Nell'era della scienza e della tecnica:quale futuro e' riservato al Liceo Classico?
Marisa Bracaloni - 18-06-2002
Intervista a Luciano Stupazzini

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È stato insegnante di lettere classiche fra il 1961 e il 1994 in diversi licei italiani.
Si è occupato di didattica delle lingue e letterature classiche sia con la partecipazione come relatore a numerosi incontri di aggiornamento sia con la pubblicazione di alcuni scritti teorici e di alcuni testi scolastici. I suoi interessi si sono rivolti principalmente allo studio dell’applicabilità dei modelli teorici e glottodidattici della linguistica all’insegnamento del latino e del greco e delle teorie della letteratura e del testo alla didattica degli autori antichi e della storia delle letterature greca e latina. È consulente esterno dell’IRRE dell’Emilia Romagna, nel cui ambito ha lavorato all’applicazione dei criteri della cosiddetta Didattica Breve all’insegnamento delle lettere classiche.



Caro Luciano Stupazzini,


1) Che cosa pensi dell'idea di Gramsci che diceva: Lo studio del latino e' importante perche' addestra alla ricerca e alla riflessione?



Quando sento citare questo celebre concetto gramsciano, non posso fare a meno di ricordarne il contesto. Leggendo il testo originale (Per la ricerca del principio educativo), si evince con tutta evidenza che l’elogio dello studio grammaticale del latino e del greco è formulato in maniera assai più problematica di quanto appaia estrapolandone alcuni concetti. A mio avviso Gramsci aveva visto giusto quando affermava:
“Ciò non vuol dire (e sarebbe inesatto pensarlo) che il latino e il greco, come tali, abbiano qualità intrinsecamente taumaturgiche nel campo educativo. È tutta la tradizione culturale, che vive anche e specialmente fuori della scuola, che in un dato ambiente produce tali conseguenze. Si vede, d’altronde, come, mutata la tradizionale intuizione della cultura, la scuola sia entrata in crisi e sia entrato in crisi lo studio del latino e del greco. Bisognerà sostituire il latino e il greco come fulcro della scuola formativa e lo si sostituirà, ma non sarà agevole disporre la nuova materia o la nuova serie di materie in un ordine didattico che dia risultati equivalenti di educazione e formazione generale della personalità, partendo dal fanciullo fino alla soglia della scelta professionale.”
Io cito da Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere. Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Roma, Editori Riuniti, 1971 p. 144 s.; chi non avesse il testo sottomano può controllare la citazione e il contesto nel sito:
http://www.ecn.org/filirossi/gramsci2.html
Su questo tema la mia idea è che lo studio del latino (e del greco) possa avere sì un alto valore formativo, ma non indipendentemente dal metodo con cui lo si effettua. La condizione perché tale valore formativo possa esplicarsi anche oggi è che lo studio del latino e del greco sia condotto con una metodologia adeguata cioè, in estrema sintesi:
a) non ignorando le impostazioni della linguistica e della glottodidattica del ’900 e quindi focalizzando l’attenzione sull’importanza primaria della struttura, del lessico e, insomma, delle caratteristiche che accomunano il latino e il greco a tutte le altre lingue;
b) studiando adeguatamente un algoritmo delle complesse procedure che portano alla comprensione di un testo in lingua diversa da quella materna, allo scopo di disporre di un inventario il più possibile preciso delle moltissime competenze che questa operazione richiede e che sono di tipo non soltanto linguistico, ma anche ‘enciclopedico’.

In definitiva posso dichiararmi d’accordo con l’affermazione gramsciana, presa però nella sua interezza e non mutilata per dimostrare che anche un uomo di sinistra riteneva il latino e il greco insostituibili (il che, come si è visto, è semplicemente falso). Ciò significa che io riconosco a queste discipline lo stesso valore formativo che può essere attribuito a qualsiasi altra: il valore formativo non dipende dalla disciplina in sé, ma dal modo in cui viene insegnata. Anche il valore formativo di una disciplina scientifica come la fisica può essere scientifcamente nullo, se essa viene proposta in maniera acritica e dogmatica.


2) Un tempo il liceo classico era l'unica scuola che apriva le porte a tutte le facolta' universitarie in quanto ritenuto il solo istituto capace di sviluppare integralmente le capacita' degli alunni e formare le loro personalita'
Cio' e' valido ancora oggi nell'era della scienza, della tecnologia e della specializzazione?



