SCHEDA RISORSA
Pluridisciplinare
Pedagogia

DON MILANI E IL SUPERAMENTO STORICO DELLA SCUOLA BORGHESE - di Antonino Drago
Lingua:
Italiana
Destinatari:
Formazione post diploma, Insegnanti
Tipologia:
Materiale di studio
Abstract: DON MILANI E IL SUPERAMENTO STORICO DELLA SCUOLA BORGHESE
di Antonino Drago
C’è una varietà di interpretazioni su don Milani: ora ci si è messo anche "l’Avvenire" a tirarlo dalla sua parte per avvantaggiare la scuola dei religiosi, benché don Milani abbia scritto chiaramente che questo tipo di scuola (come istituzione per i ricchi, non come iniziativa per i poveri) è storicamente superata.
Ma a causa di questa varietà di interpretazioni chi ha conosciuto quell’uomo ha difficoltà a mantenerne una figura precisa e stabile; e chi non lo ha conosciuto, ai giovani, non se ne fa un'idea chiara e invitante.
Il tempo passa, e i primi diminuiscono mentre i secondi, che chiedono il sugo delle storie passate, aumentano.
Perciò occorre fare storia di quel che è stato vissuto; ma la storia nel senso migliore del termine, quella basata sui fatti e soprattutto sui fatti che hanno un significato strutturale per gli altri avvenimenti. Questo è un dovere verso i momenti forti della nostra esistenza e verso quelli che hanno compiuto opera da maestri per gli altri.
Scuola di Barbiana come scuola a mutuo insegnamento
Un primo fatto strutturale da ricordare a proposito di don. Milani è che egli ha fondato sì una scuola, ma una scuola tutta diversa da quelle solite: una scuola a mutuo insegnamento, in cui ogni studente appena sa qualcosa lo insegna ad altri; in modo da riversare presto il suo sapere nei rapporti inter personali e nella società tutta, invece di tenerselo per sè, in vista dei traguardi della sua carriera individuale. ("Nella vostra scuola sono tutti arrivisti a tredici anni").
Una mia sorpresa nel riflettere su Don Milani è stata quella di scoprire che quella forma organizzativa, per noi molto strana, del "tutti insegnano a tutti" non è una novità di Barbiana.
La sua origine storica è di due secoli fa.
In America, le scuole organizzate all'occidentale si dimostrarono inefficaci. Là si cambiò organizzazione, mettendo appunto tutti ad insegnarsi mutuamente.
Queste scuole furono importate in Inghilterra negli ultimi anni del 1700 da un tale Lancaster (e per questo spesso vennero chiamate lancasteriane) e da lì furono riprese in Francia da M. de la Fayette e da Lazare Carnot.
Durante i Cento Giorni, dopo che la rivoluzione francese era rimasta incapace di proporre un nuovo modello di educazione nazionale, L. Carnot, che era Ministro della Pubblica Istruzione, preparò un decreto per promuovere questo tipo di scuola a scuola di base per tutto il Paese.
Ma venne Waterloo. Il movimento di queste scuole, anche se scomunicato dalla Chiesa cattolica, crebbe molto sotto la guida di un figlio di L. Carnot (Hippolyte); questi, all’avvento di Napoleone III, diventò ministro dell'Istruzione, ma dovette dimettersi quasi subito per incompatibilità con la politica della borghesia salita al potere.
Le scuole a mutuo insegnamento si diffusero anche in Italia. Esse incominciarono a Napoli per opera di un prete e ce ne furono molte in Toscana e a Parma.
Oltre alla valenza rivoluzionaria originaria esse avevano anche la valenza delle "scuole dei poveri": un solo maestro poteva bastare anche per 50 o 100 alunni perché questi si insegnavano tra loro.
Ma la mia sorpresa è stata grande quando, studiando lo scopritore delle geometrie non euclidee, Lobacevskij, sono venuto a conoscenza di due fatti molto importanti. Il primo è che il suo insegnante di geometria, il tedesco Bartels, usava anche all’Università questo tipo di organizzazione (sia pure in forma limitata).
L'altro fatto importante è il seguente. Questo tipo di scuole, ai livelli elementari, si diffusero in Europa e anche in Russia per opera di molti gruppi politici, principalmente rivoluzionari.
Ma dopo la fallita rivoluzione dei Decabristi (1825) esse furono proibite su tutto il territorio russo.
