La Casa dei bambini: un'esperienza conclusa?


di Lucio Izzo

Il contesto


Che cos'è una Casa dei Bambini? La casa dei bambini è il nome dato nei kibbutz israeliani al luogo dove i figli dei membri della comunità venivano allevati fin dai primi mesi di vita ed in cui abitavano più o meno fino all'adolescenza. In questa Casa i bambini non soltanto andavano a scuola e trascorrevano il tempo libero studiando e giocando, ma vi dormivano e consumavano i pasti tutti insieme.
L'idea non era del tutto nuova. Come gli antropologi di fine Ottocento e dei primi del Novecento avevano rilevato, in molti popoli delle isole dell'Oceano Pacifico era diffusa un'organizzazione sociale che prevedeva, oltre alla casa dei bambini, anche delle abitazioni collettive per i giovani adulti dette "case degli scapoli" o "delle nubili" mentre dei piccoli alloggi familiari erano previsti soltanto per le coppie sposate. Senza però riferirsi a culture così diverse, nelle quali del resto il senso di appartenenza dei figli era senz'altro collettivo e non individuale al punto che la paternità o la maternità genetica costituivano dati di scarsa importanza, è possibile trovare altri esempi di educazione comune dei bambini nelle culture contadine eurasiatiche dove le esigenze lavorative delle madri e il ruolo dominante della famiglia patriarcale con i suoi numerosi membri affievolivano il legame diretto tra genitori e figli. Questo legame veniva mediato ed integrato, soprattutto dal punto di vista educativo, dalla presenza di numerosi altri familiari genericamente definiti "zii" a prescindere dagli effettivi legami di parentela. L'uso di questo termine in varie lingue, incluso l'italiano, sopravvive del resto ancora oggi in una mutata struttura sociale. La parola "zio/zia" si continua ad usare anche in Italia per designare una figura integrativa ed assimilabile a quella dei genitori.
D'altra parte la società agricola patriarcale non escludeva la convivenza e la contiguità dei bambini con tutti gli adulti della famiglia. Sotto questo aspetto la Casa dei Bambini è invece più simile ad un'istituzione tipica di società più sviluppate quale il collegio. A differenza però del collegio dove la vita collettiva è gestita da un'istituzione impersonale ed esterna delegata a tale scopo dalle famiglie (o dallo Stato in assenza delle famiglie) la Casa dei Bambini viene gestita e controllata direttamente da tutti i membri del kibbutz ed è fisicamente collocata al suo interno. Vi sono dunque dei tratti peculiari in questa esperienza che derivano dalla specificità storica dei kibbutz stessi: il kibbutz è l'istituzione che ha maggiormente caratterizzato la costruzione della società israeliana contemporanea ed è stato un esperimento sociale in cui si è tentato di ripensare tutta l'organizzazione di una comunità umana sia a livello individuale che collettivo. La Casa dei Bambini rappresenta un aspetto interessante di questa esperienza e nella sua evoluzione intervengono fattori di ordine diverso ed in primo luogo sociologici, pedagogici ed economici. Per cercare di capire cosa essa sia stata e come sta cambiando occorre accennare all'evoluzione della struttura organizzativa del kibbutz nel suo insieme.



