La scuola vista da chi la perde
Direttivo Nazionale C.I.P - Comitati Insegnanti Precari - 15-09-2008
Dio Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Sarà blasfemo. Ma bisogna capire. È solo una reazione al calvario al quale i ministri del Berlusconi IV stanno sottoponendo la scuola italiana e quei "poveri cristi" che la frequentano, per studio o per lavoro. Tutto nasce da considerazioni di merito e di metodo. Nel metodo, a causa di quanti, mossi da frustrazioni giovanili, da furore ideologico ed interessi inconfessabili. Non si contano i ministri che la stanno sistematicamente screditando, smantellando e svendendo. Basti pensare alla contrazione di 160.000 addetti e 8 miliardi di euro in meno voluta da Tremonti che affianca la prospettiva della soppressione di tutte le scuole con meno di 600 alunni e l'introduzione delle fondazioni e della sussidiarietà, come sinonimi di privatizzazione e subappalto ai privati (religiosi e non). Si sta realizzando una devoluzione strisciante con il passaggio dall'istruzione statale a quella privata. In questa prospettiva s'inquadra la chiusura delle scuole con meno di 600 alunni che - oltre a produrre l'ulteriore ghettizzazione delle comunità sfavorite, la perdita di identità dei piccoli centri, la lievitazione del disagio sociale e dei costi per la scolarizzazione, l'incremento di elusione e dispersione scolastica - costringe, nei fatti, alla sussidiarietà. La scomparsa delle scuole in tante realtà locali favorisce gli istituti religiosi e i diplomifici. Il radicamento territoriale più capillare, i crescenti finanziamenti ricevuti dallo stato, le esose rette imposte per la frequenza, i bassi costi derivanti dall'esenzione ICI, i mortificanti livelli salariali, l'assenza di garanzie sindacali, la scarsa qualifica professionale consentiranno loro, di fatto, di sostituirsi all'istruzione pubblica statale.

E non si creda che i danni siano circoscritti alle primarie. Il ritorno al maestro unico, infatti, non dequalificherà solo l'istruzione di base (la sola eccellenza apprezzata in ambito internazionale) ma causerà la perdita occupazione, con l'inevitabile mobilità professionale coatta dei perdenti cattedra, dalle elementari alle medie e superiori. Si creerà così un effetto domino sulla qualità dell'offerta formativa della scuola statale nel suo insieme. Perdita di qualità, quindi, e maggiore precarietà.

Per gli oltre 300.000 docenti precari il governo ha la sua ricetta. Azzerare i diritti fin qui acquisiti, favorire la chiamata diretta dei presidi e, se non basta, utilizzare gli insegnanti con alle spalle dieci, venti o trenta anni di esperienza didattica nel settore turistico. Come a dire: da supplenti annuali a lavoratori stagionali o domenicali. Bel rimedio contro la precarietà! Posto che si voglia trasformare l'istruzione in animazione, sarebbe utile sapere dalla ministra in quale modo intenda sfruttare le diverse lauree e le specializzazioni, le tante abilitazioni ed i master, i vari concorsi e perfezionamenti.

Nel metodo, si è fatto ricorso ad un linciaggio senza precedenti. La scuola è stata assimilata ad uno "stipendificio", secondo la Gelmini; gli insegnanti, a detta di Sacconi, scelgono la scuola "perché è sempre meglio che lavorare". Oppure sono classificati come "fannulloni" da Brunetta. Per gli altri sono vecchi, ignoranti e incapaci, specie se "terroni". È proprio questa la maniera scelta dagli amministratori della scuola statale per preparare nel modo più sereno e proficuo l'imminente avvio del nuovo anno scolastico. Vista la descrizione che ne fanno - per dirla alla napoletana - chi la governa fa 'o gall 'ncoppa a munnezza (fa il gallo sulla immondizia). Accuse che, per restare in tema, provengono dal pattume della politica. Quella voltagabbana, senza decenza morale e coerenza ideale. Assenteisti, "pianisti" o mercenari del voto, da sempre, asserviti senza dignità alla razza padrona di turno. Da questi campioni del nulla un preludio di diffamazioni ed illazioni, gaffe e ritrattazioni, prima di varare provvedimenti distruttivi. E non è tutto. A seguire, le identificazioni intimidatorie per chi dissente e le minacce di ulteriori "riforme". Tra queste quella indefinita per le medie, la riduzione dell'orario settimanale delle superiori e la sua contrazione da cinque a quattro anni. E, alla fine del percorso, valutazione conclusiva per studenti, insegnanti ed istituti fatta da un, non meglio definito, "ente terzo". In tal modo si costituirebbero delle liste di proscrizione per gli insegnanti da epurare, così da far posto ad altri scelti senza concorso pubblico ma graditi a presidi-manager, magari, di nomina governativa.

A far da paravento una giovane donna, più chiacchierata che apprezzata. Una strana creatura. Per dirla alla Shakespeare, né giovane né vecchia. Aspetto fresco e idee arcaiche. Così la nostra sostituisce il voto con il giudizio e reintroduce - nell'ordine - la valutazione per la condotta, i grembiulini, l'educazione civica. Come se un voto scoraggiasse un bullo, un grembiule facesse uno studente, un'ora settimanale bastasse a ridare, al mattino, il senso civico, sottratto, la sera, dai vari TG. È lì, infatti, che sfilano il dito medio di Bossi e le corna di Berlusconi, le aggressioni e gli sputi onorevoli, il meretricio preelettorale e la compravendita parlamentare, le insolenze e il turpiloquio bicamerale, l'arroganza e la villania, la sete di potere e i privilegi, l'impunità pretesa e quella estorta, passando così di miseria in miseria.

Tornando alla ministra delle "minestre riscaldate", è singolare che, prima, abbia attaccato e diffamato in modo indifferenziato, e senza alcun riscontro oggettivo, i docenti di mezz'Italia. Poi, abbia ritrattato. E non finisce qui. Dopo il CdM del 28 agosto scorso, ha assicurato che il ritorno al maestro unico sarebbe stato subordinato a studi ministeriali per definire " i modi e i tempi per raggiungere gli obiettivi". Si è smentita sulla G.U., dopo appena quattro giorni, varandolo da subito. È certo singolare, che a soli 35 anni non si riesca a coordinare il pensiero alle parole, le parole alle azioni. Affiora il sospetto di una residua incapacità giovanile o di una precoce demenza senile. Resta la certezza dell'assoluta inadeguatezza. Ogni giorno, straparla di scuola pubblica e di merito. Dalla sua, vanta una formazione tra oratorio e scuola privata. Una migrazione di comodo al sud per strappare un'abilitazione professionale che, al nord, forse non le avrebbero concesso. Infine, tanta strada in politica passando per i viali ed i giardini di villa Berlusconi, ad Arcore. Una storia tutta italiana ed una protagonista che - con amara ironia - fa scuola (in senso figurato ed, ahinoi, non solo).

Iniziare l'anno scolastico con queste considerazioni, senza risorse, senza progetti, in regime di dismissione o sussidiarietà è peggio del peggio degli anni andati. Per quel tanto che resta, e per quanto poco valga, è insopportabile che l'istruzione sia ostaggio del governo, della CEI, dei privati o di chicchessia. Finché è pubblica è per tutti. È patrimonio di tutti. Non ha alcuna proprietà. Per questo deve essere rispettata e migliorata. Per chi la frequenta, chi vi lavora e chi l'amministra questo è un impegno e un dovere. Chi non ci sta, faccia spazio a persone più motivate e degne. E buona scuola a loro.

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