Raccontare la città
Mario Menziani - 14-04-2005
La donna protende le mani e mormora parole indistinte. Si percepisce soltanto un lamentoso gorgoglìo. L'azione è insistita ed enfatica: tutta la fisionomia della donna ne risente e la sua vecchiaia ne è esasperata.
L'osservatore avverte il timore di un possibile coinvolgimento. Poi i suoni sciolgono la loro iniziale inestricabilità, ora si possono distinguere fonemi, sillabe, parole: "Arrampicati, arrampicati!", è l'esortazione della vecchia.
Dalla sua sedia a rotelle si rivolge all'ombra che l'accompagna. Parla a quel suo costrutto mentale che sta a mezzo tra un lunghissimo passato ed un interminabile presente. Ce l'ha davanti a sé, quell'ombra, e le assegna un compito chiaro e puntuale; l'esorta all'esecuzione: straordinaria prospettiva di un futuro ancora possibile.
Nella stanza la primavera entra prepotentemente con la luce abbagliante e netta di un lunedì di Pasqua in città, con i canti di uccelli straordinariamente liberi dal bavaglio del traffico automobilistico, con l'odore di aria, di fresco e di pulito. Il sole esalta le rade chiome fiorite di rosa e giallo laggiù, oltre i quattro piani del caseggiato, tra i filari del viale, in gran parte ancora spogli e grigi. Un televisore è acceso, nella stanza. Sta andando in onda una trasmissione per bambini: insegnano a fare costruzioni con la carta e raccontano fiabe.
Due vecchi siedono accanto alla donna, ben ancorati alle loro sedie a rotelle, per non scivolare. Non sembrano infastiditi dalla sua follia, così come non sembrano stupiti di questo irrompere della primavera, né tantomeno dalle fiabe televisive. Accettano tutto quell'accadere con naturalezza. Uno dei due ha la sua brava berretta in testa e dice soltanto alla donna: "Ma dai", o qualcosa così. Lo ripete, sereno, con tranquillità.
Dal televisore provengono suoni, ininterrotti, mentre larghe chiazze di luce si riflettono sullo schermo impallidendo le immagini fino quasi a cancellarle. Nessuno se ne cura. La sua presenza è un sottofondo monotono, compatto e omogeneo: un monolite sonoro che occupa una parte sola del cervello, e che presto si riuscirà a dimenticare. O, almeno così, si auspica l'osservatore. Lo ritroverà, in realtà, più tardi sottoforma di leggera emicrania, di fastidioso e mieloso ottundimento.
L'osservatore partecipa al quadro generale come semplice comparsa, seduto ad un tavolo della stanza, in compagnia di altre due donne. Svolge la funzione di accompagnatore di una di queste, venuta in visita all'amica ricoverata. Arbitrariamente, forse per darsi un tono ed occupare al meglio il tempo, si assume l'incarico di rendere fluido il loro discorrere.
La loro età permetterebbe interminabili conversazioni attorno a grovigli di ricordi, con quel tipico salmodiare nomi e gesta di parenti, di comuni amici e di conoscenti, ricordandone le relazioni e le realizzazioni, consacrando così, a modo loro, con quel ricordare, l'essere sociale di tutta quella moltitudine. Senonchè, sempre l'età, fa sì che ripetutamente ora l'una ora l'altra, non ricordino di aver già posto quel quesito o fornito quella risposta, pertanto la conversazione si incaglia e le parole si ripetono, stolidamente vuote. Ecco allora che, con un piccolo tocco, l'osservatore cerca di suggerire un nuovo argomento, di inserire una piccola novità, che permetta loro di saltare quell'intoppo della memoria a breve termine, per rientrare nel solco sicuro e chiaro, così vivo e presente, di quella a lungo termine.
E' straordinario come questa facoltà si acuisca nell'anziano, dando origine a inaspettate e inimmaginabili realtà. La città si flette al potere di questa memoria, assume connotati affatto nuovi e si stenta a riconoscerla, così compressa nel tempo, così rarefatta nello spazio. L'accadere è il susseguirsi delle parole, i luoghi sono il pallido sovrapporsi di immagini mentali. La città diventa puro racconto, assume la leggerezza della fiaba, quasi a compensare il suo essere divenuto ormai, dal punto di vista fisico, pura fatica.
