 |
Tabularium
Considerazioni su Elisabetta d'Austria
Rolando Santi degli Arrabbiati
|
Matteo Tuveri, libero ricercatore e scrittore, plurifinalista di concorsi letterari e amante della cultura orientale, ormai abbastanza noto nell’ambito degli studi asburgici, si presenta al pubblico con un lavoro incentrato, ancora una volta, sull’Imperatrice Elisabetta d’Austria, la Sissi che tutti noi abbiamo imparato a conoscere dai film patinati. Il lavoro, dal
titolo “Tabularium. Considerazioni su Elisabetta d’Austria”, è una raccolta di saggi dedicati a due aspetti basilari dell'imperatrice d'Austria: l'impronta femminista ante–litteram e l'impulso all'erranza. Il primo saggio, presentato alla "Simone de Beauvoir Society's 14th international conference", dal titolo Il pensiero di Simone de Beauvoir per riscoprire un mito, indaga gli aspetti più inconsueti e sconosciuti dell'imperatrice e, grazie a Simone de Beauvoir, scrittrice e filosofa femminista madre del pensiero moderno, ne esegue una panoramica reale e vivace.
Il secondo saggio, dal titolo Heine, Elisabetta e l'ironia della terra di mezzo, si sofferma sui rapporti intellettuali fra Heinrich Heine ed Elisabetta, sul loro disincanto e sul desiderio di errare in territori inesplorati della psiche e dell'intelletto. Il saggio presenta, inoltre, numerosi spunti per una riflessione sulla cultura ebraica e semitica e sulla sua importanza nella cultura europea e non solo. Il libro è, senza dubbio, poco accessibile ai profani visitatori di siti web o storie leggere sulla “principessa Sissi”, esso esplora, scandaglia e ironizza sul destino massmediatico di Elisabetta d’Austria e ne espone le caratteristiche peggiori, quelle, in definitiva, che saranno le artefici della sua eterna fama fino al nostro secolo: rifiuto della famiglia tradizionale, amore per la poesia e l’arte, bulimia, anoressia, costante fermento interiore, sono solo alcune delle caratteristiche che Tuveri “estorce” ad Elisabetta puntandole contro il riflettore della letteratura e della ricerca senza tuttavia eccedere in nozionistica storica così tanto cara ai docenti universitari. Elisabetta viene rivisitata, rivista e riconfermata come donna del secolo, colei che ha saputo, per caso e per volontà, portare l’immortalità alla propria immagine. Un’immagine, appunto, che viene riproposta nella stessa introduzione del libro anche come immagine letteraria e dei mass media: Tuveri percorre, infatti, il fil rouge letterario di Sissi trovandola in Alfred Schuler, poeta cosmico di Schwabing, in Kraus, Berta von Suttner e persino in d’Annunzio che scrisse di lei proprio in occasione della sua morte improvvisa che, secondo il Poeta italiano, le diede l’assoluta immortalità. Sorprendente è l’arrivo di questo viaggio letterario all’insegna di Sissi: dai poeti e scrittori del Novecento, spunta il prezioso e “ventoso”, così lo definisce Tuveri, Mauro Covacich che regala ai lettori una Sissi diversa, estremamente in linea con le ultime scoperte storiche e letterarie fatte dallo stesso scrittore.
A questo punto il biografo diventa critico e prende la materia storica, la rende attuale e ne fa un rito catartico, porta la nostra società accanto a quella dell’Imperatrice e ne parla come se, già passata, se ne potesse vedere il risultato: spunti critici, che non piaceranno, sull’Europa, sul cattolicesimo e sull’islam privi, entrambi, di ironia e sul sistema universitario italiano, quello della ricerca, che non è in grado di produrre più niente se non una autoreferenzialità e una perpetuazione di se stesso che Tuveri abbatte e irride con l’aiuto di Olive Schreiner, scrittrice e pensatrice Anglo-africana, e di Heinrich Heine, supremo maestro di Elisabetta d’Austria. A riprova di questo, si cita una frase del libro, atta a descrivere una società, quella tedesca del 1800, che drammaticamente descrive anche quella contemporanea: «In una società alla ricerca di un cambiamento in positivo nasce in quel momento un’ondata di ideologie irrazionali e razziste che, sostenendo il ritorno radicale ai valori tradizionali, suggerisce l’avvento di violenza e disuguaglianza e perde di vista la necessità di un nuovo sentire in cui l’individuo esistente acquisti importanza sull’idea mistica di uomo». Un libro da leggere, da sfogliare e porre sul tavolino, elegante e curato persino nella copertina, ulteriormente arricchito da una prefazione di Andrea Duranti, studioso dell’Iran e della cultura europea, e da una prefazione di Patrizia Tancredi, membro della Simone de Beauvoir Society e funzionario al Parlamento Europeo di Bruxelles.
Dedicato dall’autore a Giuni Russo, è un inno al libero pensiero, la sua frase più bella dice: «Tutta l’Europa, compresa una larga fetta di ebrei, musulmani e cattolici, ha dimenticato i grandi ironici, come Dante, Heine e Omar Khayyām, a favore di una loro memoria di tipo accademico. Se ne parla come di maestri ma non come di compagni, si mette l’accento sul verbo ammirare ma non sul verbo condividere poiché ci si sta convincendo che prendersi tanto sul serio possa definitivamente rallentare il disfacimento e la trasformazione che la storia ha preparato per il nostro presente […]Agire con ironia e mettersi in discussione potrebbe essere la sola efficace risposta».
30 maggio 2007
in recensioni e presentazioni:          |
|
|