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Pluridisciplinare
Storia
Religione


Il ritorno
del movimento religioso sciita. In "La questione irachena" di Pierre-Jean
Luizard, uno dei maggiori esperti sulla storia dell'Islam e del Medio Oriente.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media inferiore, Alunni scuola media superiore, Formazione post diploma
Tipologia: Materiale di studio

Abstract: Il ritorno del movimento religioso sciita In "La questione irachena" di Pierre-Jean Luizard.(pag. 141-146)

La guerra con l’Iran è stata una prova inedita per gli sciiti, chiamati per la prima volta a combattere contro il paese considerato come il protettore degli sciiti nel mondo. In realtà, quella guerra era il prolungamento oltre frontiera di una lotta intestina irachena. Schiacciata nella morsa di uno scontro diretto tra due stati, soggetta a una repressione senza precedenti e a massicce deportazioni che hanno decimato la sua élite, la comunità sciita irachena può aver dato l’impressione di una certa fedeltà verso il regime nella sua guerra contro l’Iran. È vero che la rivendicazione islamista, allora propugnata da Teheran, non incontrava adesione unanime in seno alla comunità sciita, ma tali divergenze si sono parzialmente attenuate quando si è visto che il potere prendeva di mira gli sciiti e i loro capi religiosi in quanto tali. La propaganda ufficiale, che presentava il regime come l’unico e solo difensore dell’unità dello stato iracheno, poteva tuttavia trovare una certa rispondenza tra gli sciiti, molto attaccati all’identità irachena. Grazie alla rendita petrolifera che gli consentiva un’ampia politica di ridistribuzione, il regime ha potuto rinviare il momento di una defezione di massa.

La comunità sciita si è ribellata all’indomani della Seconda guerra del Golfo. Accantonato ormai ogni timore, si è schierata contro un regime che, abbandonati gli orpelli ideologici, si presentava chiaramente come il difensore dei sunniti. L’intifada del marzo 1991 in territorio sciita, benché in parte occultata dall’esodo dei curdi, è stata senza precedenti, sia per la partecipazione generale, sia per la rapidità con la quale si è propagata. In pochi giorni le regioni sciite sono state sottratte all’autorità del governo. Solo una parte di Bassora, in cui si erano acquartierate alcune guarnigioni della Guardia repubblicana, rimaneva sotto il controllo di Baghdad. La brutale repressione, operata dai corpi speciali della Guardia repubblicana con un massiccio impiego di armi chimiche, dimostra che la priorità del regime era quella di conservare il territorio sciita, e non il Kurdistan. Le città sante sono state le ultime ad arrendersi. A Karbala si è combattuto casa per casa; il mausoleo dell’imam Hussein, dove molti abitanti si erano rifugiati, è stato letteralmente sventrato dalle bombe. A testimoniare la ferocia degli scontri, non è rimasta traccia di costruzioni nel raggio di centinaia di metri dal mausoleo. Sembra che nell’arco di pochi giorni vi siano stati circa trentamila morti nella sola città di Karbala e più di centomila in tutto il territorio sciita. Decimata da decenni di repressione, la gerarchia sciita non ha potuto assumere il ruolo di direzione del movimento che aveva avuto all’inizio del secolo contro i britannici.

La sete di vendetta del regime si è spinta fino a sconvolgere la topografia e l’ambiente naturale di alcune regioni in cui gli insorti avevano trovato rifugio. Nel 1991 il governo iracheno ha avviato il prosciugamento di vaste zone delle paludi del sud, con immensi lavori di drenaggio che sono proseguiti fino al 1995. Ufficialmente l’obiettivo era quello di creare, in aggiunta al Tigri e all’Eufrate, un "terzo" e poi un "quarto fiume" per le esigenze dell’irrigazione! Quelle zone sono state dunque trasformate in deserto, e migliaia di abitanti ne sono stati scacciati. Sono scomparsi così una parte di civiltà e un modo di vita millenario che il viaggiatore inglese Wilfred Thesiger, che li visita negli anni cinquanta, descrive con tanta efficacia nei suoi libri sugli arabi delle paludi.

