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Strettamentepersonale.
Sulla funicolare.
Aldo Ettore Quagliozzi
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Sentite questa. Mi trovo nella funicolare di *********. Quasi vuota, dato l’orario non di punta ed il freddo intenso, pungente, a seguito delle nevicate tutte d’intorno a *********. Prendo posto in uno degli scomparti. Dinnanzi a me, seduta, una giovine signora, trentenne direi, piacente, occhiali da sole come di moda che le nascondono gli occhi, un cappelluccio di lana in testa calato sulle orecchie, jeans e giubbetto alla moda. Sembra che mi sorrida. Tergiverso. La compagna di viaggio parla ma me ne sfugge il senso a causa della perdita di frequenze del mio apparato uditivo. Abbozzo un sorriso di circostanza, come a convenire con le sue parole che non ho inteso appieno. Forse, penso tra me e me, considera la scarsa affluenza stamane sulla funicolare di *********. Vorrei abbozzare anch’io un mio commento, sempre con quel sorriso stampato sulla bocca, ma me ne trattengo. Mi è andata bene. La signora non commentava nulla al mio indirizzo, la signora non sollecitava alcuna mia considerazione. Solamente la signora stava parlando al telefonino, o meglio all’auricolare del telefonino, auricolare scomparso sotto il cappelluccio di lana. Impossibile, quindi, a vedersi. Ed ha continuato a parlare per tutto il viaggio. Anche all’interno del tunnel della funicolare di *********. Senza che le cadesse la linea. A me la linea cadrebbe in continuazione. Anche se mi trovassi in aperta campagna. Miracoli della tecnologia della signora con l’auricolare. Parlava ed ha parlato sempre di un pranzo da preparare. Se fare il ragù con la carne trita o con la salsiccia. Preparare poi lo sformato con la mozzarella e le “melegnane” fritte, arguendo io siano le nostre melanzane. E poi carciofi passati nell’uovo e la pastella e fritti pur essi. Ed il coniglio pur esso fritto. Ed un contorno di patate fritte. Tutto fritto. Tutto detto al telefonino, anzi all’auricolare del telefonino, tutto nel tempo del tragitto della funicolare di ********* per raggiungere l’antico, medievale centro storico. Mi è sopravvenuto uno sconforto estremo; ecco l’utilizzo, da parte di un essere vivente reso umano, dell’alta tecnologia, frutto e vanto della mente dell’uomo, senza volerne fare una questione di genere! Un lunghissimo percorso inutile nella storia degli uomini, a sentire il contenuto di quel parlare all’auricolare, dalle caverne alle palafitte alle cellule elettroniche dei telefonini per dirsi di un luculliano pranzo da preparare, forse, nel natale che incombe! Fossimo rimasti alle cartoline illustrate ci saremmo salvati da un inutile, decerebrato chiacchiericcio elettronico che invade prepotentemente anche le nostre vite, in un qualsivoglia angolo di questo pianeta chiamato ancora Terra.
Delle cartoline illustrate e della nostalgia rimasta forse per esse ne ha parlato Giacomo Papi in una Sua eccellente riflessione che ha per titolo “Le cartoline illustrate”, riflessione che di seguito trascrivo in parte e che è stata pubblicata il 21 di agosto dell’anno 2010 su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica”.
“(…) L'ultima cartolina dell'umanità fu mandata una mattina d'agosto. Davanti, piazza San Marco invasa dai piccioni. Sul retro, un testo fittissimo in stilografica nera. - Mia cara bambina, mi sforzo di scrivere piccolo. Non c'è spazio sulle cartoline, ma questa è l'ultima, voglio riempirla bene. L'idea grazie a cui ora comunichiamo, io e te, venne a un tale John P. Charlton di Philadelphia nel 1861. Era semplice: posta piccola per brevi messaggi. Come oggi gli sms. L'1 dicembre 1869 a Vienna fu emesso il primo cartoncino postale a tariffa ridotta. La prima cartolina per corrispondenza italiana comparve l'1 gennaio 1874, ma solo nel 1889, cedendo alle pressioni dell'Unione postale universale, fu accettata l'affrancatura ridotta anche per le cartoline private. Fu una specie di febbre. Nel 1908, 89 milioni di americani mandarono 677 milioni di cartoline. Eastman Kodak aveva lanciato la Pocket Folded Camera che scattava foto nel formato giusto perché fossero spedite. Come oggi gli mms. Arrivarono le pubblicità, Liquori Tantal, Grafofoni Columbia, Abrador, l'avete provato?. Il fascismo le usò per i suoi slogan poiché pubblicità e propaganda sono sorelle: - Quando un popolo si desta Dio si mette in testa -. Erano state vietate nel 1919 - come gli starnuti in pubblico - per rallentare il contagio della spagnola, ma ripartirono. Un fiume di immagini invase il pianeta. Erano fotografie, illustrazioni, litografie. Erano papi e anni santi, esposizioni universali e nuovi trafori, luoghi esotici e genti lontane, Tour Eiffel e grandi muraglie, donne africane con il seno al vento e reali di Spagna o di Serbia. Diventava tutto di massa, anche la distanza, i viaggi, la posta. Per i soldati andati a farsi inghiottire dalla Grande guerra furono la possibilità di dire a casa che esistevano ancora. Perché, sai, per me c'è questo di bello nelle cartoline. Che in fondo sono una specie di nascondino intorno al mondo. Esprimono la vertigine dello spazio, la meraviglia che si continui a esistere anche quando si scompare alla vista. Ti ricordi quando mi nascondevo la faccia e poi te la facevo vedere? Ti ricordi come ridevi? Credo che a milioni di persone le cartoline abbiano dato uno stupore simile a quando, da bambini, giocavamo con lo spazio, con l'esserci il non esserci l'esserci ancora. In un tempo in cui la lontananza era un fatto e l'irreperibilità una condizione, le cartoline dimostravano che si esisteva anche altrove. Il timbro sul francobollo aveva scritto luogo e data. Ciò che era così lontano da sembrare fantastico c'era davvero. Mi accorgo che, nonostante i miei sforzi per scrivere minuscolo, lo spazio sta per terminare. Ma forse è finito quando abbiamo inventato gli aerei, i telefoni, i computer. Quando le cartoline sono diventate un'abitudine automatica e kitsch, e per ridere sceglievamo apposta le più brutte. È finito quando telefoni a uno, ti risponde e dopo un po' ti dice che è in Cina. È finito quando ricevi un mms da Ulan Bator. Adesso, finisce anche l'ultima cartolina. Ci restano solo i saluti. Spero che ti facciano sorridere. Sono le parole scritte sulla cartolina mandata alle famiglie da Gafyn Llawgoch, il grande anarchico gallese, e Junichiro Kawasaki, il poeta giapponese, al termine del loro leggendario viaggio in moto e sidecar del 1953: - Bacioni da Kyoto! -”
dicembre 2010
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