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Transdisciplinare
Ma si nasce ancora da donna L'embrione autonomo, una creatura della mente maschile alla fine del patriarcato. Di Maria Luisa Boccia

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Documentazione

Abstract:
Ma si nasce ancora da donna
L'embrione autonomo, una creatura della mente maschile alla fine del patriarcato. Quando salta la soglia fra prima e dopo la nascita, lo Stato fa da balia al concepito e l'identità genetica diventa il certificato dell'individuo
Maria Luisa Boccia

Il 30 aprile 1965 la rivista Life pubblica in copertina la foto di un feto, con la didascalia «il dramma della vita prima della nascita». E' un 'immagine divenuta abituale: gli occhi chiusi, il pollice in bocca, il feto appare collegato ad una massa rosata, la placenta, come ad un paracadute. Nel 1990 Life pubblica la sequenza di foto dei «primi giorni della creazione». Una serie di cerchi colorati, di diverse dimensioni, di superficie liscia o ruvida, punteggiati di luci. Senza il commento le immagini sono un bel disegno astratto. La didascalia annuncia: «Prima c'era solo un grumo di cellule. Ora è stato stabilito il contatto. E' un essere umano al cento per cento». Anche queste immagini sono per noi familiari. Con la fecondazione in provetta e il congelamento è divenuto visibile quello che prima era invisibile. E però l'embrione non è considerato per ciò che è. La parola non evoca l'immagine cellulare che le corrisponde; ma quella del feto, già sviluppato, annidato nel corpo materno. La sola che possa dare verosimiglianza al suo essere umano «al cento per cento». Dunque vediamo, e valutiamo, le scoperte e possibilità delle biotecnologie, avendo nella mente un'immagine di quarant'anni fa. Attorno alla quale si è avuta, in anni recenti, una tessitura potente di immaginario collettivo. Del quale è protagonista indiscusso e solitario il concepito. Divenuto l'emblema stesso dell'umanità. L' individuo e cittadino per eccellenza. Basta guardare a quel concentrato fantasmatico che è la legge 40. La pretesa di normare quello che c'è prima della nascita si è tradotta in diritti del tutto inediti: il diritto a nascere, imponendo alla donna di farsi impiantare tutti gli embrioni ottenuti in laboratorio; quello ai genitori biologici, per il divieto di donazione dei gameti; e quello all'intangibilità, per il divieto di diagnosi pre-natale. Se è concepito in provetta, l'embrione gode di uno status privilegiato. Quello che non si può garantire in alcun modo al concepito con il sesso. La novità principale è che tra prima e dopo la nascita non c'è più soglia. Di senso e, così pare, neppure fisica. Soprattutto non c'è distinzione tra il grembo materno e la macchina. Tra dentro e fuori. Il che vuol dire tra embrione vivo, che cresce e si sviluppa grazie alla madre e quello in vitro, stadio inerte di cellule, destinate a deperire se non verranno accolte da una donna. La nascita non è più l'evento inaugurale dell'esistenza di un essere umano. Del suo esserci nel mondo, tra e con altri e altre. Lo è invece il concepimento. Dopo c'è il susseguirsi di tappe di un processo indistinto, nel quale tutto è equiparato. La gravidanza è solo un transito, una fase come un'altra dell'avventura della vita. L'utero, equiparato come organo riproduttivo al seme e all'ovocita, è solo un ambiente - un sistema di approvvigionamento - nel quale abita un individuo indipendente. Lo stesso che ne esce per continuare la sua vita. Già dotato del suo corredo di diritti. Il concepimento extracorporeo offre una parvenza realistica ad un «ossequio quasi mistico per l'individuo». Questo è il non-detto sotteso al discorso bioetico. Da parte liberale come cattolica. Entrambe poggiano infatti su una presunta evidenza scientifica. Quella che nell'embrione è raccolto tutto ciò che l'individuo è e sarà. In breve l'identità genetica è diventata il fulcro, materiale e simbolico, dell'individuo. E infatti. Si attribuiscono diritti al nonnato, per affermare «io sono»: chi sono e cosa sono. Un tutto inscindibile di sostanza e significato. Ma i diritti dell'embrione affermano prima di tutto l' interesse retrospettivo ad esistere. Ad esorcizzare una paura ancestrale: tutte e tutti avremmo potuto non nascere per volontà delle nostre madri. Ma è il timore maschile ad aver cercato rimedio nell'indipendenza individuale. E tuttora vi ricorre. Immaginando di essere separato dalla madre, fin dall'inizio, si rappresenta le scelte femminili come potenziale violazione di quell'indipendenza. Ed invoca tutela, dallo Stato e dalle leggi. L'autonomia dell'embrione dalla madre è , appunto, immaginaria. Senza di lei l'embrione è fissato a quello stadio cellulare, finché non deperisce. Tutte le sue potenzialità, a cominciare da quelle della vita biologica, sono affidate all'accoglienza materna. E' la madre che rende effettiva la sua vita e la sua pensabilità prima della nascita, dal momento in cui lo accoglie in sé. I figli della scienza, i bambini venuti dal freddo non nascono in provetta, sono anche essi nati da donna. L'inevitabile conseguenza è che la tutela dell'embrione dipende da lei. Sottratto all'essere generato da donna il non-nato resta in balia dello Stato che fa della vita materia giuridica, regolabile fin dall'inizio. Una volta concentrato il senso dell'essere umano nell'identità genetica, davvero non c'è modo di porre un limite all' invasività, politica e tecnologica, sul vivente. Per tutti noi il senso che diamo al fatto di essere al mondo, dipende dal sì di una donna. Non vi è etica e neppure sensatezza se si cancella la madre. Rimuovendo la sola evidenza. Sistematicamente ignorata in tutte le dispute, più o meno colte, su quando inizia la vita e se l'embrione è persona. E' questo il limite che la scienza e tecniche incontrano. E non può non essere il limite per la legge e per l'etica. Gli uomini però continuano a fantasticare di decidere loro se, quando e come si fanno figli. E' evidente infatti che il conflitto non è tra l'embrione e la donna. E' tra donne incinte da un lato, e uomini, per lo più, dall'altro in veste di tutori. E' uno scenario antico che si ripete con modalità inquietanti e violente. Non vi è e non vi sarà tregua finché si continua a rimuovere la colpa etica della riduzione della madre a un corpo contenitore della vita. Per questo non possiamo avere alcuna timidezza verso l'etica della vita. Perché l'abuso del concetto di vita genera disorientamento e nasconde l' incapacità di assumersi davvero responsabilità rispetto alla nascita. Possibile, solo se si riconosce il debito con la madre e l'asimmetria tra i sessi nel generare. Si nasce ancora da donna. Dovremmo approfittarne di questo ancora. Rilanciando l'invito di Carla Lonzi ad «approfittare della differenza». Un intervallo di tempo e simbolico nel quale pensare al significato da dare al venire al mondo. Per non affidarci ad occhi chiusi alle false evidenze e ai falsi maestri. Che si nasca da donna fa problema fin dalle origini della civiltà. E' il fulcro del patriarcato. Non a caso, è la sfida più alta nella crisi del patriarcato. Approfittare della differenza vuol dire assumere questa sfida come donne e uomini Dando credito alla parola delle donne . E fiducia alla loro autodeterminazione. Non è in gioco l'affermazione di un diritto femminile. E' in gioco il senso che diamo all'esistenza umana, alla corporeità, alle relazioni.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Marzo-2008/art59.html

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