Oggi il movimento religioso sciita è, paradossalmente, quello che gode dell’adesione più ampia. Innanzitutto perché la comunità sciita è maggioritaria in Iraq, ma anche perché esso ha sostituito il movimento comunista, che negli anni quaranta e cinquanta, fino all’inizio dei sessanta, gli ha conteso, assieme ai nazionalisti arabi, la leadership della comunità. Si tratta di un movimento che discende da illustri antenati: gli ulema sciiti, che all’inizio del secolo avevano dato origine alle prime manifestazioni politiche nei tre vilayet della Mesopotamia ottomana; i grandi marja‘ che negli Imperi persiano e ottomano promossero la nascita del principio costituzionale e in seguito organizzarono la lotta contro il colonialismo europeo in terra d’Islam. L’espulsione delle autorità sciite verso l’Iran, nel 1923, ha segnato la sconfitta definitiva del movimento religioso indipendentista.

Nel dipingere il quadro della vita politica irachena non si può non parlare della marja‘iyya, un’originale istituzione propria dello sciismo duodecimano. Tra tutti i paesi arabi, infatti, l’Iraq è il solo ad avere un privilegio di cui il governo farebbe volentieri a meno: quello di ospitare sul proprio territorio una sorta di Vaticano dei musulmani sciiti, estraneo al controllo dello stato. La direzione religiosa degli sciiti si compone dei maggiori marja‘ e risiede nelle città sante. Sotto Saddam Hussein la marja‘iyya è stata decimata. Questa fase repressiva senza precedenti è culminata, lo ricordiamo, nel 1980, anno in cui, per la prima volta nella storia dello sciismo in Iraq, il governo manda a morte un marja‘, l’ayatollah Muhammad Baqer al-Sadr, ucciso l’8 aprile. Nel 1985 vengono messi a morte dieci membri della famiglia del defunto ayatollah al-Hakim. Durante l’intifada del marzo 1991, il governo non esita ad attentare alla sacra persona di un altro marja‘: l’ayatollah Khoi viene rapito e costretto ad apparire alla televisione irachena di fronte a Saddam Hussein, mentre la Guardia repubblicana bombarda i mausolei degli imam sciiti di Najaf e soprattutto di Karbala. Le famiglie religiose al-Hakim, al-Sadr, Khoi, Bahr al-Ulum, Khulkhali e Milani hanno pagato a caro prezzo la ferma decisione di mantenere la marja‘iyya a Najaf. La repressione è stata tale che oggi, praticamente, la marja‘iyya degli sciiti si è in gran parte rifugiata a Qom, in Iran.

Najaf, tuttavia, rimane un luogo prestigioso, perché l’ayatollah Khoi vi ha curato la formazione di almeno tre quarti degli ulema sciiti sparsi per il mondo. Nato nel 1901 a Khoi, nell’Azerbaigian iraniano, l’ayatollah Abu‘l-Qasem al-Khoi arriva a Najaf all’età di tredici anni, in fuga, assieme al padre, dal regime costituzionalista persiano, che dopo essersi alleato con alcuni religiosi ora si è rivoltato contro di loro. Diventa comunque discepolo degli araldi del costituzionalismo religioso in Iraq: Fath Allah Shaykh al-Shari‘a al-Isfahani, Muhammad Hussein Na‘ini e l’ayatollah Khurasani. Alla morte di Muhsin al-Hakim, l’ayatollah Khoi diventa il primo marja‘ del mondo sciita, superando in popolarità perfino Khomeini, e si dedica allo sviluppo dei centri d’insegnamento religioso, tanto che oggi la stragrande maggioranza degli ulema sciiti di ogni parte del mondo sono suoi allievi, in particolare quelli attualmente candidati alla marja‘iyya. Tra gli allievi di questo religioso è doveroso segnalare Muhammad Hussein Fadl Allah, ex capo spirituale degli hezbollah libanesi; Muhammad Mahdi Shams al-Din, deceduto nel 2001, che dirigeva il Consiglio superiore sciita in Libano; Muhammad Mahdi al-Asefi, ex dirigente del partito Da‘wa; Mahmud al-Hashimi, ex portavoce dell’Assemblea suprema della rivoluzione islamica in Iraq, oggi a capo dell’istituzione giudiziaria iraniana. La Fondazione Khoi di Londra può essere considerata una succursale della marja‘iyya di Najaf; essa è diretta da due dei figli del grande marja‘, Abd al-Majid e Yusif al-Khoi, in collegamento con il resto dell’opposizione irachena.

