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Arte
Storia
Iraq: dai Sumeri ai giorni nostri. I ladri di Baghdad - L'IMPERO IN MESOPOTAMIA

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore, Formazione permanente, Alunni scuola media inferiore
Tipologia: Ipermedia

Abstract:

I ladri di Baghdad

L'IMPERO IN MESOPOTAMIA
Paolo Matthiae  

Le guerre dell'Impero procedono. Le vittorie, che mai sono state incerte, si susseguono. La superpotenza mondiale degli Stati Uniti, indiscussa sul piano tecnologico e militare, dopo aver indicato nell'Afghanistan e nell'Iraq i paesi obiettivo delle guerre necessarie, ha inviato il suo invincibile esercito e, infine, come in un rituale antico, ha annunciato l'atteso trionfo militare, assai più agevole di quanto si aspettasse. Quindi, l'Impero ha ammonito con dure minacce alcuni altri paesi di arrendersi realisticamente all'evidenza di un costituendo nuovo ordine mondiale, particolarmente curato in quell'area critica della politica internazionale che è il Vicino Oriente, e ora, dopo l'Afghanistan e l'Iraq, ha rivolto, apparentemente, la sua attenzione strategica all'Iran e alla Corea del Nord, focolai, peraltro ancora una volta assai modesti sul piano tecnologico e militare, di ribellione e di sfida al potere dell'Impero. Il Principe dell'Impero, vittorioso in due guerre, non è forse al corrente in dettaglio che proprio quella terra della Mesopotamia percorsa oggi e dominata dalle sue divisioni corazzate è il primo luogo della storia del pianeta che vide, verso il 2300 a.C. un sovrano, rimasto leggendario per oltre due millenni nelle sue terre, Sargon di Accad, vantarsi di esser stato «vittorioso in 34 guerre» e di aver soggiogato il mondo «dal mare inferiore al mare superiore», cioè dal Golfo Persico/Arabico al Mediterraneo. Se è auspicabile che nessuno tra i consiglieri, assai determinati ma non coltissimi, del Principe dell'Impero lo induca a rivaleggiare con il grande Sargon sul numero delle vittorie, sarebbe una scoperta sconcertante per quegli stessi consiglieri venire a sapere che già in quei tempi lontani delle primissime guerre del più antico impero dell'umanità, i sovrani, anche i più grandi, si ponevano il problema, nel compiere le loro imprese, in maniera palese e diretta, di interpretare il volere degli dei e, in maniera tacita e indiretta, di intendere l'opinione dei sudditi.
Al tempo di Sargon un'impresa militare, anche audace e gloriosa, anche sostenuta da una grande superiorità militare, era sempre un rischio: essa poteva rivelarsi incautamente intrapresa perché non conforme al volere degli dei, o poteva imperfettamente realizzarsi per inattese difficoltà incontrate, certo frapposte dagli dei vigili custodi dell'equità delle gesta dei mortali, o ancora poteva esser fatta naufragare dal mondo divino in aperto contrasto con le decisioni umane, sempre fallibili se non in costante, e per questo angosciosa, sintonia con il volere degli dei. Lo stesso Sargon e i numerosi suoi successori sui troni della Babilonia e dell'Assiria usavano cercare di superare queste difficoltà dedicando statue votive ai grandi dei nei maggiori santuari dei loro paesi, dotate di lunghe iscrizioni cuneiformi, che `parlassero' agli dei, spiegassero loro perché avevano intrapreso una determinata guerra, come la avessero condotta a termine, quali risultati avessero ottenuti. Infine, dato che questo esulava dai poteri mortali, chiedevano agli dei che essi stessi rendessero eterni i frutti di quell'impresa.
Gli dei, secondo la mentalità mesopotamica, potevano accettare o non accettare la statua votiva del sovrano e l'illustrazione scritta/parlata di cui essa era incaricata. Se da questo dialogo, palese e diretto, tra la statua del re e il dio nell'aura sacrale del tempio, risultava l'accettazione del messaggio del sovrano, i sudditi che erano testimoni di questo gradimento divino, in modo tacito e indiretto, venivano rassicurati che il sovrano, secondo il suo ruolo di intermediario tra il mondo umano e il mondo divino, aveva correttamente interpretato il volere degli dei. Oggi che il premier della Gran Bretagna, di fronte alle perplessità e alle rinunce di importanti collaboratori e ministri, vede agitarsi sinistramente su Downing Street l'ombra di una WaterIraq sulla probabile manomissione dei rapporti dell'Intelligence Service britannico sull'esistenza e la pericolosità di arsenali atomici e chimici dell'Iraq di Saddam Hussein e che il presidente americano deve fronteggiare al Congresso e al Senato a colpi di maggioranza il rischio di indagini parlamentari sullo stesso tema, ci si potrebbe domandare se i consiglieri del Principe avrebbero consigliato il Principe a «parlare al suo dio», come dicevano i Babilonesi, affermando rischiosamente in maniera non certificatamene veritiera quanto il Principe, appunto sulla pericolosità temibilissima del nemico iracheno da distruggere, ha affermato tante volte, tanto insistentemente, davanti a tanto numerose telecamere.
