QUATTRO DECENNI NELLA SCUOLA ITALIANA: CRONISTORIA DI UN NAUFRAGIO.
DANILO FALSONI - 06-06-2021

Un conquistador spagnolo del primo '500 dal pittoresco nome di Cabeza de Vaca, ci ha lasciato un'avvincente relazione delle sue disavventure nel Nuovo Mondo intitolata Naufragios: una storia a lieto fine, ma assai triste per le peripezie attraversate dal protagonista.
Ebbene, quarant'anni di "carriera" nella scuola italiana (il termine suona decisamente beffardo, dato che da noi una carriera effettiva, intesa come progressione di ruoli e di meriti, non esiste affatto) possono meritatamente essere definiti con lo stesso titolo dell'autore citato: si caratterizzano, infatti, come la cronaca di un vero e proprio "naufragio" nell'oceano della scemenza burocratica e pseudopedagogica della vetusta istituzione italica.
Sono trascorsi quarant'anni da quando, ingenuamente e giovanilmente entusiasta, varcai da docente la soglia di un'aula scolastica ed ora ne uscirò definitivamente - interrompendo una scansione della vita segnata annualmente dalle diverse stagioni "didattiche" - con la sgradevole e dolorosa sensazione di camminare su delle macerie, per di più in una situazione di emergenza che, oltre ad essersi tradotta in una grottesca dittatura sanitaria, ha assegnato il colpo finale alla scuola, tenendo gli adolescenti reclusi per due anni come criceti da laboratorio, senza minimamente considerare le conseguenze catastrofiche per la psiche non solo giovanile, ma di qualunque individuo: e i risultati già si vedono, con lo sfilacciamento se non l'alienazione psicologica e intellettuale di un'intera generazione, che comincia a riversarsi nelle strade e nelle piazze in un'assurda isteria autodistruttiva, mentre un'altra generazione, quella più anziana, è stata semidecimata dall'epidemia e dall'incompetenza sanitaria.
Un'estrema amarezza: iniziare a insegnare in una scuola che avrebbe necessitato di essere ammodernata e aggiornata ed uscire, invece, da un carrozzone iperburocratizzato nel quale tutti i legislatori più incompetenti, senza distinzione, hanno messo le mani, riversandovi meschine ambizioni e stupide vanità personali, idiosincrasie e ritualità modaiole pseudointellettuali, anchilosate e astruse metodologie didattiche, in una monomania ebefrenica di cambiamento e riforma - parola talmente abusata da essere divenuta ridicola nello sfacelo di pezze che sono state appiccicate una sull'altra al logorato e malconcio bastimento della pubblica istruzione.
Come la più maltrattata e vilipesa prostituta da trivio, considerata priva di dignità e di onore, senza difesa, tutti le hanno messo addosso le loro sordide mani, riducendola alla grottesca pantomima di quella che avrebbe dovuto essere un'agenzia prioritaria della formazione umana, culturale e professionale delle nuove generazioni: un disastro che tocchiamo con mano anche attraverso le stesse indagini statistiche poste in essere dalle autorità preposte in Italia ed Europa, come le prove Invalsi, le indagini Pisa, Ocse etc.: l'esito è costante da alcuni anni ed è la constatazione di una situazione di semianalfabetismo linguistico e matematico dei giovani italiani, oltre all'incapacità di orientarsi nel tempo e nello spazio. E' un paradosso grottesco: nell'era della tanto decantata - da parte di qualcuno - globalizzazione, lo studio di una disciplina principe come la Geografia, che dovrebbe essere deputata a fornire una conoscenza basilare del mondo-villaggio globale, è stata declassata e banalizzata se non quasi del tutto eliminata, lasciando la gioventù senza un fondamento di conoscenze attraverso le quali potersi orientare nel mondo circostante: e non parliamo poi della Storia, ormai considerata inutile accumulo di vecchiume, di vicende di cui nessuno comprende l'utilità. Quanto alle cosiddette "competenze linguistiche", la situazione appare sconvolgente, a fronte dell'incapacità di un ragazzo di comprendere un testo di banale semplicità, nonché di esprimere in modo minimamente appropriato, ai limiti della comprensibilità, il proprio pensiero per iscritto: eppure, l'unica preoccupazione pare essere la conoscenza (sic) della lingua inglese, come se questa potesse prescindere da quella effettiva della lingua madre! E ovviamente, il grido di allarme che ormai da anni si leva da docenti universitari di diverse discipline, resta regolarmente ignorato da chi dovrebbe occuparsi dell'istruzione.
