli edifici scolastici, ben pochi conoscano i sommovimenti devastanti che la pedagogia ispiratrice delle varie riforme e riformicchie da una trentina d’anni a questa parte, ha provocato” .
E giù con una serie di esempi, tutti interessanti, che non intendo contestare e che in parte conosco, i quali sarebbero filiazione diretta di questa deriva pedagogica! Ma il discorso è un altro! La pedagogia fa il suo mestiere – ed ovviamente ci sono tante scuole di pensiero, in Italia e all’estero (sì, non è un… male solo italiano!) ciascuna della quali ha i suoi fondamenti teorici, la sua legittimità epistemologica (anche se questo aggettivo al Dott. Pirani non piace!). Gli esiti delle ricerche pedagogiche, e di quella educativa, ben più ampia, che investe gli aspetti sociologici e istituzionali dell’educazione e del fare scuola, hanno ricadute su due versanti. Uno è quello dell’insegnante nel suo fare quotidiano (dalla didattica delle discipline alle interazioni pluridisciplinari, alle dinamiche relazionali con gli alunni, ad esempio); l’altro è quello delle scelte della politica in senso lato, le decisioni del Parlamento, del Governo: è il livello istituzionale; e dell’amministrazione stricto sensu del Mpi, allora, del Miur, oggi: è il livello dei Dm e delle circolari!
Detto questo, dovrebbe essere chiaro che l’area della responsabilità scientifica (sempreché la pedagogia abbia una dignità scientifica!) della ricerca e della proposta pedagogica ed educativa non va confusa con l’area politica e amministrativa, che riguarda la traduzione di determinati assunti in norme!
Entro nel merito degli esempi riportati da Pirani. La questione dei debiti va letta contestualmente con la questione dei crediti e costituisce un recente punto di arrivo della ricerca valutativa (non dico della docimologia per non suscitare ulteriori ire del Dott. Pirani). E sono questioni relativamente semplici sotto il profilo concettuale: invece di “leggere” l’esito positivo o negativo di una prova come una punizione o come un premio, secondo la consumata tradizione di una scuola molto autoritaria e poco autorevole che promuove e boccia, che include ed esclude, si propone di “leggere” tali esiti come un debito assunto, discusso, valutato nel merito, concordato e sanabile o come un credito acquisito che ha il suo peso nel tempo. Si tratta di un cambiamento di orizzonte che avrebbe potuto aiutare scuole, insegnanti e studenti a “lavorare” secondo criteri di insegnare, apprendere e valutare diversi rispetto a quelli del passato, meno autoritari e più autorevoli, ispirati tra l’altro a quell’altra… invenzione diabolica della pedagogia che prende nome di contratto formativo.
Che poi certe normative non siano stati capaci di avviare nelle scuole discorsi di questo tipo, indubbiamente assolutamente nuovi e certamente non facili da gestire solo per norma, questa non è responsabilità del ricercatore, della pedagogia. Ma la pedagogia avrebbe dovuto farsi sentire di più! E qui forse è mancata!
Va anche detto che certe normative impasticciate, concettualmente scorrette, anche sotto il profilo formale, non solo fanno torto alla pedagogia, ma implicitamente inducono certe scuole ad operare come nei casi riportati da Pirani.
L’altra questione riguarda la valutazione per punteggi. I casi che riporta Pirani sono abbastanza confusi e non si capisce bene quanto giochi la superficialità degli informatori o quella del giornalista. In primo luogo va detto che nessun docimologo si è mai sognato di sostenere che esiste una valutazione oggettiva in assoluto. La docimologia ha tentato di mettere ordine in una materia, quella della valutazione, in cui da sempre la soggettività – questa sì era assoluta – dell’insegnante l’ha sempre fatta franca. Perché Pirani non dice quante valutazioni secondo i criteri della scuola da lui, e da me, frequentata, non avendo alcuna base scientifica – l’aggettivo non vuole essere tropo saccente! – provocavano ingiustizie a fronte delle quali non c’era alcun appello? Quanti esami il Dott Pirani ed io stesso abbiamo superato solo perché ci hanno chiesto… le cose che sapevamo – si dice così! – o non abbiamo superato perché ci hanno chiesto solo… le cose che non sapevamo? Quanto è diffuso il luogo comune che l’esame è governato più dalla fortuna che da ciò che abbiamo imparato? E’ un vecchio adagio che la pedagogia, in un mondo in cui l’istruzione deve avere un valore primario e diffuso, non può assolutamente tollerare!
Nessun docimologo chiama le prove oggettive perché sono tali, ma perché sono fondate su criteri acquisiti come tali e che sono noti e condivisi dagli studenti. D’altra parte nessun docimologo pensa che queste prove siano in grado di accertare tutto il cosiddetto scibile umano. Certamente una composizione musicale o pittorica non è riducibile a un test! Non a caso siamo soliti distinguere prove strutturate da prove semistrutturate e non strutturate.
E non sono divagazioni sul sesso degli angeli! Del resto, quanti secoli abbiamo impiegato prima di cominciare a capire qualcosa di come siamo fatti dentro, che il sangue parte dal cuore e non dal cervello? O a che cosa serva la ghiandola pineale? Pirani non faccia lo scolaretto aristotelico a fronte della ricerca pedagogica! A meno che non rimpianga il suo bel liceo classico dove andavamo in giacca e in cravatta, escluso il sabato perché era obbligatoria la divisa! Da quella scuola, destinata solo a pochi eletti, per censo o per virtù famigliare, certamente la pedagogia era bandita!
E la questione del rapporto che corre tra i punteggi grezzi e la loro elaborazione è troppo seria perché possa essere liquidata in qualche riga. Il consiglio che do al Dott. Pirani è quello di ricorrere a qualche testo italiano ormai classico, del compianto Mario Gattullo, ad esempio, o di Michele Pellerey, che non sono affatto pedagogisti da strapazzo… e neppure dell’ultima ora!


 De Stefano    - 31-05-2005
Alle prossime elezioni politiche voterò per l'Unione solo se proporrà Mario Pirani come Ministro della (Pubblica) Istruzione. E non scherzo!