Lobacevskij, allora rettore dell'Università di Kazan, era anche il capo operativo dell'istruzione locale; grazie al suo accordo con l’allora provveditore agli studi, mantenne per oltre venti anni le proibite scuole a mutuo insegnamento; alle quali dedicò sicuramente più tempo che alle geometrie non euclidee (sulle quali purtuttavia scrisse cinque libri).
La scuola alternativa nella fine dell’800
Tirando le somme, questa diffusione delle scuole a mutuo insegnamento durante e dopo la rivoluzione francese sta ad indicare che già allora il movimento rivoluzionario aveva trovato autonomamente una forma organizzativa valida per una politica popolare, in alternativa alla scuola dominante.
Questa alternativa attraversò tutto il periodo della Restaurazione. Non sopravvisse invece alla introduzione della scuola della borghesia. Ma contro questa, nella seconda metà del 1800 si espressero in termini drastici sia Tolstoj che Marx.
Il primo dedicò un anno della sua vita a girare l’Europa per conoscere direttamente la scuola nelle varie nazioni, in vista di iniziare una scuola nel suo villaggio natale al momento della liberazione della gleba russa (1868).
Nel breve saggio "Istruzione, formazione, educazione" egli ricorda che in Germania la scuola era "frusta e preghiere" e che nelle altre nazioni la scuola nasceva morta.
Infatti il teorico di quei tempi fu il pedagogista T. Ziller, seguace della psicologia di Herbart, per cui lo studente è "un sacco vuoto da riempire", in un quadro di totale autoritarismo.
La vera scuola, secondo Tolstoj, era piuttosto la strada dove i giovani interagivano liberamente con gli adulti.
Perché l’istruzione è un compito di base ed è buona cosa. L’educazione invece è anche l’istillazione di un atteggiamento etico; il che è giustificabile solo nelle famiglie e nei seminari, ma non in una scuola libera, nella quale ogni individuo deve sviluppare un suo progetto educativo in libertà; ciò che costituisce la formazione.
Il saggio costituisce anche la migliore analisi mai scritta sulla istituzione scuola (borghese): questa espropria ogni gruppo sociale (contadini, marinai, montanari, etnie, ecc.) della propria cultura, trasmettendo ai giovani solo una cultura artefatta, decisa centralmente dai governi (cultura che per cento anni è stata quella, mitica, greco romana).
La scuola che poi realizzò Tolstoj è stato il primo esempio di scuola anti-autoritaria, ma soprattutto una scuola in cui il sapere veniva costruito assieme (invenzione di nuove favole; così come più tardi nella Scuola di Barbiana gli atti più importanti sono stati le costruzioni collettive delle famose due lettere della Scuola: ad una professoressa e ai cappellani militari).
Negli ultimi tempi della sua vita, Marx scrisse un famoso testo, "La critica del Programma di Gotha" per contrastare con la proposta dell’autogestione la tendenza riformista (favorita anche da Engels) della socialdemocrazia di allora; il testo fu riutilizzato, come cavallo di battaglia, dalla rivoluzione culturale cinese per andare contro il revisionismo degli anni ’60.
Sulla istituzione scuola Marx dice testualmente "Per carità, che non ci siano gli ispettori e le note sul registro!" Perché tutto voleva meno che una scuola centralistica con programmi imposti dall’alto; il suo modello (non dissimile da quello di Tolstoj) era quello della scuola autogestionaria di Owen, ma invisa a Engels (che ne cancellò i riferimenti nelle edizioni del Capitale da lui curate).
Quindi è chiaro che la ricerca popolare di un modello di scuola pubblica ha avuto una sua lunga strada che si è concretata in un modello ben preciso, alternativo a quello autoritario borghese.
Ma nella seconda metà dell’800 queste scuole alternative furono annullate dal diffondersi dell’attuale scuola borghese, in conseguenza dell'alleanza politica (denunziata dalla Critica del Programma di Gotha di Marx) tra la socialdemocrazia (anche Engels) e l'ala radicale della borghesia, mentre a destra continuava quella scuola (privata religiosa) che rimaneva la rappresentante storica dell’educazione per l’aristocrazia.
Il modello attuale è una semplice variante del modello borghese (senza più cultura greco-romana), ma ancor più capace di quella espropriazione che Tolstoj denunciava: oggi l’educazione è addirittura asservita allo strumento feudale della Televisione e ai mass media in generale (combattuti aspramente da Don Milani).