Tutto ciò perché l'idea ormai dominante nella scuola è quella più volgarmente e banalmente economicistica, introdotta a partire circa dagli anni '90, dell'"utilità" dei saperi; la fatidica domanda dell' "a che serve?", propria da sempre dell'incolto nei confronti della conoscenza, è divenuta la linea guida delle politiche dell'istruzione in Italia: gradualmente si è fatta strada l'istanza sempre più impellente del "saper fare", del "saper essere", in una svalutazione sempre più esplicita del "sapere" in sé, se non finalizzato a un "fare": e questo anche in conseguenza dei progressi informatici, che sembrano ormai porre a disposizione immediata di tutti qualunque nozione e conoscenza: Internet avrebbe sostituito qualsiasi bagaglio conoscitivo personale, basta un click e in pochi secondi tutto lo scibile è alla portata di chiunque.
Già: peccato, però, che questo "chiunque" non possa in tal modo che limitarsi a una consultazione di dati, riguardo i quali rimarrà sempre ignorante se non possiede le basi conoscitive e intellettuali che gli permettano di interpretarli e valutarli, collegandoli e inquadrandoli in una personale matrice cognitiva.
Oggi possiamo sì accedere a tutto lo scibile, a una massa infinita di dati su ogni argomento, che comunque non conosceremo se non sappiamo collocarlo in un contesto di nozioni apprese ed assimilate nella mente: come intuì già Leopardi, un aumento della diffusione delle conoscenze non significa un loro incremento individuale, e l'ignoranza sarà dominante:
"....in generale le cognizioni non sono più accumulate in alcuni individui, ma divisi fra molti; e che la copia di questi compensa la rarità di quelli. Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove tutti sanno poco, e' si sa poco; perché la scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia. L'istruzione superficiale può essere, non propriamente divisa fra molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del sapere non appartiene se non a chi sia dotto, e gran parte di quello a chi sia dottissimo. E, levati i casi fortuiti, solo chi sia dottissimo, e fornito esso individualmente di un immenso capitale di cognizioni, è atto ad accrescere solidamente e condurre innanzi il sapere umano."  (Dialogo di Tristano e un amico)

Ma questa idea rientra, come in un gioco di scatole cinesi, o di matriosche russe, in un'altra visione dell'istruzione, diffusasi nel nuovo millennio, e cioè la considerazione che l'acquisizione di "conoscenze" non conti più, in conseguenza soprattutto di quanto detto sopra, e che fine dell'istruzione debba essere la formazione di "competenze", misteriosa parola prontamente articolata a scopo di chiarimento divulgativo in una sommatoria di "abilità" e "capacità" da "spendere" (termine eminentemente economico, come ovvio) in un mondo diverso da quello stantìo e obsoleto della istruzione: concetto, insomma, divenuto una chiave apritutto, un passpartout per qualunque scemenza pseudodidattica. Infatti, come si possono acquisire delle capacità di qualunque genere, se non partendo da conoscenze specifiche dell'argomento in questione? Come si può sviluppare un'abilità qualunque, se non attraverso il conoscere?