Origini e sviluppo

Il kibbutz è una comunità nata dalle idee del socialismo umanitario premarxista diffusosi in Europa nel secolo diciottesimo e diciannovesimo. La sue caratteristiche principali sono la comunione dei beni e l'uguaglianza fra i membri a prescindere dal lavoro svolto, lavoro per il quale non ricevono retribuzione in denaro ma gli vengono assegnati beni (casa, cibo, vestiti ecc.) in base alle necessità loro riconosciute dalla comunità. La gestione della comunità stessa è di democrazia diretta assembleare, simile al modello originario dei piccoli comuni svizzeri: tutti i membri vi partecipano direttamente votando per ogni decisione da prendere (Barkum e Bennet, 1983).
A grandi linee, la prima fase di sviluppo dei kibbutz va dal 1909, anno in cui furono fondate le prime comunità, fino agli anni '40 ed è la cosiddetta fase pionieristica; la seconda arriva fino agli anni '80 ed è quella della crescita e dell'assestamento istituzionale. La terza giunge fino ad oggi ed è quella della crisi economica e della ristrutturazione.
La Casa dei Bambini durante la prima fase era poco più di una stanza in cui venivano raccolti insieme i piccoli di ogni età accuditi e sorvegliati a turno da membri della comunità. Non vi era nemmeno una scuola e l'istruzione veniva impartita "sul campo", senza cioè seguire un corso di studi, ma piuttosto tenendo presente le esigenze della collettività. In questo periodo i kibbutz contavano pochi membri che lavoravano duramente tutto il giorno in un ambiente inospitale e in condizioni igieniche altamente disagiate tra cui la scarsità di acqua. I primi kibbutz si dedicavano infatti soprattutto alla bonifica di zone paludose o al recupero per usi agricoli di aree desertificate senza peraltro avere mezzi e personale adeguato. Di conseguenza i consumi e le comodità erano ridotti al minimo ed il lavoro manuale aveva priorità assoluta per tutti, uomini e donne, e dunque anche le madri dovevano dare la precedenza al lavoro esterno piuttosto che alla cura dei figli (Talmon-Garber, 1972; Palgi, 1985).
Questa necessità pratica si accompagnava ad un elemento ideologico antifamilista: si riteneva che per rafforzare la comunità e la totale dedizione dei suoi membri ad essa fosse necessario avversare l'idea della famiglia tradizionale, la quale invece favoriva spinte individualistiche. Dal punto di vista ideologico la Casa dei Bambini serviva da una parte ad affievolire il rapporto genitori-figli, dall'altra ad educare le nuove generazioni ai valori comunitari. Per esempio, tra gli altri procedimenti simbolici, i bambini venivano abituati a chiamare i loro genitori con i nomi propri e non papà e mamma. Le decisioni che riguardavano ciascun figlio non erano di esclusiva spettanza dei genitori ed anche l'allattamento dei neonati era organizzato secondo il principio della gestione comune: ciascuna madre doveva allattare, secondo le direttive dei responsabili della Casa, il proprio o altri bambini (Talmon-Garber, 1972; Palgi, 1985).
La seconda fase vide l'allargamento delle dimensioni e del numero dei membri dei kibbutz e contemporaneamente un grande miglioramento delle condizioni di vita al loro interno. In questo periodo la Casa dei Bambini venne integrata dalla creazione di asili e scuole regolari che i ragazzi frequentavano al mattino per fasce d'età, mentre al pomeriggio si svolgevano attività ricreative ed integrative.
La presenza di nuovi componenti arrivati da diverse parti del mondo, laddove i fondatori erano originari soprattutto dall'Europa Centro-Orientale (Safir, 1983), contrastava la spinta ideologica verso una comunità compatta. La maggior parte dei nuovi venuti proveniva da retroterra culturali differenti in cui la famiglia costituiva un gruppo di riferimento primario a cui non potevano rinunciare. Dal punto di vista ideologico l'opposizione verso la famiglia si affievolì anche per un'altra ragione: per evitare l'esodo dal kibbutz dei membri giovani furono incoraggiati i matrimoni all'interno della comunità e per favorire la crescita demografica al suo interno venne ridata legittimità alla struttura familiare e migliorate le condizioni materiali delle coppie (Palgi, 1993).
La crescita economica della comunità invece richiedeva una divisione del lavoro al suo interno, essendo cessata l'esigenza di lavoro manuale non qualificato, ed affermandosi invece il bisogno di specializzazione.
A partire dagli anni '50 i genitori, che prima potevano vedere i figli per poco tempo al termine della giornata lavorativa, vennero autorizzati a trascorrere stabilmente un po' di tempo insieme a loro al pomeriggio. In casi eccezionali i bambini potevano andare a dormire nell'alloggio dei genitori che d'altronde consisteva quasi sempre di una piccola monocamera con bagno e senza cucina essendo tutti i servizi del kibbutz in comune, incluso la mensa. Alla fine degli anni Sessanta, su richiesta della componente femminile, fu convocato un convegno per definire i diritti delle donne in rapporto alla maternità ed all'allevamento dei figli nei kibbutz. Fu stabilita una riduzione dell'orario di lavoro per le madri e fu creata la cosiddetta "ora dell'amore", un periodo di tempo in cui esse potevano visitare i loro bambini anche durante l'orario di lavoro. Inizialmente di trenta minuti "l'ora dell'amore" si allungò fino a diventare di sessanta minuti. L'importanza di questo intervallo si accrebbe fino a che le donne, all'inizio degli anni '80, poterono dividere la propria giornata in quattro ore lavorative e quattro trascorse con i figli, divise tra mattina, pomeriggio e sera.
Negli anni '80 e '90 i kibbutz hanno conosciuto una grande crisi sia dal punto di vista economico che ideologico. Nella moderna società israeliana allineata sugli standard delle economie avanzate dominate dal mercato e dalla concorrenza, il kibbutz non era competitivo dal punto di vista della produttività e, con la sua tendenza a sottomettere l'individuo alla comunità, era anche ideologicamente in contrasto con le spinte individuali che, specialmente tra i più giovani, si facevano sentire fortemente. Di conseguenza molti kibbutz hanno dovuto rivedere profondamente la propria organizzazione socioeconomica aprendosi all'esterno e rivalutando ulteriormente il ruolo e la funzione dei singoli e delle famiglie. Dal punto di vista dell'educazione dei figli il dato più significativo fu la tendenza a chiudere i dormitori e a fare dormire i bambini con i propri genitori. Tale tendenza si è pressoché generalizzata e praticamente nella quasi totalità dei kibbutz oggi i bambini, pur trascorrendo la maggior parte della giornata nella Casa dei Bambini, la sera tornano dai genitori.