Per cui l’autoritarismo intrinseco del progetto borghese di scuola "pubblica" si è trasferito dal singolo insegnante ex cathedra a quello della trasmissione della cultura, ancor più invadente e impersonale, dei mass media.
Don Milani tra scuola clericale e scuola borghese
Quindi, rispetto alla tradizionale scuola privata cattolica Don Milani ha scelto di rifondarla come scuola rivolta agli sfruttati, intesa come luogo di autocoscienza collettiva.
Con questo fatto ha dato un grande suggerimento per il superamento effettivo di quel conflitto tra Chiesa e Stato che è sorto con la nascita della scuola borghese in sostituzione o in contrasto con la scuola ecclesiastica; conflitto che in Italia ha irrigidito la istituzione scuola nazionale in due istituzioni, ognuna gestita dall’alto e in contrasto con l'altra.
E per il modello scolastico don Milani si è ricollegato alla innovazione migliore dei laici rivoluzionari, i quali avevano inventato il modello adatto ad una cultura popolare, del tutto diverso da quello borghese, quello della scuola a mutuo insegnamento.
Finora mi ero chiesto se l’organizzazione della scuola di Barbiana era dovuta al caso, o ad esigenze funzionali, oppure al suddetto modello di scuola lancasteriana. Forse don Milani, che aveva avuto per nonno un illustre linguista (Comparetti), conosceva la tradizione delle scuole a mutuo insegnamento?
La nuova lettera di don Milani, rivelata in questo periodo, indica che egli non conosceva i punti di riferimento storici della sua scuola; la foga polemica della lettera è tale che egli avrebbe sicuramente citato i precedenti storici per sostenere la sua tesi fondamentale: la scuola dei preti per i ricchi è un’anticaglia, ma la scuola della borghesia, malauguratamente voluta dalla sinistra, è "una fogna di Stato, ereditata dai ricchi borghesi anticlericali dell’800".
Davanti a queste accuse così radicali, la domanda che sorge subito è: "Ma allora tu che cosa proponi?".
Noi sappiamo bene che cosa risponderebbe don Milani: la scuola a mutuo insegnamento, con programmi come sono indicati nella "Lettera ad una Professoressa".
La pedagogia del superamento della civiltà contingente
Don Milani è uscito dal seminario quando la società italiana era nella grande trasformazione del dopoguerra, dalla dittatura fascista ad un albore di democrazia.
Quando don Milani era a Calenzano si scontrò con un’altra grande trasformazione, quella del mondo industriale, che stava cambiando radicalmente il tessuto sociale italiano.
Quando poi don Milani arrivò a Barbiana si rese conto che egli stava dentro un’altra trasformazione, quella che avrebbe fatto soccombere il mondo contadino.
In altri termini, don Milani si è trovato di fronte a tre grandi trasformazioni sociali.
Il trauma, mai sopito, della sua conversione personale gli ha fatto vivere quelle trasformazioni come lotta tra due civiltà in conflitto.
In questo scontro, il suo "scegliere gli ultimi" lo ha fatto regredire sempre di più nello status sociale (valutando le cose secondo i parametri dominanti nella nostra società e anche nelle curie).
Ma il suo decadere in un posto isolato e umile gli ha dato l'indipendenza dalle trasformazioni che stava vivendo, tanto che egli ha potuto considerare freddamente il tipo di società in cui tutti erano immersi e progettare un superamento della civiltà borghese.
A me sembra che ci sia un senso molto profondo del suo ideale di rendere i suoi ragazzi "tutti sovrani". Don Milani non era certo un nostalgico della monarchia; quell’espressione voleva piuttosto significare che bisognava essere buoni cittadini, arrivando a liberarsi non solo dei condizionamenti sociali (in particolare massmediali); ma occorreva anche liberarsi dai miti della civiltà stessa, per saperne fare a meno da gran signori, e così costruire liberamente altri valori.
Ad esempio, don Milani ha educato i ragazzi ad essere responsabili della propria vita anche di fronte al massimo apparato istituzionale deviante (la struttura militare).
Così ha fatto anche per l’altra grande struttura che rappresenta l’ideologia dominante presso la povera gente, la scuola borghese.
Cioé ha insegnato ad essere indipendenti dal proprio humus, per essere, alla fine, delle personalità veramente autonome.
