Il vecchio e il ladro
Giuseppe Aragno - 20-11-2009
Dallo Speciale Racconti



- Tutto in fondo ci è ignoto.
Questa fu la prima risposta del primo cattivo maestro alla prima domanda del suo primo allievo.
-. Tutto in fondo ci è ignoto - proseguì - ma tutto ha una spiegazione ed è sempre possibile trovarla.
Non aveva paura, il maestro. Si vedeva dal viso disteso nonostante le rughe, dagli occhi lucenti che nel buio non tremavano, dalla noncuranza con cui s'avvolgeva nel rosso mantello mentre l'aria si faceva pungente. Di fulmini e tuoni ne aveva visti tanti nella sua lunga vita e sapeva bene che quella furia del cielo solo di rado fa del male a un uomo. Tanto bastava perché il vecchio se ne stesse sereno nel buio della notte. La successione repentina, inattesa e accecante dei segmenti di luce nell'universo nero come pece, il fragore terrificante del tuono, la totale ignoranza di quello che realmente accadeva rendevano folle di paura il pastore. Il giovane che un attimo prima appariva forte e sicuro di sé, col fiato corto, i capelli neri scompigliati dal vento sul viso pallido e ansioso, solo dal vecchio sperava ormai salvezza.
- E quale spiegazione posso dare a me stesso, stanotte, perché le mie gambe forti, veloci e ferme non tornino a tremare?
La notte, intanto, tornava sereno. Il vento portava lontano il temporale e presto, spazzate via le nuvole, la luce della luna piena avrebbe restituito cuore e voce agli uccelli della notte. La tempesta se ne stava andando via così com'era venuta.
- Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te. Apri il tuo cuore alla verità e vedrai svanire la loro giusta ira.
Fingendo di non rispondere, il vecchio, in verità, una risposta l'aveva data: il male era da cercare nel cuore del giovane terrorizzato. La reazione del pastore gli avrebbe consentito di misurare quale fosse la forza della sua parola, ma il vecchio ne era perfettamente consapevole: l'ignoranza del suo allievo era la sua unica e vera conoscenza e, quando il giovane, impaurito, cadde in ginocchio e alzò le mani al cielo, sorrise compiaciuto.
- Oggi ho disobbedito al mio padrone - gridò il pastore, strappandosi i capelli e confessando quella che ormai era per lui la causa scatenante dei fulmini - l'ho ingannato, ho tenuto per me un po' del suo formaggio e non gli ho detto nulla. Non lo farò mai più, dovessi morir di fame.

Nessuno può dire con certezza dove sia il confine che corre tra inganno e potere e mente chi ci racconta che Ercole ha liberato Prometeo. La verità è che in ogni ignorante superstizioso vive nascosto un Ulisse. Talvolta parte, non ha un poeta che ne canti l'epico viaggio, ma parte il nostro Ulisse e varca le sue colonne d'Ercole. Va, naviga affronta il mare e i rischi dell'ignoto, ma non gli basta la cera per salvare i compagni e, per quanto acume lo spinga, contro di lui si levano nuove sirene, sulla sua rotta si parano nuovi scogli e nuovi naufragi affondano vascelli coraggiosi. Ulisse però non si ferma e ogni volta che parte scopre una terra nuova.
Se dall'alba della vicenda umana l'ignoranza è la migliore arma di un potere fatalmente oscurantista, la conquista della conoscenza è lo strumento più efficace dell'emancipazione. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, ogni volta che il giovane ladro di formaggio ha imparato un segreto, il cinismo del potere - o la malizia del vecchio camuffato da maestro? - hanno saputo incatenarlo a una nuova paura. Quando il giovane ha smantellato le menzogne di Tolomeo, il vecchio gli ha spiegato che gli dei sbagliano solo perché usano il linguaggio degli uomini. Fermati o sole, è vero, invocò Giosué nel fuoco della battaglia. Ma il dio che gli mise sulle labbra quell'orribile inganno - è il sole che gira attorno alla terra - usò quelle parole perché in nessun altro modo gli uomini avrebbero capito.
Sono secoli che il giovane pastore corre e affanna, terrorizzato dalla sua ignoranza. E sono secoli che il vecchio cura ogni ogni paura del giovane con la sua antico e sperimentato consiglio:
- Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te.

Per quanto il vecchio finga d'ignorarlo, il giovane diffida.
- Io non credo che l'anima si salvi al mercato delle indulgenze, un giorno ha sostenuto.
- Non c'è nulla di più pericoloso del dubbio, ha mormorato il vecchio, minaccioso. E in un baleno, contro quel primo, sorprendente pensiero critico, emessa la sentenza - è ribellione - si son levati i roghi. Terrorizzato, il pastore s'è precipitato come sempre a cercare il peccato nel suo cuore. Stavolta, però, guardandosi dentro, nel profondo del suo animo, ha trovato un peccato autentico e l'ha confessato:
- E' così: il demonio mi possiede. Ho un insaziabile bisogno di sapere.
Per la prima volta dalla notte dei tempi, il potere nato dalla paura ha sentito d'aver paura e non ha esitato:
- Sia bruciato il giovane ribelle, ha decretato.
Messo in moto il boia, però, e levato il rogo, non è bastata legna.
- Guardati dentro, ha insistito ancora il vecchio.
- Ci ho guardato, l'ho detto, e ci ho visto il tuo dio. E' nelle cose. E' nel mio intelletto. E' una inseparabile unità di spirito e materia. Io posso essere signore di me stesso.
In questo inesausto e insuperabile duello tra conoscenza e superstizione, il ladro di formaggio s'è riconosciuto padrone e ha cercato il male fuori dal suo petto. Con un estremo inganno il vecchio è giunto a manomettere la storia - l'accademia è potere - e ha raccontato che il giovane pastore è un sovversivo, ribelle e terrorista. La Curia ha preso atto: è potere la Curia. Ma non sono bastate tortura, galera e pena capitale. Il giovane pastore ha inseguito i suoi sogni.
- Occorre aver paura dei sogni! l'ha ammonito il vecchio. Uno dietro l'altro, il ragazzo ha visto morire Tommaso Moro, Campanella, Serveto, ma rimanevano vivi i sogni e le utopie. Non muore la tentazione diabolica del libero pensiero. Brucia la legna e bruciano i corpi, ma il pensiero non muore.
Mille e mille pastori hanno così imparato a zittire le paure e i vecchi e cattivi maestri coi loro antichi e ormai inutili trucchi. Ercole finalmente ha liberato Prometeo, Ulisse non ha perso più la rotta, Galilei non ha chinato la testa e nessuno ha saputo più come mettere al rogo Giordano Bruno.

