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Transdisciplinare
Si puo avere di piu - Oltre i limiti della 194

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Documentazione

Abstract:
Si puo avere di piu
Oltre i limiti della 194
Storia di una legge e dei suoi compromessi: esperienza, sapere, legami che restano fuori dal perimetro della norma. Trent’anni dopo, iscrivere nel diritto il rispetto del desiderio materno comincia dalla nostra vita, dalla nostra immaginazione, dalla nostra testimonianza

Nel nostro come in altri ordinamenti, la legalizzazione dell’aborto si basa sulla convinzione che alla legge spetti proteggere la potenzialità di vita del  concepito, considerata indipendente dal desiderio materno.

Questa convinzione produce parecchio disordine. Ricordo il caso,
arrivato davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, di una immigrata
cinese in Francia alla quale, al sesto mese di gravidanza, un ginecologo
del servizio pubblico provocò l’aborto (l’aveva scambiata per un’altra e pensava di doverle togliere la spirale). La donna chiese che il medico fosse condannato per omicidio colposo. I giudici rifletterono: se la legge consente
l’aborto, per quanto non al sesto mese di gravidanza, e posto che la scienza non è ancora in grado di garantire vita autonoma a un feto di seimesi, come può l’importanza di questo feto di bambina essere paragonata a quella di persona vivente, soltanto perché sua madre l’aveva accettata e desiderata? Il medico non venne neppure sospeso dalla sua professione.

Conclusioni di questo genere sono inevitabili quando si scinde la potenzialità di vita del concepito dall’accettazione della madre, e dimostrano che,  nonostante ogni contraria proclamazione, non c’è tutela né valore per la vita nascente, se non c’è simpatia e riconoscimento verso il desiderio materno,
e alleanza con esso. Dicono che l’interesse di chi deve ancora nascere
preme quando si rivolge contro una donna, ma conta ben poco quando a farne le spese sarebbe qualcun altro. E dicono anche un altro paio di cose, ben chiare: visto che avete voluto l’autorizzazione ad abortire, donne, ora non potete pretendere che se qualcuno vi fa un aborto per sbaglio la cosa sia
poi tanto grave; al massimo, pigliatevi due lire di risarcimento per lo
stress e in ogni caso ricordatevi, che dire il valore di ciò che una porta
in grembo spetta alla legge o alla scienza. Se la coscienza europea
del secondo millennio non vede la differenza tra desiderare o non desiderare
un figlio e venir fatte abortire per distrazione, allora dobbiamo dirci che legalizzare l’interruzione della gravidanza non è servito che per continuare a pensare la gravidanza e l’aborto come qualcosa che le donne devono subire.
Che sarebbe andata così lo sapevano quelle che da noi, negli anni ’70, non vollero lottare per una legge sull’aborto, per un «diritto» d’aborto, perché avevano in mente qualcosa di ben più ambizioso (Non vogliamo più abortire, fu il titolo di un documento del 1975).

Quelle donne pensavano all’aborto attraverso la vita: «La trasmissione
della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica », scrisse Carla Lonzi nel Manifesto di Rivolta Femminista.

Queste donne cui era ben chiaro che sempre, per quanto vietato fosse, le donne hanno abortito, e spesso sono state costrette ad abortire, vedevano che un divieto di aborto è un simbolo, che «rientra nel veto globale che viene fatto all’autonomia della donna», e che da questo punto di vista una legge che autorizza e disciplina l’aborto e una che lo vieta sono la stessa cosa. Avevano a cuore la libertà delle donne, e perciò la trovarono e la mostrarono,
dove stava, a disposizione di tutte: non in autorizzazioni di legge, ma nella voglia di chiedersi: «Per il piacere di chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi sto abortendo?». Domande che spostano, chemettono in moto pensieri e
azioni nuove, che cambiano ognuna di noi, e cambiano tutto. Domande
che liberano. Non è con l’amore di questo genere di domande che è stata scritta la legge 194; né essa ha creato per loro un ambiente favorevole.
La legge fa risuonare una grande narrazione: negli anni Settanta, siccome vigeva ancora una disposizione d’epoca fascista, che puniva l’aborto come reato, le donne abortivano di nascosto e in condizioni insicure; la Repubblica, legalizzando l’interruzione di gravidanza in ospedale, le salvò dalle mammane.
La «piaga degli aborti» fu peraltro enfatizzata dai radicali, che, alleandosi
con un femminismo più interessato a sottolineare l’oppressione delle donne che a mostrare le lor proprie risorse di libertà, organizzarono un servizio «clandestino » di interruzione della gravidanza, e tanto meglio se la cosa finiva davanti al giudice e sui giornali.

Serviva a denunciare le conseguenze sociali del divieto penale e la situazione
di illegalità diffusa che esso determinava (la proletaria si dissangua sul bancone di cucina mentre la borghese abortisce comodamente all’estero o nella clinica compiacente); a svergognare il regime democristiano clerico-fascista, e a sfidare il Pci, il quale, essendo improbabile che volesse
prendere in mano il tema dell’aborto, di notevole imbarazzo nel dialogo con la Dc e la Chiesa, appariva avviato a una di quelle brutte figure che tanto
facevano godere i suoi antagonisti.

