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Pluridisciplinare
I discorsi di Aldo Moro: una lingua ed un paese da decifrare

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Documentazione

Abstract:

Una lingua e un paese da decifrare

Antonio Padellaro con Alessandro Lanni


29-04-2008

Questo articolo è tratto da Reset n.106, Marzo-Aprile 2008
“L’uccisione di Aldo Moro fu anche l’inizio della fine della Democrazia
cristiana”. Antonio Padellaro era un cronista politico del “Corriere della sera” negli anni Settanta e ricorda bene quella stagione politica culminata con la morte di Moro. “L’epilogo tragico del sequestro segnò anche il tramonto di uno stile della politica e di un linguaggio con cui quel mondo si esprimeva”. Uno stile e una lingua che a leggerli e ad ascoltarli adesso sembrano lontani anni luce da quelli attuali. E che, per il direttore dell’Unità, per certi versi sono anche da rimpiangere.

Nel saggio di Enzo Golino che pubblichiamo in questo numero di “Reset” la lingua di Aldo Moro è criticata aspramente.
Le parole di Moro esprimono “capziosità levantina morbida e avvolgente, simile a un anestetico”.

La lingua di Moro era una lingua iniziatica. Egli porta a forme sofisticate un carattere che è proprio del linguaggio politico di quegli anni e soprattutto del linguaggio politico della Democrazia Cristiana. I leader della Dc di quel tempo vengono tutti da esperienze nella Fuci, nell’Azione cattolica e quindi risentono di un modo di comunicare che ha sempre una necessità: quella di tenere insieme tutto quello che si può tenere insieme e dall’altra parte c’è nel linguaggio questa cura di dire e non dire.

E come dobbiamo giudicare questa abilità?

Era una capacità fatta a livelli magistrali di lanciare messaggi criptati che soltanto altri possessori dello stesso linguaggio iniziatico erano in grado di decifrare.
Bisogna tener presente che in quegli anni la politica parlava molto al di sopra della testa dei cittadini anche perché ha la consapevolezza di rappresentare al più alto livello gli interessi del paese e quindi di averne anche la responsabilità.

Insomma, un mondo chiuso in se stesso.

La politica parlava alla politica con il linguaggio della politica che è un linguaggio per addetti ai lavori. E soltanto i chierici e i sacerdoti di questa politica comprendevano. E Moro era il rappresentate più raffinato di questa capacità e i suoi discorsi sono una trama, sia di linguaggio che di concetti, che va letta con una cura particolare. E qui nasce il problema dei giornalisti.

Quali erano i problemi per chi doveva, come i giornalisti, avere a che fare con quel mondo e il suo linguaggio esclusivo?

Innanzitutto, i discorsi di Moro e degli altri grandi politici italiani di allora erano lunghissimi. Le relazioni del segretario dovevano dare una forma compiuta e fortemente argomentata a tutto lo scibile umano. Gli interventi ai congressi della Dc duravano ore. Si parla del record mondiale, forse superato dai discorsi a braccio di Fidel Castro, del famoso intervento di sette ore di Aldo Moro al congresso di Napoli. Se si andava sotto le tre non si era degni.

E quali erano i contenuti di quei discorsi sterminati?

Questi testi, in genere, avevano più o meno la stessa suddivisione. Si partiva col mondo, con le grandi trasformazioni planetarie, i grandi problemi internazionali, poi i problemi dell’economia, della società italiana, le contraddizioni fino a scendere alla cucina della politica italiana. E' qui che c’erano le cose che interessavano di più ai giornalisti e che in genere erano in fondo, nelle ultime cartelle.

Esisteva un problema di esegesi di quei discorsi di Moro?

Personaggi come Aldo Moro erano accompagnati da interpreti ed esegeti, figure che non vanno dimenticate, e che gravitavano intorno a leader e ci aiutavano a dare l’interpretazione autentica delle sue parole. Mi ricordo Galloni, Salvi, Bodrato e tutti coloro che facevano parte della cerchia e che aiutavano a cogliere alla venticinquesima riga della trecentocinquantesima cartella – e non sto scherzando – il passaggio chiave di tutto. Quella frase è quella che conta veramente, ci dicevano.
Sono famose locuzioni come “convergenze parallele” che facevano intendere il progetto che Moro aveva in mente.