E' un po' che il vecchio maestro cattivo prova di nuovo a metterci paura:
- Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te.
Tutto quello che accade in questi giorni oscuri ha uno scopo preciso: ricondurci al primo fulmine, al primo tuono, alla prima domanda e all'eterna paura. Se il potere non può più contare sull'ignoranza e sulla superstizione, getta la maschera e mette mano alla forza. Tuttavia, il giovane ladro non ha più paura e l'ha capito: il formaggio non appartiene al padrone.
Raccontate alla curia e all'accademia - i servi sciocchi di un governo liberticida - l'antica storia del vecchio e del pastore. E, col poeta decadente, mettetela in versi dalla musica lieve:
"o campana, campana, campana,
la mia favola breve è finita,
la breve mia favola vana
".


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 Gemma Gentile    - 22-11-2009
Bella e calzante l'allegoria della storia dell'emancipazione umana dalla superstizione usata come arma di dominio e che, Geppino, hai scritto da maestro dell'affabulazione.
Il potere, è vero, conosce i punti deboli dell'Università italiana, in primo luogo il potere baronale che in tanti anni, nonostante le battaglie sessantottine, non è stato estirpato. Finge allora di voler riformare l'istituzione universitaria per migliorarla, così come sbandiera ai mille venti che tutte le leggi messe in campo nel settore della conoscenza sono finalizzate a facilitare il merito. Il ministro urla allo scandalo vergognoso, per cui tutti si dovrebbero sentire in colpa per aver "accettato" l'andazzo del cosiddetto baronato ("forse conveniva anche ai precari, magari raccomandati" sembra insinuare...). Guarda caso la verità si trova capovolgendo la propaganda. Il DDL su "governance" (già la parola è indicativa) e reclutamento è ispirato ai dettami in materia da parte di TREELLE (ormai non fa più scandalo il conflitto di interesse di chi pretende leggi che confliggono con l'interesse pubblico per aumentare i propri profitti) e del PD. Non elimina i "baroni", ma li rafforza, riorganizzando l'Università in senso privatistico e conferendo loro più potere, favorendo in modo particolare i rettori, che ne sono entusiasti e, di fronte a questa gustosa carota, non vanno a pensare a problemi di validità costituzionale: con la legge proposta avrebbero infatti poteri simili ad un amministratore delegato di un'impresa.
Ma l'autonomia universitaria storicamente non costituiva solo quella separatezza che ha generato il baronato, ma significava anche garanzia del luogo deputato alla conoscenza e alla ricerca da ingerenze esterne che ne condizionassero il libero sviluppo: l'autonomia universitaria era anche libertà di insegnamento e di ricerca rispetto al potere, era affermazione di libertà di pensiero. Ha mancato finora però di democrazia, per cui si sente il bisogno di un'organizzazione di tipo orizzontale, controllata dal basso. Si propone, al contrario una struttura piramidale e gerarchica diretta da un Consiglio di amministrazione a maggioranza esterna. La libertà di pensiero, come avviene in ogni regime, viene messa sotto chiave, la cultura è apertamente riconosciuta come merce e consegnata a Confindustria.
Mi ha impressionato la presa di posizione nettamente favorevole al DDL Gelmini di Repubblica (articolo di Pirani) e Corriere della Sera e il rifiuto dei due giornali di pubblicare le lettere contrarie al DDL pubblicizzate dall'ANDU, che ha puntato il dito contro la stampa da "regime accademico". Di "cattivi maestri" ce ne sono tanti, ma anni e anni di lotta per l'emancipazione dall'oscurantismo dispotico e per i diritti non sono passati invano. Non si illudano!
Con la distruzione dell'Università si completa il processo incostituzionale di smantellamento dell'Istruzione pubblica, a partire dalla scuola dell'Infanzia. Il ventennio faceva rogo dei libri e li censurava. Questo regime vorrebbe risolvere il problema all'origine, attraverso la promozione dell'ignoranza di massa. Si illude: in tanti, anche se ancora troppo pochi, hanno già capito il senso di ciò che sta accadendo e, in prospettiva, vincerà il libero pensiero degli sfruttati di tutto il mondo che non riusciranno a dominare.
Lo dimostrano gli operai che non solo occupano le fabbriche ma mostrano nelle interviste piena competenza della produzione e del loro lavoro. Essi sanno, come il pastore della favola, che "il formaggio non appartiene al padrone". Ben detto, Geppino!