Tra i promotori della rivendicazione islamista in ambiente sciita figurano alcuni prestigiosi ulema. Quando Khomeini emerge come nuovo marja‘, si crea una certa confusione: la maggior parte dei musulmani iracheni lo segue in politica, ma nella vita quotidiana adotta i precetti di Khoi. La maggioranza della marja‘iyya, comunque, continua a seguire i precetti quietisti di Khoi fino alla sua morte, che avviene nell’agosto 1992. In quella fase sembra che, tra gli allievi di Najaf, il più adatto a succedergli sia Abd al-A‘la al-Musawi Sabzivari, un altro iraniano di Najaf, che però muore l’anno successivo, mentre la repressione in Iraq rende molto difficile il funzionamento anche minimo della marja‘iyya. Il potere iracheno tenta di designare un successore nella persona di un ulema arabo allora sconosciuto, Muhammad Sadeq al-Sadr, ma il tentativo fallisce. La grande maggioranza degli sciiti si stringe allora attorno alla figura di Mohammad Reza Gulpayegani, un religioso novantaduenne residente a Qom, che le autorità iraniane propongono per la successione. Il suo concorrente nella città di Qom, Mohammad Ruhani, che ha l’appoggio della maggioranza dei grandi ayatollah, deve battere in ritirata. Gulpayegani muore nel dicembre 1993. In assenza di un candidato gradito a tutti, e soprattutto al governo iracheno, che appoggia la candidatura di Khamenei, dopo la breve marja‘iyya di Araki (morto poco dopo la sua nomina a marja‘ a‘la), s’insedia una direzione collegiale. L’eredità di Khoi è raccolta, tra mille difficoltà, dall’ayatollah Sistani, un iraniano residente a Najaf. Il 25 novembre 1996 la sua residenza nella città santa è oggetto di un attentato che costa la vita a una delle sue guardie, nuovo esempio degli insistenti sforzi di intimidazione del potere. Gli altri grandi ayatollah residenti in Iran, variamente ostili al regime della Repubblica islamica, sono tutti allievi di Khoi. Muhammad Sadeq al-Sadr, il religioso che il governo iracheno aveva appoggiato come successore di Khoi, si dimostra molto più indipendente di quanto le autorità avessero immaginato. Pur prendendo le distanze dal potere, comincia a intervenire su un terreno scottante, quello della preghiera del venerdì. Presso gli sciiti iracheni, questa preghiera è tradizionalmente assente per via della loro ripugnanza a pregare dietro un imam sunnita e a invocare nei sermoni il nome del dittatore, obbligo al quale i sunniti si assoggettano. Il rinnovo di questa preghiera è stato uno dei temi ricorrenti della gerarchia religiosa militante, ancora prima che Khomeini ne facesse un elemento chiave della mobilitazione contro il potere. La preghiera del venerdì è pratica corrente in Iran, dove i vari governi si sono sempre richiamati in un modo o nell’altro allo sciismo, ma il governo iracheno la considera come un atto di guerra degli sciiti. I sermoni di Muhammad Sadeq al-Sadr a Najaf iniziano ad attirare un pubblico sempre più numeroso. Malgrado i ripetuti avvertimenti, Sadeq non si ritira e il 19 febbraio 1999 viene ucciso. Il suo assassinio scatena il più massiccio movimento di insurrezione dopo l’intifada del marzo 1991. Nei giorni successivi, la sommossa si propaga nel sud, a Nasiriyah, Kufa, Kut e Amarah. Il suo nome si aggiunge alla lunga lista dei religiosi sciiti assassinati dal potere dopo la fine della Seconda guerra del Golfo.

Oggi la maggioranza degli sciiti iracheni, islamisti compresi, riconosce come marja‘ l’ayatollah Sistani. Altri fanno ancora riferimento al defunto Muhsin al-Hakim, benché la dottrina sciita vieti di rifarsi a un marja‘ morto; altri ancora continuano a seguire gli insegnamenti di Khomeini. I rapporti tra il movimento islamista e la marja‘iyya saranno in gran parte determinati dall’evoluzione del quadro politico interno iraniano, ma anche dalla Fondazione Khoi a Londra.

Pur non avendo recuperato il monopolio che esercitava all’inizio del Ventesimo secolo, oggi il movimento religioso è di nuovo la maggiore espressione politica della comunità sciita in Iraq. All’interno del movimento predomina probabilmente la corrente "irachena", cioè quella, islamista o meno, che intende preservare l’indipendenza dell’Iraq nei confronti dell’Iran, anche se nessuno mette in discussione l’importanza dell’Iran e la necessità di perpetuare i legami storici, religiosi e culturali tra i due paesi.

http://www.feltrinelli.it/sito/SchedaTesti?id_testo=1120&id_speclibro=1008

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