Quanto Milano conosce i suoi ragazzi?
Gianni Mereghetti - 25-06-2002
Forse ha ragione Barbiellini Amidei a sostenere che Milano conosce poco i suoi ragazzi, forse è nel giusto quando ci invita a considerare la serietà dei giovani d’oggi, sta di fatto che ciò che mi sorprende ogni mattina dei ragazzi e delle ragazze con cui ho a che fare è il bisogno di uno sguardo umano su di loro.

Anche durante questi esami di stato, sui quali infuria un’inutile polemica, girando tra i banchi in un caldo insopportabile, questo bisogno mi ha fatto tenerezza. Li ho guardati ad uno ad uno, i “miei” studenti, chi era affannato, chi apparentemente tranquillo, chi smarrito, in tutti anche se con tratti diversi vibrava la tensione ad un punto di certezza in forza del quale poter affrontare questa prima prova della vita. Sì, perché checché si scriva sui giornali, questa per loro è una prova, anche se fatta con i loro insegnanti!

Questi occhi che si protendono oltre ciò che appare, è questo che Milano non conosce, è questo che noi adulti non riusciamo più a sorprendere; sì, perché siamo dominati dalle immagini che ci siamo fatti sui nostri figli, sui nostri studenti, sui nostri ragazzi, e questo schermo distorce impietosamente la realtà.

Se ci capita questo, di aver fatto diventare estranei coloro che del nostro sguardo avevano bisogno, ebbene c’è un modo semplice di ritrovarli, quello di tornare a guardarli per il bisogno ultimo che hanno. Uno sguardo però non è mai un’analisi, né un giudizio di condanna neppure uno d’assoluzione, uno sguardo è coinvolgersi con loro, ed ha un nome, amicizia.

Del resto, mentre passavo tra i banchi, è vero che mi sono accorto di conoscerli poco i miei studenti, ma questo l’ho avvertito come una sfida, la sfida a chiedere loro perdono, perché ho desiderato più che conoscessero l’Imperialismo o Kiekegaard che non la bellezza della vita, la sfida a sporgermi con più trasporto verso di loro, uno ad uno.

Qui sta però la questione grave, mia, e forse anche di Milano, che si può guardare in faccia i giovani, solo se si ha una speranza positiva di fronte alla vita. Una speranza che non ci si può dare, perché la vita, anche la mia, è troppo lacerata, ma che si può trovare, perché c’è dentro gli anfratti di ciò che ci circonda.

Ma questo forse Milano non lo capisce, o non lo può capire, e così capita che i giovani domandino ad alta voce e nessuno li senta. Di questo però siamo responsabili, tutti! Lo avvertissimo …… basterebbe questo per avviare qualcosa di nuovo, come di fatto succede, là dove un ragazzo percepisce di essere guardato con un amore al suo destino, mai provato prima.


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