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Storia
Educazione linguistica Italiano
La controriforma giovò alla letteratura delle donne

Lingua: Italiana
Destinatari: Formazione post diploma, Alunni scuola media superiore, Formazione permanente
Tipologia: Documentazione

Abstract:
La controriforma giovò alla letteratura delle donne
Traduciamo stralci di una relazione scritta per il congresso che si aprirà domani a New York sul tema «Verso una storia di genere della letteratura italiana», nell'arco temporale tra il Medioevo e il Novecento
 
Virginia Cox su ''il manifesto''

Nel suo classico saggio titolato La letteratura italiana nell'età del Concilio di Trento Carlo Dionisotti ha scritto a proposito degli anni fra il 1540 e il 1560 che si è trattato dell'unico periodo della storia letteraria italiana in cui le donne «hanno fatto gruppo»: cioè, una «massa critica» di autrici rilevante sotto il profilo storico e culturale. Un fenomeno, nota Dionisotti, da ricollegare all'espansione della cultura letteraria italiana connessa allo sviluppo della stampa, prima delle contrazioni provocate dalle crisi economiche e dall'introduzione della censura. Ma poco tempo dopo, fra il 1580 e il 1610, si registrò un altro momento in cui le letterate italiane «fecero gruppo», un periodo per certi versi anche più importante del precedente per la quantità, la qualità e la varietà dei testi pubblicati da donne. Dopo, un lungo silenzio. Contrariamente all'opinione più diffusa fra gli accademici, non ci sono prove che la controriforma abbia avuto un ruolo significativo in questa progressiva esclusione delle donne dalla cultura letteraria del XVII secolo. Per quanto possa sembrare logico vedere nella temporanea apertura del mondo letterario alle donne un fenomeno tipicamente «rinascimentale» e nella sua successiva chiusura un effetto della «repressiva» controriforma, i fatti dimostrano che le cose andarono diversamente. Uno dei punti più alti della partecipazione femminile alla cultura letteraria italiana - forse il più alto - si situò appunto fra il 1580 e il 1610, e dunque all'apice della controriforma. Anche considerando un certo scarto temporale, è impossibile concludere che la controriforma abbia sistematicamente messo sotto silenzio la scrittura delle donne. Paradossalmente, essa potrebbe avere avuto, invece, un effetto positivo: il suo intento di stimolare una letteratura edificante e ispirata a concetti religiosi, depurata di qualsiasi «devianza» morale e sessuale, potrebbe avere provocato (in modo presumibilmente non intenzionale) l'apertura alle donne di aree di quella produzione narrativa e drammaturgica in precedenza precluse. (...) Ben più importante della controriforma, nell'allontanare le donne dalla scena letteraria nella seconda metà del Seicento fu semmai il declino delle corti che, fin dal XV secolo, si erano rivelate gli ambienti più favorevoli al loro emergere come protagoniste della cultura del tempo.
Quanto al ruolo della scrittrice come significante culturale, dagli studi compiuti sulle loro opere dal Quattrocento al Seicento, e dalle risposte maschili a queste stesse opere, emerge con chiarezza come le scrittrici furono investite di un particolare significato storico e culturale, diventando così il luogo privilegiato di processi di autodefinizione. Alcuni esempi possono aiutare a comprendere meglio questa ipotesi. Già dal XIV e dal XV secolo, gli umanisti, a partire da Petrarca e Boccaccio, costruirono il loro concetto di donna laica, colta e intellettuale mutuandolo dalla cultura dell'antichità classica. (In termini visuali, basti pensare alla figura di Saffo nel Parnaso dipinto da Raffaello).
Questo consentì ad altri, più tardi umanisti di misurare il progresso culturale italiano dal riapparire di tali modelli: moderne intellettuali come Isotta Nogarola e Cassandra Fedele venivano abitualmente elogiate come novelle Saffo. In particolare, all'interno dell'umanesimo delle corti, la ammissione di queste donne colte alla cerchia degli uomini era il segno della novità introdotta dalla cultura umanistica rispetto al pensiero scolastico. Un fenomeno che si accentuò nelle corti del XVI secolo, quando la presenza delle donne come interlocutori intellettuali tornò a funzionare come significante della modernità, a maggior ragione se si tiene conto del fatto che fin dalla nascita della tradizione letteraria italiana le donne erano state identificate con le fortune del vernacolo. Tutto ciò rende più comprensibile la logica che governò l'esclusione secentesca delle donne dal Parnaso e la «nuova misoginia» sottintesa. Se da un secolo si era accentuata la tendenza a integrare le donne nella cultura letteraria italiana, un segnale efficace di novità e di rottura sarebbe stato il rifiuto di questa integrazione: ed è quanto avvenne con il barocco.(...)


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/30-Gennaio-2008/art75.html

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