Il fatto è che a questa idea è sottesa una visione dell'istruzione, negli ultimi anni divenuta assolutamente prioritaria nella scuola italiana, di tipo meramente aziendalistico ed economicistico, dato che i legislatori hanno inteso - in accordo con autorevoli e programmate direttive europee - trasformare l'istruzione da formazione umana e professionale, in insegnamento di procedure, in mero addestramento aziendale, per sfornare infine tanti robottini digitalizzati e decerebrati, obbedienti esecutori abili nell'uso informatico, ma semianalfabeti culturali, autistici operatori confinati negli interni delle loro abitazioni in una futura prassi lavorativa che viene definita (ovviamente in inglese) smart-working. L'uovo di colombo per il grande capitale che potrà disporre di eserciti digitalizzati di dipendenti sottopagati e semireclusi, con vantaggioso risparmio energetico e ambientalistico!
In tutta questa concezione viene escluso ormai l'umanesimo, il concetto di istruzione come "formazione" dell'individuo in senso umano e civico, oltre che professionale: pulsioni, emozioni, sentimenti e passioni verranno escluse dalla competenza del processo educativo, per cui discipline eminentemente formative come lo studio della letteratura, della storia, della filosofia saranno necessariamente accantonate perché considerate meno "utili" (a che serve leggere Shakespeare? o conoscere le dinamiche storiche? o riflettere sul pensiero di un autore?).
E questo è ovvio, dato che sfugge ai "saggi" legislatori e a tutti coloro che si impicciano dell'istruzione, che la "conoscenza" in qualunque sua forma, intesa come apprendimento di nozioni, dati, contenuti di ogni genere, è fondamentalmente "formativa" della personalità, che il "sapere", anche svincolato da qualunque finalità pratica, è di per sé formativo poiché amplia gli orizzonti mentali, perché fornisce informazioni che possono essere interpretate, rielaborate dialetticamente, personalizzate, divenendo parte integrante della propria forma mentis, e che sulla mancanza di conoscenze organiche e strutturate non è possibile costruire nulla di duraturo, nemmeno esercitare una personalissima ed originale creatività: sulla sabbia, insomma, non si edificano castelli, al più qualche capanna di paglia, .
Ma tant'è, a chi si occupa di istruzione, della cultura poco importa: ciò che conta è assecondare gli interessi economici più immediati - nemmeno di lungo periodo - interessati esclusivamente a saperi limitati, concreti e puramente operativi!
Ne deriverà il quadro sociale di una mostruosa distopia, incredibilmente molto somigliante a quelle elaborate da scrittori fantascientifici quali Orwell o il Bradbury di Fahrenheit 451, in cui l'umanesimo sarà praticamente bandito, in quanto pericoloso per l'ordine economico e politico costituito e i suoi funzionali saperi.
Un bilancio negativo e amaro, dunque, che pare configurare una crisi di civiltà e l'avvento di una sorta di disumanizzazione programmata, sapientemente gestita negli asettici ed eleganti studi dei grattacieli dei consigli d'amministrazione delle multinazionali europee e degli organi legislativi loro asserviti, meno violenta ma assai più raffinata dei rozzi totalitarismi del secolo scorso, entro un quadro fantascientifico di decostruzione consenziente dell'uomo.
Eppure... in questo scenario fosco, quando aumenta il pericolo, cresce anche ciò che salva, per citare Holderlin: e una scintilla di speranza si leva proprio dalla natura imprevedibile dell'uomo e quindi della storia stessa: in fondo, anche i più turpi disegni totalitari sono infine falliti, e l'umanità, seppure faticosamente e a carissimo prezzo, è quasi sempre riuscita a recuperare un suo senso, un cammino più volto alla humanitas, almeno nelle intenzioni.
Lontanissima da me l'astrusa idea idealista che la libertà infine trionfi nella storia, ma è altresì vero che l'uomo, sebbene sul lungo periodo, non si rassegna alla schiavitù e, pur dopo innumerevoli sofferenze e sopportazioni, la rivolta, in tempi e modi imprevedibili, matura ed esplode: la stessa distopia di Fahrenheit 451 si conclude con un doloroso monito di speranza e sulle macerie di una civiltà autodistruttasi fioriscono i semi di una rinascita.


Tags: Naufragio, conoscenze, competenze, saperi, addestramento, umanesimo


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