Risorse disperse
G.Gandola, G.Melone, F.Niccoli - 19-10-2004
Le “scuole-polo” per gli stranieri

Come è noto, nell’area milanese consistenti sono stati i tagli subiti in questi ultimi anni dai Progetti stranieri, vale a dire i posti docenti riservati all’integrazione degli alunni stranieri, i cosiddetti insegnanti “facilitatori”. Se da un lato si assiste ad un caduta progressiva del numero di facilitatori assegnati alle singole scuole (da circa 700 qualche anno fa ai 40 attuali), dall’altro c’è una costante, rimasta immutata: il numero delle “scuole polo”, a cui sono assegnate risorse. Cosa sono le “scuole polo” e quale dovrebbe essere la loro finalità? Da qualche anno il CSA di Milano, in un contesto generale di riduzione delle risorse complessive assegnate alle scuole, ha intrapreso una nuova via, quella di individuare una scuola di riferimento per un ambito territoriale più vasto. Sono così stati scelti 8 istituti, quattro a Milano città e quattro in provincia. A ciascuno di questi viene data una risorsa (un insegnante). Tutte le scuole comprese in quel territorio (elementari, medie e superiori) dovrebbero appunto far riferimento alla scuola polo. La scuola polo dovrebbe svolgere compiti di alfabetizzazione degli alunni stranieri e di supporto agli insegnanti di classe delle scuole del proprio bacino.
In pratica: un insegnante facilitatore invece di essere assegnato ad una singola scuola viene messo a disposizione di un numero più elevato di istituti.

Qual è il limite di questo modello organizzativo, così come è apparso evidente in questi anni? Innanzi tutto l’estensione dell’ambito territoriale. Le scuole che fanno riferimento al polo sono almeno una trentina per zona. Praticamente impossibile rispondere alle loro esigenze con una sola risorsa professionale. E’ un po’ come tentare di svuotare il mare con un secchiello. Non solo perché il docente facilitatore non può seguirle tutte (o almeno quelle con il maggior numero di alunni stranieri) adeguatamente ma anche perché, nella scuola primaria, è assolutamente impossibile pensare di inviare gli alunni stranieri dalla propria scuola al polo per eventuali corsi di alfabetizzazione, recupero linguistico, ecc. gestiti centralmente.

In una città come Milano le distanze tra una scuola e l’altra, all’interno dell’area assegnata alla scuola polo, corrispondente a più distretti scolastici, sono considerevoli (per fare qualche esempio: le scuole di viale Romagna o viale Mugello avrebbero come polo la scuola di via Frigia, confinante praticamente con Sesto S.Giovanni; le scuole di via Stoppani o di via S.Gregorio, zona P.ta Venezia, dovrebbero far riferimento al polo di via Polesine, zona Corvetto, e così via…). In provincia è ancora peggio: basti pensare che su una scuola polo gravitano addirittura scuole appartenenti a comuni diversi e spesso distanti fra loro (quattro poli in tutta la provincia di Milano: Rho, Monza, Rozzano e S.Giuliano!).

Per queste ragioni e sulla base dell’esperienza di questi anni viene da considerare che se questo modello può avere un senso nella scuola secondaria superiore (ove almeno gli studenti possono spostarsi più facilmente), nella scuola primaria non ha proprio alcun senso. In questo caso, più che risorse assegnate per contrastare la dispersione scolastica, si tratta di risorse di fatto disperse. Meglio sarebbe stato allora assegnare questi docenti ad altrettanti istituti, aumentando leggermente il numero dei facilitatori già scarsi, e rendere più produttivo il loro compito. Sicuramente questa esperienza non può essere additata come modello da seguire. Si tratterebbe in questo caso di un modello negativo.

G.Gandola, G.Melone, F.Niccoli
(Coordinamento dirigenti scolastici CGIL-CISL Milano)


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