Forse anche qui è il caso di puntualizzare. Secondo me, non è che il liceo classico avesse, per una sorta di sua essenza ideale, queste formidabili capacità formative dell’uomo tout-court. È che si era identificato l’uomo colto (destinato alle professioni liberali, alle funzioni dirigenziali, all’attività politica) con un profilo intellettuale umanistico-storicistico, centrato sull’appropriazione dello sviluppo storico del pensiero occidentale, in particolare nelle sue manifestazioni letterarie e filosofiche. Naturalmente in questa prospettiva erano soprattutto due gli elementi caratterizzanti la formazione: la conoscenza del mondo greco-latino e lo stretto legame fra storia e filosofia. Sulla base di questa ipotesi di fondo si sono creati: il liceo classico, che tentava di realizzare quel profilo al massimo livello; il liceo scientifico, che rappresentava una copia in minore del precedente in quanto privo del greco; l’istituto magistrale, chiuso in sé stesso in quanto orientato alla formazione di un intellettuale minore, come il maestro elementare. Dopo di che era perfettamente logico aprire tutte le facoltà universitarie ai provenienti dal liceo classico ed escludere i provenienti dal liceo scientifico dalle facoltà umanistiche per eccellenza (lettere e giurisprudenza).
Quanto detto, sempre in estrema sintesi, consente di rispondere alla domanda in modo più articolato che con un semplice sì o no. Se l’oggi viene definito “era della scienza e della tecnologia”, ciò può significare non solo che questi rami della conoscenza si sono enormemente sviluppati, ma anche che essi hanno assunto un ruolo epistemologico che in passato non avevano. Questo vuol dire che oggi non si può più identificare l’uomo colto con il profilo esclusivamente o prevalentemente storico-umanistico che era alla base del liceo classico. Nessuno può più permettersi di considerare le scienze della natura pseudoscienze o conoscenze puramente utilitaristiche; quindi lo scienziato è uomo colto allo stesso titolo del letterato, del giurista, del filosofo. Ciò è tanto vero che la metodologia scientifca ha fatto il suo ingresso anche nell’ambito delle discipline storiche, antropologiche, linguistiche. Il problema diviene allora quello di una nuova definizione dei rapporti che debbono intercorrere fra formazione scientifica e formazione umanistica, partendo dal presupposto che l’uomo colto di oggi deve possedere elementi di entrambi questi tipi di conoscenza: ovviamente non come somma di conoscenze (impossibile per via della crescente esigenza di specializzazione) ma proprio in senso formativo, cioè di creazione di una forma mentis che consenta al letterato (che pure utilizza la tecnologia contemporanea) di cogliere l’eleganza e la profondità conoscitiva di una teoria scientifica e allo scienziato (che pure vive una sua vita di cittadino ed ha i suoi momenti di tempo libero) di avere una consapevolezza etica, storica ed estetica. Per questo obiettivo appaiono inadeguati tanto il liceo classico quanto quello scientifico, così come oggi si configurano.


3) Il Classico punta alla formazione dell'uomo prima che alla sua professionalita', che rapporto puo' esserci tra liceo classico e mondo del lavoro?
Credi poi che sia fattibile l'idea morattiana delle "passerelle"tra un ordine e l'altro?



La risposta a questa domanda discende da quella alla domanda precedente. Nella situazione attuale i rapporti non possono che essere molto scarsi, quasi inesistenti. In una situazione diversa (una situazione in cui cioè siano fortemente presenti nel liceo classico l’uso di strumenti tecnologici, un’impostazione metodologica scientifica, una didattica che miri all’acquisizione di competenze anche produttive) i rapporti con l’odierno mondo del lavoro possono divenire più intensi. In relazione a determinate competenze acquisite (quali: saper leggere cursoriamente testi latini e greci, saper inquadrare fatti particolari di storia antica nelle linee generali della storia antica, saper formulare giudizi su opere letterarie e artistiche del mondo antico, moderno e contemporaneo), si potrebbero ipotizzare attività pre-professionali quali: lavoro subordinato in redazione di case editrici o in agenzie che si occupano della produzione di spot pubblicitari, archivistica e biblioteconomia, attività di operatore archeologico e turistico, curatore di siti web archeologici, turistici, librari.
La risposta alla seconda parte della domanda (quella sulle “passerelle”) dipende dal modo in cui saranno configurati i diversi ordini. Quanto più saranno differenziati, tanto meno le passerelle saranno fattibili. E questo conduce immediatamente alla domanda successiva.