Certo, questa dimensione della politica molto esclusiva è scomparsa. Ci hanno pensato i ritmi televisivi a scandire i ritmi dei discorsi dei leader e a cambiare il linguaggio. Dobbiamo pensare che si stava meglio prima?

Trenta o quarant’anni fa, si viveva in una bolla molto lontana dalla realtà e i giornalisti erano i traduttori di quel linguaggio complicato. Ma, con una certa nostalgia, bisogna riconoscere che la politica aveva una dignità che ora non ha più. La qualità dei leader politici di allora non è paragonabile con quella degli attuali. Abbiamo avuto una stagione di talenti che pochi paesi hanno avuto. De Gasperi, Togliatti e tutta la generazione uscita dalla Resistenza. E successivamente Fanfani, Moro, De Mita, Craxi. Senza entrare in un giudizio sulle persone, dei danni e delle cose buone che hanno portato a questo paese, ma certamente in quegli anni c’è stata una fioritura di grosse personalità. Oggi ce ne sono molto meno. Tant’è vero che i personaggi più rilevanti della politica di questi anni vengono dall’economia: Berlusconi e Prodi.

Berlusconi e Prodi. Due personaggi che hanno dovuto fare i conti in maniera decisiva con i mezzi di comunicazione di massa. Quale era il rapporto di Aldo Moro con i giornalisti?

Erano personaggi che si concedevano poco ai media. Non erano mediatici perché il loro linguaggio era poco mediatico rispetto alle esigenze del pubblico ma lo erano anche perché centellinavano i loro interventi. La famosa “battuta” che il politico oggi dispensa in ogni momento e fa felice il cronista di turno allora era impensabile. Le battute di Moro erano delle pepite d’oro raccolte da giornalisti esperti che lo intercettavo alla bouvette, nella toilette o all’ufficio postale.

Lo stile di quella politica, lo “stile Aldo Moro” con quella lingua così difficile ed elitario può essere rivalutato oggi?

Sì, però è uno stile che non può più tornare. È impensabile che si possa tornare a quelle forme. È giusto rivalutarlo, ma è una cosa che debbono fare gli storici. Dargli una dignità che forse allora non fu apprezzata fino in fondo. Ora è difficile riproporre la lezione di Moro se non per una frase “questo paese non si salverà”, che esprimeva a fondo il suo pessimismo che traspariva dalla sua condizione di prigioniero ma che era anche il precipitato di una visione negativa e pessimista della società italiana che poi avrebbe avuto la sua controprova. E Moro in una frase del memoriale parlava di mutazione antropologica della classe politica e democristiana di allora. È chiaro che non fosse un dato positivo, Moro aveva già capito dove sarebbe finita la Dc. L’assassinio di Moro è la fine della Dc, l’agonia durerà ancora per molto, ma era evidente che lui aveva intuito che quella storia era finita.

Eppure c’è chi vede il Pd, ossia l’incontro tra la tradizione postcomunista e quella cattolica democratica, come un inveramento del progetto di Moro.

Moro lavorò a una grande progetto, a una grande operazione strategica: l’incontro tra il mondo cattolico e quello comunista che fu un il primo tentativo vero di riconciliazione di questo paese. Oggi il Pd è una conseguenza seppure lontana di quelle culture. Un processo difficilissimo che fu osteggiato duramente dalla gerarchia ecclesiastica di allora, e le attuali posizioni della Chiesa sui temi etici sono nulla al confronto. Ci furono aggressioni e minacce, Amintore Fanfani non divenne presidente della Repubblica perché la Chiesa l’osteggiò. Moro fu disprezzato e non dimentichiamo che il suo rapimento fu causato anche dal fatto che esistevano altri mondi che osteggiavano l’incontro tra Dc e Pci. Ecco, Aldo Moro, al di là di come lo si giudichi, ha fatto qualcosa di molto lontano dalla piccola politica e dalla sopravvivenza squallida a cui oggi la politica ci ha abituato. Espresse una visione. Visioni che oggi mancano decisamente alla nostra politica.



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