Vale ancora la pena
Libero Tassella - 29-01-2009
Riteniamo che sia ormai tempo di uscire dalla logica di passivi destinatari ed entrare (se se ne condivide la ratio) nella logica di attivi contribuenti di idee, proposte, iniziative, da veicolare anche utilizzando le potenzialità della rete.

Ciò darà forza al nostro pensiero critico, a prescindere dall'appartenenza sindacale di ciascuno, e dalle nostre valutazioni, anche difformi e in contrasto, ma che hanno come minimo comune denominatore, quello dell'analisi della realtà, della conoscenza , della pluralità dell'informazione e delle posizioni, della critica, della tolleranza, della partecipazione, della mobilitazione, dell'onestà intellettuale, della passione per il cambiamento, dell'utopia e della verità che, anche quando complessa e multiforme, non ammette semplificazioni, propagande, scorciatoie, autoreferenzialità, mancanza di partecipazione, imposizione di punti di vista, intolleranza.

Non abbiamo mai creduto e non crediamo tuttora che, ad esempio, ci sia un'associazione professionale o un sindacato che abbia detenuto o detenga il verbo , ponendosi come la migliore sponda possibile per i lavoratori della scuola.

Non diamo credito ad associazioni e sindacati che si autorappresentano come chiusi nella loro torre di "verità e giustizia" e che si proclamano assediati da "feroci saladini"; oggi , citando e ribaltando Montale, che scriveva nel ventennio, sappiamo quello che siamo o siamo diventati, la nostra condizione è sotto gli occhi di tutti: siamo divisi, confusi, vittime di un terremoto che si sta abbattendo su di noi.

Oggi possiamo dire che il sindacalismo scolastico è largamente in crisi e l'associazionismo professionale degli insegnanti è collassato se non defunto, proprio in un frangente in cui avremmo bisogno, di parti sociali forti e coese.

Noi, però, non siamo cambiati e rivendichiamo sempre le stesse cose: il riscatto della nostra condizione lavorativa, una migliore considerazione sociale, uno stipendio più dignitoso, il rispetto per la nostra professione.

Ma dobbiamo essere anche onesti con noi stessi fino in fondo, cari colleghi: se siamo come siamo la colpa è anche nostra.
Ci siamo illusi per anni che altri ci potessero rappresentare tout court, ma sbagliavamo.
Abbiamo peccato di eccesso di delega, di passività, di acquiescenza , ci siamo girati dall'altra parte quando il problema non era personale, pronti ad ardere o annegare il mondo ( per citare il vecchio Cecco) , fingendo che i problemi dei nostri colleghi non fossero anche i nostri.

Oggi, colleghi, dopo la svendita di uno sciopero come quello del 30 ottobre, allorquando alcune sigle hanno deciso di rompere l'unità della mobilitazione e del sindacato, siamo più deboli, più vulnerabili, la controparte lo sa e andrà avanti come un carrarmato, con tagli, con modifiche, con una destrutturazione della scuola, dei suoi assetti, della sua storia.


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 ilaria ricciotti    - 30-01-2009
Hai perfettamente ragione, soprattutto nelle asserzioni degli ultimi due capoversi.
Gli insegnanti, all'interno della società, hanno perso la loro credibilità ed anche la loro autorevolezza. Non sono ascoltati, creduti, stimati, ma giudicati severamente e condannati ancor prima del processo. Di chi la colpa? Forse del sistema ed in primis delle forze politiche che non hanno mai investito nella scuola, ma, a mio avviso, la colpa è anche della nostra categoria che non ha mai saputo cogliere i vari "attimi" che di volta in volta si sono presentati. Ora essa annaspa per sopravvivere e per non perdere del tutto la propria dignità. Ma la strada è lunga, piena di insidie e soprattutto è difficile che la scuola torni ad essere considerata una risorsa e non una merce di scambio.

 oliver    - 03-02-2009
La sua analisi è perfetta ma non tiene conto che queste decisioni vengono prese da una determinata classe politica, è strano che lei non le cita mai, addossando la colpa in modo generico al sindacato. Si evidenziano differenze sostanziali anche tra loro, lei avrebbe dovuto dirlo.