4) Per quanto riguarda l'articolazione della scuola secondaria superiore ritieni piu' giusta l'idea berlingueriana che prevedeva un biennio obbligatorio e comune a tutte le scuole e un triennio; oppure l'idea morattian di un corso di quattro anni seguito da un anno di consolidamento in vista degli studi universitari?


L’ipotesi morattiana mi sembra la più comoda da realizzare, ma anche la meno adatta per conseguire l’obiettivo di formazione dell’uomo e del cittadino delineato al punto precedente.
L’idea del biennio obbligatorio seguito da un triennio più specializzato poneva indubbiamente maggiori problemi e costringeva ad un ripensamento più profondo dei curricoli (basti pensare alla difficoltà di creare percorsi che a livello di biennio potessero essere adeguati sia per chi intendeva terminare gli studi sia per chi aveva in mente di proseguirli). Tuttavia a me sembra che fosse assai più coerente con le esigenze formative generali e con la necessità di elevare il livello culturale medio. In questa ipotesi inoltre diveniva assai più agevole creare le passerelle che consentissero di modificare le scelte iniziali.


5) Il "riordino" dei cicli ha portato "disordine" tra i proff.; infatti cominciano a manifestare il loro disagio di fronte a tutte le innovazioni incompiute
Di quale tipo di aggiornamento /formazione ha urgentemente bisogno oggi la professionalita' docente?



Ah, questa è proprio una bella domanda. Naturalmente io non possiedo ricette magiche e forse non so neppure bene di che cosa abbia realmente bisogno la professionalità docente. Provo a buttare giù qualche idea, dettata da un’esperienza ormai lunga di partecipazione ad attività di aggiornamento/formazione.
L’ipotesi di partenza può, secondo me, essere che, nel “disordine” strutturale, convenga puntare sugli aspetti disciplinari. Una solida preparazione sulle caratteristiche essenziali della propria disciplina e della loro utilizzabilità didattica e formativa potrà probabilmente consentire di muoversi con una certa disinvoltura all’interno di qualsiasi futura organizzazione curricolare.
Questa preparazione dovrebbe comprendere le seguenti competenze.
a) Competenza metadisciplinare, cioè consapevolezza del ruolo che la disciplina svolge nel complesso curricolare, in relazione ai propri ‘nuclei fondanti’. Occorre abbandonare l’idea che una disciplina autoesplichi le proprie valenze formative. Queste esistono per qualsiasi disciplina, ma è indispensabile esplicitarle concretamente e coerentemente, per poi selezionare contenuti e metodi in relazione ad esse.
b) Competenza disciplinare, cioè conoscenza dello ‘stato dell’arte’ della propria disciplina, in relazione sia all’acquisizione di nuovi dati sia soprattutto al suo statuto teorico. Per fare solo qualche esempio, nell’ambito di cui mi occupo: le prospettive linguistiche, antropologiche, intertestuali, interculturali, narratologiche, di genere, hanno modificato notevolmente l’approccio al mondo antico negli ultimi cinquant’anni. Non si può sperare in un insegnamento efficace senza tenere conto di queste tendenze, che non sono mode ma modi di pensare che in qualche misura gli studenti respirano nell’aria intorno a loro e possono sentire più vicini, e quindi più stimolanti, delle impostazioni filologiche ed ermeneutiche tradizionali. Lo stesso statuto della storia letteraria, per esempio, è oggi fortemente problematico.
c) Competenza didattica; questa è la più complessa perché la si può articolare in forme assai varie, che vanno dalla individuazione dei ‘bisogni’ didattici di gruppo e/o individuali in termini di motivazione, competenze e conoscenze alla delineazione di percorsi e alla selezione degli strumenti per la soddisfazione dei ‘bisogni’ didattici così individuati, alla problematizzazione della valutazione.





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 Frtanca Antonia Mariani    - 18-06-2002
Luciano, sei sempre grande.
FAM