breve di cronaca
I problemi della scuola ...
Corsera - 24-03-2007
... visti dalla parte dei professori che insegnano in istituti difficili, come il Russo di Palermo.

Dove il primo obiettivo è non far abbandonare gli studi ai ragazzi.

Valentina studia sempre, anche la domenica pomeriggio. Dalle 15 a mezzanotte i suoi inconsapevoli professori si chiamano Sandro Piccinini, Ciccio Graziani, Teo Teocoli, Fulvio Collovati. Lei prende appunti, vede tutto. E la mattina dopo sciorina il suo sapere davanti alla classe finalmente attenta: «Ragazzi, Guidolin ha fatto un'altra fissaria, il 4-4-2 non funzionava proprio».

È finita che allo stadio c'è andata anche lei, magari senza scavalcare le transenne, come fanno i suoi allievi. E adesso la ragazza contesa dai professori universitari, laureata nel 1998 con una tesi subito pubblicata sui problemi della traduzione artistica dal greco al latino, soffre per gli infortuni di Amauri, come i suoi alunni. «Fa parte del lavoro. Devi sapere che mentre sei lì che spieghi Dante, il loro cuore batte per Zaccardo o per il "traditore" Luca Toni».

Il fiammifero acceso

Ci sono dei giorni brutti nei quali neppure il verbo secondo Sandro Piccinini funziona, e allora Valentina si aggrappa a una frase: «Nel buio di catacomba che ci circonda, il nostro compito è quello di tenere un fiammifero acceso anche a costo di bruciarci le dita». Gesualdo Bufalino, uno dei suoi autori preferiti. Non era destino, per Valentina Chinnici. E non è vero che la vocazione uno se la porta dentro fin dalla culla. Un padre docente universitario, una madre maestra elementare e una sorella insegnante al Classico potevano essere un indizio, ma lei sognava altro. «Il 90 per cento degli iscritti a Lettere antiche non ne vuole sapere di lavorare in una scuola che non sia l'università». È sottopagato, non ti è concesso di studiare, conti meno di zero. Questo è il senso di tante discussioni sul futuro con gli amici, ed è anche una sintesi del male oscuro degli insegnanti. Le facili ricerche sul burn out, le indagini a campione che definiscono «fortemente demotivato» il 70% dei professori italiani, non aiutano a capire. Gli insegnanti vivono quotidianamente la perdita di prestigio sociale, il degrado di un ruolo che era sacro ed ora è considerato accessorio, o peggio.

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 La Stampa.it    - 23-03-2007
Precari: la corsa per le supplenze da una lezione.

E il prof a giornata aspetta in stazione.


Partono un bel po’ prima delle cinque dalla provincia di Napoli o di Avellino. Salgono sul pullman della speranza e arrivano a Roma, stazione degli autobus Tiburtina, oltre due ore dopo. La speranza è quella di guadagnarsi anche oggi una supplenza.

Sull’autobus degli insegnanti precari e pendolari forzati si conoscono tutti. Una familiarità da compagni di viaggio con cui si dividono gli sbadigli e il freddo delle albe invernali. Tra loro c’è chi non sa neanche dove gli toccherà insegnare. Aspettano una chiamata dalla scuola. Se non arriva si torna a casa. Ma di solito, per fortuna, a telefonare sono anche più istituti contemporaneamente. Camminando a passo svelto verso la fermata dell’autobus che la porterà alla scuola elementare di viale Adriatico, zona Nomentana, Carmela (Carmelina) Monda racconta che «di noi non parla nessuno. Siamo pure più sfortunati, quelli di Caserta intervistati da Ballarò hanno la comodità del treno. Si possono svegliare un’ora dopo».

Quelli di Caserta: ovvero altri insegnanti precari che, incastrati nelle graduatorie gonfie e immobili della provincia di Napoli, migrano verso Roma in cerca di supplenze brevi: anche solo un giorno. Così, il treno che arriva a Termini alle 7.45 lo chiamano «il vagone del Provveditorato». Partenza alle cinque, sperando che durante il viaggio il preside di qualche scuola, sprovvisto di un docente, alzi il telefono per convocare un supplente d’emergenza. Al secondo piano della stazione Termini c’è un bar self service, a quell’ora è chiuso. Le sedie e i tavolini vuoti accolgono maestre col cellulare tra le mani e la batteria carica. «A Tiburtina andiamo al Cristal Bar - continua Carmelina -, e se la chiamata arriva entro le 8 bene, è per la mattina. Se arriva più tardi bisogna far passare il tempo fino al turno del pomeriggio».

