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Da «Noi donne», novembre 1993- La depenalizzazione possibile Franca Chiaromonte, Luisa Muraro, Elena Paciotti, Raffaella Lamberti, Letizia Paolozzi, Angela Putino, Lia Cigarini, Adriana Cavarero, Alessandra Bocchetti, Daniela Dioguardi e altre

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Documentazione

Abstract:
Da «Noi donne», novembre 1993
La depenalizzazione possibile
Franca Chiaromonte, Luisa Muraro, Elena Paciotti, Raffaella Lamberti, Letizia Paolozzi, Angela Putino, Lia Cigarini, Adriana Cavarero, Alessandra Bocchetti, Daniela Dioguardi e altre

«Fino a quando la legge cercherà di controllare l'aborto in forme mai applicate alle altre pratiche di medicina chirurgica, ci sarà pericolo. (...)». Sono parole di Gloria Steinem, femminista americana. In che cosa consiste il pericolo di cui lei parla? In pericolo sono sia la libertà femminile, sia la riproduzione equilibrata. Fino a quando la legge cercherà di sostituire la donna nella regolazione della sua fecondità, ci sarà pericolo per la libertà di lei singola, come è evidente, ma anche per la libertà delle donne in genere e per la loro capacità di regolare il processo della riproduzione. In questi mesi di discussione sull'aborto e, ultimamente, sulla pillola abortiva, la cosa per noi più significativa è stata la posizione autocritica di gran parte del movimento femminista nordamericano. Come negli USA, anche in Italia la legge che regola l'interruzione di gravidanza è stata sottoposta a vari attacchi con lo scopo di tornare al vecchio regime. E come negli USA, molte hanno difeso la legge in questione, forse senza rendersi conto di difendere un potere esterno che pretende di regolamentare il rapporto della donna con il suo corpo fecondo.(...) Noi sosteniamo anzi che l'esistenza di una legge dello Stato in questa materia - legge più o meno repressiva, non è questo il punto - non sia compatibile con la libertà femminile. E che, invece di difendere la legge o cercare di migliorarla, sia meglio pensare alla cosa più giusta e semplice in questa materia: depenalizzare l'aborto, cancellare dal diritto penale la parola 'aborto'. (...) Per cominciare sottolineiamo due dati di fatto. Primo il fatto che anche con la legge 194 l'aborto resta un reato. È un reato se non viene eseguito nelle strutture pubbliche. Ciò significa attese lunghissime per lo scarso numero di medici non obiettori negli ospedali. Significa inoltre un interrogatorio inutile ma umiliante che rimanda alla donna l'immagine che il legislatore ha di lei: individua di una specie irresponsabile, alla quale si deve far ridire quello che lei ha già deciso, per controllarne la consapevolezza. Nessuna meraviglia se il numero degli aborti clandestini cresce. Passiamo così al secondo dato di fatto: la legge 194 è applicata poco e male. Il disagio più grave riguarda il Mezzogiorno, dove scarseggiano ospedali e consultori e dove il numero degli obiettori è tale da rendere impossibile l'attuazione del servizio previsto dalla legge. (...) In ogni caso, difendendo o anche migliorando la 194, comunque si fa dipendere dallo Stato la pratica dell'aborto attribuendogli il potere di legittimarlo. E questo vuole dire, fra l'altro, negare valore giuridico (di diritto consuetudinario) e politico alla realtà di una secolare autonomia femminile che caratterizza la storia demografica dei paesi occidentali. La questione dell'aborto va affrontata a più livelli. Ne abbiamo individuati tre. Si dice da più parti: l'aborto non è un intervento come tutti gli altri. Ogni donna sa che questo è vero. Ma a livello sanitario l'aborto è un intervento come gli altri, ed è giusto che sia visto così. Altrimenti, oltre a provocare molte disfunzioni, come l'obiezione di coscienza, si favorisce una concezione del servizio medico che esorbita dalla sua funzione propria di aiuto sociale offerto ai singoli, alle singole nella gestione del loro corpo. Si tende invece a dare ai medici il potere di decidere che spetta alla donna. Considerare l'aborto, limitatamente al livello sanitario, un intervento come gli altri, è il primo effetto della sua depenalizzazione. Si tratterà, naturalmente, di un intervento mutualizzato, che