Gli approcci educativi e l'atteggiamento dei genitori

Nell'evoluzione della Casa dei Bambini, da un iniziale momento di "spontaneità educativa" in cui la formazione dei bambini veniva affidata a membri non necessariamente qualificati, si è andati via via stabilendo una scelta di approcci educativi consapevoli, tra i quali ha prevalso un metodo ispirato alla socializzazione di matrice montessoriana adattata all'ideologia comunitaria del kibbutz.
Da un lato i bambini erano e sono incoraggiati a esprimersi liberamente e sono vincolati da pochissimi limiti. La libertà di movimento durante le attività didattiche è garantita anche dalla struttura degli spazi della Casa dei Bambini. Essa, a partire dagli anni '50 è mediamente composta da un dormitorio, da una o più aule scolastiche che servono egualmente da stanza dei giochi e, quando non vi è una apposita stanza, da refettorio. I bambini però utilizzano ampiamente anche gli spazi all'aperto antistanti la Casa. La spontaneità dell'apprendimento e dei suoi ritmi ha rappresentato un vero dogma per molte generazioni di insegnanti dei kibbutz anche se andava a discapito dell'apprendimento dei contenuti nozionali necessari per una preparazione di base o di tipo tecnico-professionale. D'altronde il metodo dell' "imparare facendo" sicuramente giovava enormemente all'apprendimento di abilità pratico-manuali che per molti anni sono state funzionali alle esigenze lavorative connesse alle attività economiche del kibbutz, prevalentemente centrate sull'agricoltura e sull'allevamento.
La grande libertà didattica ed educativa veniva però compensata da un grande rigore di indirizzo per quanto riguardava la trasmissione dei valori comunitari a discapito di quelli individuali. Il possesso di oggetti personali, per esempio, era fortemente inibito e si riverberava sulla decorazione degli ambienti: mentre i dormitori (legati al momento dell'individualità e della riflessione personale) erano del tutto spogli, il refettorio e le aule (legati al momento dell'interazione sociale) avevano una ricchezza di colori e di oggetti (Bettelheim, 1970).
Nel corso degli anni '80 e '90 il grande cambiamento intervenuto nella gestione educativa ed organizzativa della Casa è stata determinata da più cause. Tra le conseguenze della crisi economica, c'è stata in molti kibbutz l'apertura delle Case a bambini esterni, mai ammessi fino a quel momento. La presenza di questi esterni che la sera tornavano a dormire presso le loro famiglie e il tipo di comportamenti di cui erano portatori ha sicuramente influenzato la riflessione dei genitori del kibbutz, ma probabilmente non è stata determinante. Come sembrano dimostrare alcune ricerche (Palgi e Rosner, 1983, Mednick, 1975; Safir, 1983; Talmon-Garber, 1972) è soprattutto dalle donne dei kibbutz che è partita la spinta per un cambiamento dell'organizzazione delle Case dei Bambini ed in generale del rapporto genitori-figli all'interno della comunità. La critica che molte di esse muovevano alla struttura originaria partiva dall'opinione che, all'interno della comunità, fosse stata soltanto parzialmente raggiunta una reale parità tra i sessi (Shur, 1976). La terza e la quarta generazione di donne cresciute nei kibbutz rivendicava più degli uomini il pieno controllo sul bilancio familiare, la riduzione delle ore di lavoro e il fatto che i figli tornassero a dormire a casa e passassero più tempo con i genitori. Insomma vi era la richiesta di una maggiore autonomia della sfera familiare. Diverse spiegazioni sono state date da vari studiosi a tale tendenza. Tiger e Shepher (1975 e 1983) propendono per una spiegazione socio-biologica secondo la quale vi è una necessità naturale per le donne di essere vicine ai propri figli. Altri studiosi come Talmon-Garber (1972), Padan-Eisenstark (1983), Palgi e Rosner (1983) optano per una spiegazione socioeconomica. Secondo loro i fondatori dei kibbutz, che erano stati allevati secondo i vecchi modelli parentali dell'Europa Orientale, li rigettarono in blocco per i motivi pratici e ideologici precedentemente menzionati. Tuttavia col passare del tempo ed al migliorare delle condizioni economiche tali modelli riaffiorarono, specie