Per poi piovere in classi ostili, dove «se un professore è violento lo licenziano in tronco - osserva Carmelina -. Gli studenti violenti, però non li licenzia nessuno. In classe ci arrivano le sedie sulla schiena...». Carmelina ha due figli di 13 e 19 anni, e alle spalle già un anno di viaggi a Roma per le supplenze brevissime saltando da un’aula all’altra, da un autobus all’altro. «Quest’anno invece sono fortunata: insegno dal 21 novembre fino all’8 giugno, e sempre nella stessa scuola». Non c’è imbarazzo a parlare di fortuna con un lavoro da 1.100 euro al mese (ci sono 300 euro di abbonamenti tra pullman e metropolitana) che la fa rientrare a casa tra le sei e le nove di sera con la cena ancora da preparare. «Che fine faremo noi precari?» si chiede l’ insegnante, mentre l’arrivo dell’autobus mette fine alla conversazione. La domanda, annotata sul taccuino, galleggia tra cifre sconfortanti: sono 180mila i precari a livello nazionale.

I pendolari dalla Campania al Lazio riproducono gli spostamenti storici di insegnanti che dal Sud vanno a lavorare al Nord. Un esodo destinato ad aumentare con la stabilizzazione prevista dalla Finanziaria di 150mila insegnanti. «Questo è un periodo di vacche grasse per i precari» afferma sorprendentemente Gianfranco Pignatelli, presidente nazionale del Cip (il Comitato insegnanti precari, associazione riconosciuta dal ministero dell’Istruzione che esiste da dieci anni). Presto svelato il motivo del tono trionfale: «Dopo la sfacchinata degli scrutini - spiega Pignatelli - molti titolari di cattedra si prendono un periodo di riposo». Per i precari si tratta invece di fare gli straordinari. I peggiori sono gli insegnanti che si mettono in congedo prima degli scrutini, abbandonando il compito vitale della valutazione degli studenti a un supplente che neanche li conosce e si sobbarca la fatica di riunioni e consigli. Sul pullman, di ritorno a casa, quando la frenesia della mattina lascia il posto alla stanchezza e c’è il tempo per raccontare meglio la propria inesorabile quotidianità. Francesco (Franco) Melissa ha 50 anni e parte da Baiano, provincia di Avellino, alle 4.40 di mattina. Ha moglie e tre figli. Fino al 2001 era disoccupato. Ora è collaboratore scolastico, fa il bidello in una scuola dalle parti di piazza Fiume. Rientra nelle categorie protette perché è orfano di guerra. Da quattro anni fa avanti e indietro ogni giorno per mettere insieme poco più di 900 euro al mese.

Marietta Squillante è di Civitile, provincia di Napoli: insegnante di sostegno alle superiori. Anche a lei quest’anno è andata tutto sommato bene. «Ho una supplenza annuale a Tivoli. Prima insegnavo nelle scuole private vicino casa, poi mi sono sposata e ho avuto una bambina. Sono in graduatoria a Napoli, ma lì non arrivano mai a chiamarmi. Così ho fatto la scelta di viaggiare, anche se mia figlia sente la mancanza della mamma».

C’è anche un servizio di aiuto notturno: per chi è costretto a restare a Roma fino a tardi - magari un collegio dei docenti va per le lunghe - si mette in moto la rete di solidarietà degli alloggi di fortuna a casa di colleghi, parenti e amici. Basta un posto per stendersi, e d’altronde tutto va bene pur di non pagare il conto di una stanza e intaccare lo stipendio. «La stabilizzazione per molti, sarà l’ultimo treno» conclude Pignatelli, 25 anni di vita da precario. «Non sai da quale stazione passerà, ma non hai nessuna intenzione di perderlo». Di certo agli insegnanti-pendolari l’allenamento non manca: anche questi, che fanno pratica con gli autobus.

Rosa Talarico

 Anna Di Gennaro Melchiori    - 24-03-2007
Ho letto sul quotidiano cartaceo l'intero articolo apparso ieri nelle cronache nazionali e la relativa intervista alla giovane docente palermitana, significativamente intitolata "LI RINCORRO PER FARLI STARE SEDUTI MI PROVOCANO PER VEDERE SE CEDO" . Meriterebbe adeguata attenzione e riflessione...
Tuttavia mi permetto di eccepire a riguardo della teminologia usata rispetto al lungo lavoro di ricerca e comparazione tra categorie professionali, banalmente definite "facili ricerche sul burn out"! Segnalo - a tal proposito - l'intervento concesso - ben due anni or sono - dallo specialista Vittorio Lodolo D'Oria all' emerito IRRE PIEMONTE, in occasione della pubblicazione del dossier Scuola di follia.

