Controriformismo educativo
Gennaro Tedesco - 10-10-2015
Controriformismo educativo

Nelle ultime settimane Repubblica ha dimostrato un ulteriore interesse verso il mondo dell'educazione e la scuola italiana .
Ne approfitto per notare che tutte le cure previste per rivitalizzare il morente sistema educativo nazionale sono sempre finalizzate, anche quando si prefiggono trasformazioni di programmi e metodologie, al recupero e alla salvaguardia dell'esistente involucro.
Purtroppo questo approccio conservativo non è solo tipico di Repubblica, ma anche di altri giornali, dei media, della nostra classe dirigente, di numerosi pedagogisti, dirigenti educativi e docenti ai quali si affianca un'opinione pubblica pilotata dai media e incattivita da una crisi feroce.
Nella migliore delle ipotesi la Suola, tra l'altro sempre presa a se stante, escludendo l'Università, la cui sorte è strettamente legata alla Scuola, influenzandola e da essa influenzata, si ritiene in coma profondo per motivi genericamente economici e culturali strettamente legati a fattori nazionali o al massimo europei.
Al contrario la Scuola e l'Università del Bel Paese sono in disgregazione e dissoluzione anche per motivi interni, ma soprattutto per motivi esterni.
L'Economia, la Globalizzazione capitalistica, non investe e scuote solo i mercati mondiali, ma anche le fondamenta delle organizzazioni educative, formative e culturali delle nazioni coinvolte in tale processo.
Tutte le riforme predisposte nella Repubblica italiana, ma anche nella UE, tendono a ridimensionare gli impegni finanziari e gli investimenti in educazione e formazione, concentrando le residue risorse in progetti educativi d'eccellenza a scapito di una diffusione profonda e capillare dell'istruzione sia scolastica che universitaria all'insegna della così detta politica dell'austerità.
Decenni di progressi educativi che hanno condotto la società italiana a traguardi civili, culturali, ma anche economici, mai prima raggiunti, vengono bruciati nel tentativo di recuperare risorse utili all'uscita dalla crisi economica e sociale.
Non si avverte la necessità di far crescere una nazione e di contrastare le forze possenti della globalizzazione e della crisi, che, al contrario viene aggravata dalla politica dell'austerità, con una trasformazione rapida e radicale del nostro vetusto e decrepito sistema educativo, non per sottoporlo al traino del mercato capitalistico, ma per contrastarlo.
Non solo vengono a mancare i fondi per la Scuola e l'Università, ma si sostengono e si perseguono politiche educative volte al ridimensionamento quantitativo e qualitativo dei percorsi e delle istituzioni formative.
Si introducono tecnologie informatiche e elettroniche, comunque insufficienti, che arricchiscono colossi multinazionali capitalistici occidentali che nella Scuola sfruttano predatoriamente la loro posizione privilegiata, compensando perdite sempre più consistenti sui mercati mondiali ormai quasi monopolisticamente dominati dal Dragone Cinese, dall'Elefante Indiano e da altri pachidermi dei Paesi Emergenti.
Quando vengono erogati, sempre più raramente, corsi di formazione e aggiornamento per i docenti e i dirigenti, essi sono indirizzati al consolidamento di eventuali nozioni informatiche del tutto presupposte, ma non necessariamente preesistenti e presenti nei formandi.
Le nuove tecnologie sono poste a supporto dell'edificio cadente e carente, invece di utilizzarle come tecnologie e metodologie innovative al servizio di un rinnovamento radicale dell'impianto sia scolastico che universitario.
Esse sono viste ancora come strumenti e non anche soprattutto come nuovi linguaggi, nuove epistemologie, forme di apprendimento e comunicazione alternative al tradizionalismo pedagogico nazionale e rivoluzionarie visioni del mondo.
Come Campione Antagonistico e Palingenetico del nostro sistema formativo si ha l'ardire o forse la dissennatezza e la sfrontatezza di riproporre sulla scena e nella sfera dell'educazione mondiale un Liceo Classico Riformato.
A dimostrazione non solo di una incomprensione "tropicale" dell'attuale scenario globale, ma anche di un tentativo di reazione identitaria e rinazionalizzazione politica, culturale e educativa del Bel Paese, tra l'altro, spronato da nostri pedagogisti, intellettuali e politici da salotto e da sofà, assolutamente o fintamente all'oscuro delle dinamiche dirompenti di una modernità in polvere, stracciata e dilaniata dalle possenti e terribili zampate delle "Belve Asiatiche".
Alla duttilità e flessibilità economica e culturale dell'Oriente si contrappone un involucro educativo rigido e monolitico: rigido oltre che tradizionalistico e statico nella sua architettura strutturale e istituzionale e monolitico oltre che conservatore e autoreferenziale nell'impostazione formativa.
I soliti licei, avanguardia del vecchio che ritorna e avanza, indirizzi tecnici e professionalizzanti, chiusi come i licei in se stessi e nel loro angusto e claustrofobico microcosmo apprenditivo che assomiglia sempre di più a un addestramento di vago sentore militare-aziendale e nulla più.
Invece di unificare e flessibilizzare indirizzi, ordinamenti, programmi e curricoli, ci si attarda su una microchirurgia specialistica e parcellizzante che a scuola come all'università aliena e schiaccia adolescenti e giovani alla ricerca di un sapere olistico e interdisciplinare, il solo compatibile e vivibile nel mondo interconnesso e globalizzato in cui si muovono.
Il Liceo classico spaccia per rivoluzionario l'eventuale alleggerimento dell'insegnamento grammaticalistico, sintatticistico e letterario del latino e del greco a favore di una dimensione culturale delle discipline classiche.
Ma tutto ciò è tardivo e insufficiente. Qui non si tratta di una semplice riforma e di qualche spostamento d'accento da una disciplina all'altra per continuare a tenerci il classico e il "nostro radicalismo identitario" con la sua Dottrina del "Centralismo greco-romano-cristiano".
Ancora una volta i nostri pedagogisti e i nostri ministerialisti non capiscono o fanno finta di non capire che la questione non è cambiare qualcosa, riformare, riequilibrare o peggio ancora riverniciare il decrepito e obsoleto edificio, ma ricostruirlo dalle fondamenta senza essere fondamentalisti.
La questione quindi non è ideologica, come potrebbe sembrare, ma è molto di più, è antropologica e ontologica.
Posto che un problema strategico come la formazione e l'aggiornamento di tutto il personale docente e dirigente è essenziale e preliminare a qualunque rifondazione educativa sia scolastica che universitaria, cosa che fino ad ora nessun governo della Repubblica nemmeno si è posto, e posto che l'unificazione e la flessibilizzazione di indirizzi, ordinamenti, programmi e curricoli sia altrettanto strategica e essenziale, cosa questa anch'essa del tutto fuori da ogni programmazione ministeriale, ci sarà Qualcuno disposto a intraprendere un percorso così radicalmente "sovversivo"?

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