E' il racconto il luogo dell'incontro tra diversi: tra generazioni diverse, tra popoli diversi. E' il racconto corale che, superata l'innata diffidenza tra singoli, diventa costrutto omogeneo e compatto, esperienza di vita realissima, cemento di rapporti solidali. E, al suo massimo, architettura viva della città.

Il discorrere continuo, ancor più fisico che verbale, dei preadolescenti ha come presupposto la repentina restrizione degli spazi abituali e il rarefarsi del tempo, il suo mancato fluire, il suo vagare indistinto, insistito e ripetuto, talvolta asfissiante. E' un muoversi per cerchi concentrici, una narrazione di sé timida e a singhiozzo, ora contenuta e pudica, ora chiassosa e irriverente. Un continuo, ostinato tentativo di conoscere l'altrove. Va da sé che l'esplorazione sia necessariamente in gruppo, che il gruppo crei la propria mitologica visione dell'altrove, che lo esplori con infiniti, continui, inarrestabili racconti che, anticipandolo, ne permettono prefigurazioni rassicuranti, una sorta di conquista preventiva. E' un viaggiare lentissimo, reso denso e pieno dal racconto continuo del viaggio medesimo. E la città è identità di scoperta e racconto, il punto fisico ove la lente del gruppo fa convergere il proprio agire. Ne consegue una non narrabilità piena a chi non partecipa della stessa esperienza. Una sorta di afasia, incomprensibile all'osservatore adulto che, esterno ai processi, la percepisce, talvolta, come contrasto.
Il narrare del preadolescente è ermetico: fortemente analogico, simbolico, criptico, essenziale. Si costruisce mano a mano, per piccole aggiunte successive, e cresce di pari passo con le effettive conquiste spaziali. E' in continua costruzione. Per questo ogni luogo (spaziale e temporale) che rifletta anche la ben che minima conquista d'autonomia è un luogo possibile per l'incontro, per la narrazione. Per questo il desiderio fondamentale del preadolescente è un luogo per incontrarsi. Quel luogo fisico o temporale in cui assaporare, saggiare, dimostrare, vivere l'autonomia raggiunta e, soprattutto, avvertire, fiutare, desiderare, immaginare, prefigurare l'autonomia possibile.
La città, luogo d'incontro per eccellenza nel passato, oggi, paradossalmente, diventa il maggior oppositore di questo progetto di crescita. La rete delle relazioni è difficoltosa, spesso interrotta e sfilacciata e pertanto si amplificano i timori che percorrono il mondo adulto; l'attenzione all'infanzia, diventando businnes, rovescia il proprio orizzonte: ora il suo scopo è far sì che l'infanzia perduri, il più a lungo possibile. L'appropriazione di questi spazi, divenuti quote di mercato, radicano nello stesso pensiero adulto mettendo sempre più in discussione la centralità del rapporto scuola-famiglia. Entrambe le istituzioni sembrano vacillare sotto un'onda crescente di novità, di richieste e di pressioni, e all'opposto, mentre il fenomeno, per la sua dimensione, assume importanza politica, ottengono sempre meno risposte dalla Politica.
"Ascoltare i cittadini" è diventato un po' il let motiv delle più recenti campagne elettorali. La scuola, la cara, vecchia, sgangherata scuola, pur in difficoltà, ci può giustamente ricordare che l'attività dell'ascolto non è un'attività semplice, che occorrono prerequisiti; mentre, dall'altra parte, il narratore, se vorrà rendere comprensibile il proprio discorso al destinatario che lo ascolta, dovrà servirsi di un codice appropriato, comune.
La complessità degli abitanti della città rende difficile la narrazione, altrettanto il suo ascolto. Ma non impossibile, se la Politica si assume la responsabilità di essere mediatrice tra le parti e guida nella costruzione comune.

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