potrà essere eseguito anche in strutture private, a pagamento o convenzionate. Il nostro sistema sanitario prevede la scelta tra pubblico e privato, così come prevede una serie di strumenti assistenziali. Quale che sia il giudizio che diamo su tale sistema, noi donne non abbiamo nessun motivo di fare dell'interruzione di gravidanza una così vistosa eccezione come è attualmente. Depenalizzare l'interruzione di gravidanza significa non considerarla più un reato. Non è una banalizzazione del problema, bensì una separazione - ecco la ragione dei più livelli - tra la sfera della competenza femminile e quella dell'intervento pubblico.Contro questa posizione qualcuno fa appello all'etica. Un'etica, notate, di cui la legge dovrebbe farsi strumento penale. Noi crediamo che se di etica si deve parlare, bisognerebbe intanto cominciare dalla deontologia propria degli operatori e operatrici della salute.Il secondo livello è quello giuridico. La 194 è un compromesso. Così a suo tempo l'ha definita quella parte del movimento delle donne che pure era per la legalizzazione (e non per la depenalizzazione) dell'aborto. Non tanto, come superficialmente si potrebbe pensare, un compromesso tra destra e sinistra o tra DC e PCI o tra cattolici e laici. C'è stato anche questo, ma, più profondamente, quella legge fu un compromesso rispetto al conflitto tra i sessi. Noi preferiamo che il conflitto tra i sessi non venga coperto. Tutte sappiamo che le donne, nel campo della riproduzione, si sono sempre riconosciute una capacità di decisione responsabile, così come sappiamo che in questo ambito c'è conflitto tra i due sessi. Pertanto, qualsiasi legge, qualsiasi regolazione parlamentare che si sovrapponga o pretenda di sostituire la competenza femminile equivale a voler chiudere la contraddizione a favore degli uomini perché misconosce la competenza e l'autorizzazione di origine femminile. (...) Il terzo livello, dunque, è quello simbolico, in cui una donna sperimenta la sua libertà e la sua non libertà sapendo riconoscere fin dove arriva una e dove comincia l'altra. L'aborto è una necessità, è legato alla costrizione della sessualità maschile che non separa piacere e riproduzione. Vent'anni di ascolto dell'esperienza femminile insegnano che una donna, quando decide di abortire, sa di aver subìto la regola della sessualità maschile. Qui nasce lo scacco che è per una donna il dover abortire, ma anche la coscienza: si tocca con mano il dato della propria non libertà, gli impedimenti che la propria libertà scontra nel rapporto con quella maschile. (...) Libertà significa trarre dallo stato di costrizione gli elementi per superarlo,ma anche, se questo fosse impossibile, per accettarlo lucidamente. Così il senso dell'esistenza femminile non viene da fuori, nasce da dentro. Così si sposta il limite tra non libertà e libertà. L'aborto ha sempre rappresentato questo limite. A partire da una costrizione, quella imposta dalla sessualità maschile, le donne si sono sempre autorizzate reciprocamente questo gesto. Non però come gesto di dominio sulla vita, come fantasticano quelli che parlano di omicidio, bensì come conclusione necessitata dalle circostanze. (...) Questa posizione è pienamente accettabile. Visto che il corpo che fa figli è quello femminile, visto che la funzione materna è femminile, è legittimo che le donne fondino su ciò un loro maggior potere nella riproduzione della specie. (...) Crediamo che l'autorizzazione simbolica femminile vada potenziata e lavoriamo a questo. Il potenziamento avviene contemporaneamente all'apertura di vuoti nell'ordine simbolico dato. Qualsiasi intervento legislativo in materia di riproduzione non farebbe invece che accentuare l'eteroregolazione, occupando spazi che vanno lasciati alla competenza e all'autorità femminili. Per questop vogliamo che la parola «reato» legata alla parola «aborto» scompaia dal diritto penale.(...)

Franca Chiaromonte, Luisa Muraro, Elena Paciotti, Raffaella Lamberti, Letizia Paolozzi, Angela Putino, Lia Cigarini, Adriana Cavarero, Alessandra Bocchetti, Daniela Dioguardi e altre


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Marzo-2008/art66.html

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