tra le donne, insieme alla sensazione che la vita del kibbutz li avesse in qualche modo privati del loro ruolo di padri e madri e della piena gratificazione dei loro sentimenti genitoriali. Un terzo approccio (Ben-Raphael e Witheman, 1984) ritiene che le donne si siano sentite marginali rispetto alle attività produttive e decisionali del kibbutz e che abbiano voluto rivalutare l'importanza della famiglia per ribadire la propria identità e il proprio essere indispensabili alla società. Infine altri (Mednick, 1975; Palgi, 1985) hanno ritenuto che il kibbutz non abbia veramente cambiato il ruolo delle donne nel sociale, limitandole lavorativamente ai compiti di educazione dei figli e nei servizi. Di conseguenza le donne avrebbero preferito recuperare il proprio ruolo all'interno della famiglia in base ad un ragionamento che Palgi (1993) così descrive: "Invece di badare ai figli di qualcun altro posso badare ai miei; invece di cucinare per qualcun altro posso cucinare per la mia famiglia". Secondo questo approccio la stessa evoluzione avutasi negli anni '70 con la diminuzione delle ore di lavoro per le madri e l'introduzione dell' "ora dell'amore" in realtà avrebbero limitato le possibilità per le donne di avere una propria carriera in settori non legati ai servizi o all'educazione dei bambini. Inoltre la riduzione d'orario e la difficoltà di trovare dei sostituti durante l'ora di visita ai bambini avrebbe impedito praticamente alle donne di trovare un'occupazione al di fuori del kibbutz (Schuster e Hartz-Karp, 1986).
Questi quattro approcci, anche se considerati in forma integrata, riescono a spiegare solo parzialmente il fenomeno e diversi aspetti di esso andrebbero approfonditi con ulteriori ricerche. Ad esempio non sono stati esaminati in dettaglio le reazioni dei ragazzi e la loro preferenza rispetto al sistema del pernottamento a casa dei genitori o nella Casa dei Bambini, anche se è significativo che i genitori che hanno richiesto il cambiamento sono proprio quelli, e più di una generazione, cresciuti nella Casa dei Bambini comunitaria. Il loro comportamento in rapporto alla sistemazione per la notte dei figli è stato analizzato da uno studio di Isralowitz e Palgi (1993). La ricerca si è concentrata sulle differenti reazioni di uomini e donne in kibbutz con il vecchio e con il nuovo sistema di pernottamento ed in particolare è stata considerata l'influenza di esso sulle attività lavorative e del tempo libero dei genitori. Le donne i cui figli dormono a casa con loro si sono dichiarate molto più soddisfatte del loro lavoro di quelle con i figli che dormono nella Casa dei Bambini, anche se le prime hanno rilevato di essere più spesso in ritardo al lavoro e di usufruire di più giorni di congedo. Dal punto di vista del tempo libero, le donne con i figli a casa tendono ad uscire di più la sera e a ricercare le attività sociali, ma anche guardano di più la televisione e svolgono maggiori attività creative durante il giorno (corsi di fotografia, di lavorazione della ceramica, ecc.) per accompagnare i figli e fornirgli più stimoli. Gli uomini dei kibbutz dove i figli tornano a casa la sera, hanno dichiarato che il lavoro è meno interessante rispetto a quelli dei kibbutz dove i figli alloggiano nella Casa dei Bambini. Inoltre i primi sono più spesso in ritardo al lavoro, si assentano da esso per più giorni e trovano l'atmosfera sul posto di lavoro meno cooperativa ed impegnata. Come per le donne gli uomini dei kibbutz con i bambini in famiglia partecipano di più alle attività ricreative comuni ma non a quelle dell'assemblea decisionale dove invece si impegnano di più quelli dei kibbutz collettivi.
Ciò che dunque emerge da questo studio, come del resto dai quattro approcci esaminati, è che sono innanzitutto le donne a trovare più soddisfacente il sistema del pernottamento dei figli a casa, ma gli stessi uomini, nonostante le difficoltà, non sembrano contrari ad una ridefinizione dei ruoli che comporta una loro maggiore presenza in famiglia, anche nei compiti da svolgere, rispetto alla dimensione collettiva nella quale trascorrono più tempo fuori casa, tanto che oggi questa tendenza sembra irreversibile.