Ciò che si ottenne fu, da una parte, di siglare una equivalenza tra
«privatezza» dell’aborto e «clandestinità», che gettò lo stigma collettivo
sulla prima e svalorizzò le relazioni femminili che da sempre accompagnano
l’aborto, così come il parto, e che sono state attraverso i secoli capaci
di proteggere le donne nell’una come nell’altra esperienza. Dall’altra,
di certificare che l’unica alternativa al divieto penale di aborto era una nuova
legge, che introducesse l’aborto «sicuro». Di questo quadro, che dell’aborto faceva essenzialmente un problema igienico, la Corte costituzionale seppe leggere le opportunità che esso offriva ai partiti maggiori per uscire dalle peste, e le illustrò con una sentenza che, nel 1975, dichiarò l’illegittimità costituzionale parziale del reato d’aborto e gettò le premesse per la contrapposizione tra diritti della madre e diritti del feto.

Posto che l’interesse alla vita del nascituro è protetto come supremo valore dalla Costituzione, la Corte ammise che considerare in ogni caso l’aborto un reato era irragionevole, perché non consentiva alle donne nemmeno di interrompere una gravidanza pericolosa per la salute, e le spingeva così nelle
mani delle «fattucchiere». Fece risaltare a chiare lettere che il solo bene e l’unico interesse che la donna porta nella procreazione, che abbia rilievo costituzionale e sia protetto dall’ordinamento, bilanciando in qualche caso l’interesse alla vita del nascituro, è la salute: non la libertà procreativa, tanto
meno il desiderio d’esser madre o non; che con la vita di un nascituro, si sa, non hanno niente a che vedere.

Dc e Pci si trovarono così la soluzione pronta: si poteva legalizzare l’aborto, rimediare alla «piaga sociale » e tacitare le piazze, senza bisogno di alludere a nessun tipo di libertà delle donne. L’aborto a catena nell’indifferenza degli ospedali fu votato come la risposta solidale e emancipatrice della Repubblica
ai problemi di noi poveracce, che dobbiamo esser messe al riparo dall’imperizia praticona delle altre, le quali sono loro i nostri veri nemici, non una sessualità bloccata sugli schemi del dominio e della subalternità, non chi strumentalizza
le donne per poi contare i voti. Perché risultasse chiaro che le donne sono: vittime, incapaci di scegliere, pericolose e nemiche della vita nascente, doveva rimanere e rimase un delitto la possibilità che una abortisca a casa sua, con l’aiuto di una ostetrica amica, il sostegno delle persone care, e per i motivi che sa lei.

Dove allora si abbracciarono Dc e Pci, oggi si stringono Veltroni e Binetti.
Non vi è dubbio che, per i partiti, la legge 194 abbia avuto e conservi
un’importanza cardinale; o che, nell’Italia di allora, essa avesse un significato emancipativo. Ma fuori da quel suo contesto, la 194, costruita sulla negazione del rapporto tra la vita del nascituro e il desiderio materno, sulla  criminalizzazione dell’intimità, sull’abbandono del corpo femminile al governo
della medicina, e sulla dimenticanza che in ogni aborto sono in gioco legami, rischia di generare un immaginario troppo povero per nutrire i legami del vivere comune. Questo è il prezzo di una legge che, piuttosto che nel desiderio della
donna, preferisce vedere nella mancanza di mezzi una giustificazione dell’aborto, e nella disabilità un’altra, allorché considera le accertate malformazioni del nascituro, al pari del «disagio economicosociale», un pericolo per la salute psicofisica della madre, tale da legittimare l’aborto.

Così si confonde la scelta di una donna sulla propria maternità con una aggressione alla dignità di chi è malato. Si genera una retorica che vorrebbe far pagare a ogni donna col suo corpo e la sua vita, gli arbitri e l’irresponsabilità di una scienza orgogliosa di saperti preannunciare dolori davanti ai quali ti lascerà sola, o bramosa di riuscire a dare qualche ora di inimmaginabili sofferenze a un prematuro di trenta settimane. Si smarrisce il
buon senso che non confonde e non mette l’una contro l’altro una donna che abortisce il feto malformato e un essere umano sofferente e diverso.Una ipocrisia che ti chiede ragioni per abortire,ma poi non ti dà neanche il tempo di parlare, se per caso ne avessi bisogno, in quei due secondi in cui ti viene firmata l’autorizzazione, costa la dignità, libertà e autonomia di scegliere
tra abortire in ospedale e disporre di questa come una possibilità tra altre. Né si capisce perché gli uomini debbano vedere la loro sessualità pietrificata da una legge che non ha vergogna di sancire che con l’aborto si rimedia alla violenza  e all’incesto.
Possiamo e dobbiamo permetterci, oggi, di andare oltre la legge 194,
oltre le regole e i principi generali che, non potendo allora legittimare l’aborto che a titolo di procedura burocratico-sanitaria, rischiano di riuscire più che altro a snaturare e impoverire la concretezza e la singolarità dell’esperienza. Possiamo volerci più ricche e più ricchi, mirare a iscrivere nel diritto il rispetto per il desiderio di una donna di diventare o non diventare madre, e restituirlo all’intimità vivente e abitata di ciascuna. Il diritto non appartiene ai partiti. E’ capace di pensare per possibilità, è poroso e restituisce le idee e le immagini che ci mettiamo dentro. Iscrivere nel diritto il rispetto del desiderio materno comincia dalla nostra vita, dalla nostra immaginazione e dalla nostra testimonianza.
Costituzionalista,Univ..Cagliari


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Marzo-2008/art90.html

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