http://www.irrepiemonte.it/newsletter/n27.html

 dal Corsera    - 25-03-2007
Brutto voto, botte alla professoressa

Una ragazza 14enne, assieme alla madre, ha picchiato l'insegnate che è dovuta ricorrere alle cure ospedaliere per le contusioni


SIRACUSA - Dopo il brutto voto, le botte. Questa volta alla professoressa. Il voto assegnato in pagella non va bene a una studentessa di 14 anni che, assieme alla madre, ha aggredito l'insegnate. La vicenda si è verificata martedì pomeriggio all'Istituto tecnico professionale (Itas) Giovanna di Savoia di Siracusa. L'insegnante ha fatto ricorso alle cure del pronto soccorso dell'ospedale Umberto I.

CINQUE GIORNI DI PROGNOSI - I medici le hanno diagnosticato qualche contusione ed escoriazioni, dimettendola con una prognosi di cinque giorni. Sul posto, per constatare quel che era già avvenuto, è arrivata anche una pattuglia della polizia. Secondo quanto emerso, la madre e la studentessa avrebbero avuto da ridire sul voto in pagella e si sarebbero scagliate contro l'insegnante. L'intervento di altri genitori, presenti in quel momento a scuola, e di alcuni docenti ha riportato la situazione alla normalità.

 Il Corriere della Sera    - 26-03-2007
«Volevo sospendere un mio studente La mamma mi ha detto: si vergogni».

Milano, Franco Camisasca: a volte mi sento ferito, ma vale la pena insegnare.



«Mi ascolti bene: nel 1972 e dintorni, io facevo lezione che sembravo un robot. Ero costretto a guardare un punto fisso sulla parete in fondo all'aula. Non potevo voltarmi verso nessuno dei miei ragazzi, perché la classe era divisa tra rossi e neri, e nei banchi centrali, a fare da cuscinetto, c'era un drappello di Comunione e Liberazione. Se per sbaglio mi rivolgevo a un alunno qualunque, a seconda del mio torcicollo diventavo comunista o fascista, e per loro anche l'occhiata di un professore era un motivo per sprangarsi all'uscita da scuola, casomai ci fosse stato ulteriore bisogno di un pretesto per farlo».

Franco Camisasca è uno di quei professori che nessuno si ricorda quando sono arrivati. A forza di esserci, diventano una sorta di genius loci, piccole leggende scolastiche che si tramandano da maturando a «primino». Quando uno entra nell'atrio del Liceo scientifico Torricelli e lo vede sul primo gradino delle scale che portano alle aule, aria paciosa da buon cattolico, la grisaglia grigia, occhi limpidi, capelli bianchi, una mano appoggiata alla ringhiera, ha davvero la sensazione che ci sia sempre stato. Un monumento vivente a un'idea umanistica dell'insegnamento e alla scuola nella quale vive da 26 anni, dato gentilmente fornito da lui, essendo l'unico a poterlo sapere. «Mi chiede se ne è valsa la pena? L'altro giorno sono salito sul 15, il tram che mi porta al Torricelli, e ho incontrato un mio ex allievo. Mi ha raccontato del suo lavoro, della sua famiglia, abbiamo scherzato. Sembrava che fosse appena finito l'esame di maturità. E invece sono passati almeno tre lustri».

A scuola ha trascorso anni felici, il professor Camisasca. Ha vissuto intensamente la sua esperienza, ha scritto opere di didattica, partecipato a seminari, presentato relazioni. Si è speso. Adesso che ha varcato la linea d'ombra del suo amato Conrad e l'età della pensione è a un passo, riflette sempre più spesso su quel che è stato e quel che dovrebbe essere. «Io non credo che i ragazzi e le famiglie di oggi siano le peggiori di sempre, come sostengono alcuni miei colleghi. Sono diverse da quelle che le hanno precedute, tutto qui. Non è che insegnare negli anni Settanta fosse una passeggiata».