Prospettive attuali

Come rileva Palgi (1993) quella che può sembrare una controtendenza rispetto a quanto avviene nel mondo industrializzato e in particolare a quanto viene lì richiesto dalle donne sarebbe in realtà una convergenza verso gli stessi obbiettivi. Lungi dal chiedere la chiusura della Casa dei Bambini in quanto luogo di socializzazione e di formazione, le donne dei kibbutz domandano il suo rafforzamento come struttura diurna a tempo pieno, che includa le normali attività di asilo, scuola e di uso educativo del tempo libero. Anzi le migliorate condizioni economiche dei kibbutz hanno portato i suoi membri ad ottenere il potenziamento delle infrastrutture sportive (piscine, campi di calcio, pallacanestro ecc.) e in genere di quelle dedicate all'intrattenimento. Una tale struttura dovrebbe servire meglio l'aspirazione delle donne a svolgere attività lavorative interne o esterne al kibbutz, mentre non dovrebbe comunque limitare, come nel passato, il rapporto diretto tra genitori e figli, ritenuto necessario per una corretta crescita emotiva di entrambi. Anche dal punto di vista didattico, pur senza ridurre la spontaneità dell'apprendimento e la libertà dei bambini, si tende ad una maggiore strutturazione degli apprendimenti nel corso della carriera scolastica e anche ad incoraggiare il proseguimento degli studi a livello universitario al di fuori della comunità, sia pure secondo le mutate esigenze del kibbutz che necessita oggi di personale maggiormente qualificato e con competenze differenziate. La convergenza verso le stesse mete e gli standard dell'Occidente industrializzato sembra passare dunque, per i membri dei kibbutz, attraverso il recupero dei valori familiari e individuali senza però rinunciare alla solidarietà sociale.


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