breve di cronaca
Quando a scuola si gioca coi poeti
La Stampa - 29-05-2010

In Trentino, dove si impara a smontare e a montare Govoni, Gozzano & C.

GIAN LUIGI BECCARIA

C'è chi si permette di dire che i professori sono dei fannulloni. Lo sostiene chi non sa nulla della scuola. In questi giorni ho ricevuto decine di lettere di una scolaresca, alunni della Media di Villa Lagarina (Trento) che ogni anno analizzano l'opera di un poeta italiano. Li guida un professore (Gianpaolo Armani) cinquantenne, insegnante da 25 anni, che lavora (come tanti colleghi suoi del resto) con un entusiasmo pari a quello dei primi anni.

L'anno scorso mi ha mandato un plico di ricerche dei suoi allievi su Corrado Govoni. Ora mi ha fatto mandare il secondo, fresco di annata: una ricerca su Gozzano. Hanno letto tutto quanto era possibile. Ogni studente mi ha scritto una lunga lettera, con osservazioni, commenti, domande, spesso ingenue. Comunque sempre domande sono. Il prossimo anno dovrebbero leggere Giorgio Caproni. Mi commuove l'impegno.

Di questi tempi, con l'italiano che va a ramengo, occuparsi di poesia non fa che bene. Il poeta in genere la sa lunga sulla lingua, la sa lavorare a utilizzare a dovere. Prende delle parole e le ricongiunge per creare similitudini nuove, per inventare nuove combinazioni. Inventa metafore, con grande libertà. Cosa che non succede nella lingua comune, dove prevalgono di solito metafore scontate, «metafore morte». Lo scrittore invece risveglia le assopite, o ne propone di nuove.
La poesia ti abitua alla concisione, riesce attraverso cortocircuiti di analogie a dire di più rispetto al parlare solito. È il miglior modo a nostra conoscenza per dire cose con il minor numero di parole possibile: un concentrato di parole e di immagini. In una società dominata dallo sperpero, o dalla fretta che abitua all'approssimazione, al grosso modo, la poesia è l'antidoto. Ci viene incontro come arte della precisione puntigliosa. Abitua all'uso della parola giusta, messa al suo posto giusto. Fa pensare, meditare, indugiare.

Di una poesia si possono anche montare e smontare i pezzi, vedere come funzionano. Così i ragazzi scoprono man mano che il poeta sa più di altri giocare con le più sottili figure della retorica, con le metafore e le immagini più ardite. Di solito in poesia ci si imbatte in parole non banali, o che non ci aspettiamo, in sintagmi inattesi, a volte scioccanti, «strani», lontani dall'uso comune.
Nel mezzo di una comunicazione oggi più che mai nutrita di frasi fatte, la poesia ci mostra come sia fruttuoso stare alla larga dal preconfezionato, dal grigio del prefabbricato. Ci insegna a disfare le frasi fatte. Per questo trovo lodevole l'impegno di quei ragazzi trentini e del loro emerito professore.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 29 maggio)


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