Quelli della sua generazione se ne stanno andando tutti in pensione. I dati del ministero della Pubblica istruzione registrano un'impennata di insegnanti che, potendo farlo, approfittando dello scalone, scelgono di dedicarsi ai nipoti piuttosto che agli allievi. È un fenomeno marginale, che riflette però il disamore che è ormai entrato sottopelle a molti docenti. Perché si tratta di una classe di professori che alla missione implicita del mestiere ci ha davvero creduto. Seduto alla sua cattedra alla fine di un sabato di lezioni, Camisasca annuisce mentre ascolta la storia di una collega come Carla Pratella, 58 anni, 34 dei quali passati nel casermone dell'Istituto tecnico Aldini, un'istituzione bolognese. Ha scelto di andarsene «per senso di solitudine e scoraggiamento nei confronti di una professione che non è più un punto di riferimento educativo». La scuola di oggi è vista dai professori «anziani» come un Eden perduto, nel rimpianto di un'epoca neppure troppo lontana, dove c'erano il 7 in condotta, si rimandava a settembre, e l'insegnante era l'unico dispensatore di sapere, con gli strumenti e l'autorità per indirizzare la vita di chi sedeva ai banchi. «Mi riconosco, in questa disillusione. Siamo stati costantemente depotenziati. Prenda ad esempio gli esami di riparazione: li hanno sostituiti con i "debiti", che si possono saldare con comodo ad aprile, quando è chiaro che nessuno boccerà più per i "peccati" commessi nell'anno precedente. Non funziona, ma è anche impossibile tornare indietro».

Intorno ai suoi anni qui dentro è cambiato tutto, compreso il paesaggio. Quando ha cominciato, dall'ultimo piano del Torricelli si riuscivano ancora a vedere gli ultimi orti dei contadini e le marcite, e Gratosoglio era il nome del capolinea del 15 e di un quartiere che i milanesi del centro consideravano sinonimo di periferia ignota e pericolosa. Oggi da quella finestra si vede poco, i palazzi residenziali si sono moltiplicati, il Gratosoglio è dentro la città. Camisasca dice che anche la scuola è l'esatta fotografia dei mutamenti di quel che le sta intorno. «Sono reduce da un consiglio di classe nel quale alcuni docenti, me compreso, avevano proposto la sospensione di un alunno. Non dico cosa, ma l'aveva fatta veramente grossa. Parte il confronto, si sceglie una pena più mite, qualche pomeriggio di lavori socialmente utili, ovvero le pulizie nel cortile. Convochiamo i genitori, e la madre, in tono solenne, mi dice che devo vergognarmi, che "i nostri figli non si processano", manco fossero la Democrazia cristiana del povero Aldo Moro. E così sia».

Ma il mestiere, quello rimane. Anche se è diventato più difficile, e meno gratificante. «Credo che il rimpicciolimento della nostra identità sia cominciato con il '68. Quel che era autorità andava buttato, anche in un mestiere che dell'autorità ha estremo bisogno. Poi, soffriamo da sempre di un centralismo e di uno statalismo spaventoso, che ci ha donato un'autonomia solo formale. E infine ci sono i sindacati, che per gestire dei cambiamenti che altrimenti non riuscirebbero a controllare, ci hanno fatto diventare dei burocrati». L'altro giorno un suo allievo gli ha chiesto se ha ancora senso studiare Manzoni nel 2007. A lui, che sull'Innominato ha scritto persino un saggio. Assolutamente sì, è stata la risposta. E il compagno di banco ci è andato ancora più pesante: con Internet, voi professori che ci state a fare? «Ma le domande erano entrambe buone. La nostra ragion d'essere è cambiata. Il sapere, la cultura, sono fuori, in rete, ovunque. Noi dobbiamo spiegare che cosa farne, fornire un criterio per l'uso di questa massa di informazioni che travolgono i ragazzi. E in questo, anche Manzoni può ancora essere utile».

I ragazzi di oggi non saranno peggio di quelli che li hanno preceduti, ma sicuramente sono più inafferrabili, misteriosi, per chi non ha la loro età. Il professore confessa di emozionarsi ogni volta che uno dei suoi alunni spiega una poesia di Leopardi «e io capisco che tramite Silvia o il pastore errante dell'Asia mi sta in realtà raccontando se stesso». Ma ammette che il suo ricordo più amaro è molto recente. Uno studente che entra tardi in classe, «con uno sguardo che non sono mai riuscito a definire», e come giustificazione gli racconta che la sera prima gli è morto il padre. «Me lo ha detto in un modo inerte, senza emozioni, come se raccontasse un fatto da esorcizzare al più presto, allontanandolo da sé. Mi sento ferito quando non capisco un gesto, o una frase. E purtroppo capita sempre più spesso». Provarci, almeno. Cercare di comprendere il mondo nel quale è trascorsa la propria vita. Camisasca sta preparando uno studio sul disagio dei docenti, quando arriverà la pensione si dedicherà maggiormente alla didattica. «Però mi creda: ne è valsa davvero la pena. E mi mancherà. Certo, è frustrante accorgersi che certe volte non vieni capito. Ma ancora oggi torno a casa, mi siedo al tavolo del salotto, riguardo gli appunti della lezione "incompresa" e il giorno dopo cerco di ricominciare da capo. Perché a scuola, se non hai la speranza non sei niente».


Marco Imarisio