Questo a me sembra il senso più profondo di quell'ideale pedagogico di rendere i ragazzi "tutti sovrani".
Quindi un'educazione non agli ideali di qualche gruppo o classe sociale o ai valori comuni della nostra civiltà; ma, si può ben dire, un'educazione "cattolica", nel senso etimologico di "universale", che sa superare i tempi e le varie civiltà.
In questo senso egli è stato un grande educatore; non solo come suggeritore di buone azioni personali, ma anche come suscitatore di reali movimenti del tessuto sociale, tali da promuovere una discussione radicale delle strutture esistenti viste da un punto di vista superiore.
La sua capacità educativa egli l'ha esercitata direttamente su dei ragazzi campagnoli; ma, indirettamente, egli è stato un grande educatore degli adulti; insegnando loro a superare la civiltà in cui erano per guardarla dall'alto di una loro indipendenza sovrana, conquistata dall'aver acquisito un’autocoscienza collettiva.
Attualità di Don Milani anche per chi lo ricorda solo ora
Siamo in un momento storico particolare, di trapasso di civiltà in cui viviamo: la fine delle grandi ideologie dell’800; la dimensione soprattutto mondiale dei problemi collettivi; la disoccupazione come sistema legale di emarginazione sociale; la decadenza quasi catastrofica del sistema scolastico tradizionale in tutto l’Occidente; la perdita di una cultura come autocoscienza collettiva; la invadenza dei mass media nella privacy intellettuale di ogni uomo nel mondo, per favorire slogans quasi insulsi (ad es.: la impersonale "caduta del muro di Berlino", la indefinita "globalizzazione", l’ossimoro della "missione militare umanitaria"); la persistenza delle vecchie strutture di potere nell’arroccarsi sui privilegi del passato e nel cercarne di nuovi ancor più assicurati.
In un tempo come il nostro, in cui dal 1989 la nonviolenza è nata alla grande, ma ancora non riesce a concretarsi in qualche istituzione sociale dell’organizzazione occidentale, di quella lettera c’era bisogno per recuperare tutto un progetto di educazione rivolto ad essere "uomini sovrani", attraverso un chiaro rifiuto di vecchi modelli scolastici (già contestati nei fatti dalle Scuole Popolari e dalle 150 ore degli anni ’70) e attraverso una proposta di scuola che sia la continuazione ideale di quelle di Tolstoj, Owen, Gandhi, Illich, don Milani.
Però notiamo che per lungo tempo la portata strutturale e storica della proposta educativa di don Milani non è apparsa completamente chiara, nemmeno a quelli che l’hanno partecipata di più; ci sono voluti almeno vent’anni per esprimerla intellettualmente.
Evidentemente i problemi contingenti del tempo (ad es.: la tremenda selezione scolastica) l’hanno condizionata e vincolata a fatti contingenti. Perciò la polemica sulla sua scuola non è solo pretestuosa; ha un senso; perché serve per far riflettere ulteriormente su questo patrimonio che abbiamo ereditato e scoprirne la portata storica.
D’altra parte la polemica non avrebbe fatto paura a don Milani; nella sua vita egli è stato sempre polemico; nulla di strano che questa sua caratteristica non venga meno neanche quando è morto.
Inoltre ben venga la polemica su don Milani se fa uscire dal silenzio interessato chi per decenni l’ha ignorato e anche oggi continua ad ignorarlo nei fatti: povero cimiterino dove è seppellito don Milani! Povera canonica sempre più diroccata diroccata, pur essendo continua meta di pellegrinaggi, anche dall’estero! Povero altare della canonica, dove ancora nessun cappellano militare ha voluto celebrare messa (in segno di riconciliazione in Cristo) con chi fu valido profeta cattolico negli anni ’60!
(1) Ne tratta D. Lindenberg: L'Internationale Communiste et l'école de classe, Maspéro, Paris, 1970.
(2) Lo dice la vecchia Enciclopedia della pedagogia a cura di Gambaro (Debbo questa indicazione al Prof. E. Butturini, che ringrazio).
(3) N. I. Lobacevskij: Raccolta di scritti scientifico-pedagogici, (in russo) Nauka, Mosca, 1976, p. 460, 489-90.
(4) Pubblicato in italiano in L. Tolstoj: Quale Scuola?, Mondadori, Milano, 1976
http://www.aldocapitini.it/PagineCOS/2000_01/cosinrete150.htm
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