La motivazione della guerra è, però, solo il primo punto su cui, un tempo come oggi, un sovrano babilonese poteva mentire un tempo davanti agli dei, come oggi può mentire un presidente americano ai cittadini. Certo, se un sovrano mesopotamico, come oggi un presidente americano, mentiva su questo punto, ciò dipendeva dal fatto che la motivazione reale della guerra decisa era diversa da quella che si poteva dire agli dei, perché per essi accettabile e giusta, così come si può dire oggi ai cittadini di ogni paese, perché per essi comprensibile ed equa. Non è secondaria la motivazione di una guerra, oggi come ieri, perché, ovviamente, la motivazione vera e nascosta, se si faceva o si fa difficoltà a dirla agli dei un tempo e agli uomini oggi, poteva essere un tempo condannata dagli dei e può essere oggi disapprovata dagli uomini.
Gli dei antichi, pensavano le genti della Mesopotamia, se condannano una guerra, lo mostrano agli uomini in modi discreti o clamorosi, ma sempre evidenti. Ad esempio possono far morire in guerra per empietà il sovrano violento che non ha rispettato la volontà degli dei, come accadde ad un altro grande signore, omonimo del precedente, l'ambizioso e potente Sargon II d'Assiria e, in casi gravissimi, gli dei possono deliberatamente abbandonare la loro residenza terrena, il loro santuario tra gli uomini, condannando così i mortali colpevoli alla rovina, come accadde quando, secondo alcune celebri composizioni poetiche sumeriche, il dio lunare Nanna con tutta la sua corte abbandonò Ur, la capitale del regno neosumerico, che subito venne presa, saccheggiata e distrutta dagli Elamiti.
D'altra parte, si sa, come ha osservato di recente Woody Allen, gli dei hanno il difetto non secondario di distrarsi e di non seguire, come dovrebbero, con la dovuta attenzione e costanza, le vicende dei mortali e quindi gli uomini possono restare nello sconcerto di non riuscire a capire, per l'assenza di segnali inequivoci, se le motivazioni di una guerra sono fondate o inique e, dunque, se una guerra è giusta o ingiusta e, di conseguenza, se le sofferenze inflitte ai vinti sono corrispondenti alle loro colpe.
Ma pure un altro tema, che sembra essere ancora oggi molto attuale proprio in quella stessa terra di antichissima civiltà, era all'attenzione degli antichi abitanti della Mesopotamia, molto interessati anche a questa seconda problematica. Questo secondo tema riguarda come veramente sono andate le operazioni di guerra e come si sono risolte: quante città nemiche sono state conquistate e quali bottini sono stati ottenuti, se il principe nemico è stato annientato e ucciso, se il paese nemico è domato e distrutto. Le genti della Babilonia e dell'Assiria sapevano assai bene che guerre in paesi lontani erano spesso celebrate come strabilianti vittorie, ma potevano essere successi modesti e parziali, che i principi nemici potevano scomparire dalle loro `città reali', eclissarsi e riapparire pericolosamente dopo qualche tempo, che annientare un paese nemico è straordinariamente difficile, tanto che un modo, piuttosto brutale ma ritenuto efficace, era quello di sottrargli i suoi dei, che, di conseguenza, non lo avrebbero più protetto.
Venendo ai nostri giorni, se i tempi fossero ancora quelli di Sumer e di Accad, difficilmente il conquistatore di Baghdad si sarebbe sbilanciato annunciando agli dei la completezza del trionfo di fronte a molte singolarità rispetto a una guerra tradizionale: nessuno scontro campale degno del nome di una vera battaglia, la scomparsa perfino delle temute armi tradizionali dell'esercito iracheno, la perdita d'ogni traccia del principe nemico di cui non si può vantare alcun trofeo, l'insicurezza di ogni luogo con il sangue che continua a scorrere anche tra i vincitori. Ancora una volta, l'annuncio della vittoria e della fine della guerra all'inizio di maggio, per restare nell'ambito della comparazione con le consuetudini antiche della terra mesopotamica, non sarebbe stato accolto forse come pienamente vero e degno di fede dagli dei dell'impero e, di conseguenza, poco avrebbe convinto i sudditi in cerca di segni evidenti e incisivi. Forse, avrebbero pensato gli antichi Babilonesi, il nostro signore vuole «parlare anche agli dei» dei paesi alleati e spiegar loro che nulla devono temere se finalmente accorrono a collaborare con l'impero. Anche in antico accadeva che alleati non di peso fossero esitanti e timorosi, ondeggianti tra opinioni e passioni contrastanti di sudditi irrequieti. Polonia, Danimarca e soprattutto Italia come potevano inviare le loro truppe e partecipare a quanto serve perché un principe finalmente fedele all'Impero venga insediato nel paese ribelle, se lo stato di guerra non era dichiarato ufficialmente concluso?
Per gli alleati, per quanto trascurabili e poco utili essi siano stati spesso nella storia, gli imperi hanno sempre mostrato premurose attenzioni insieme a richiami perentori per porre termine a intollerabili esitazioni. Così, anche in questi giorni, la proclamazione della fine della guerra in Iraq da parte dell'Impero ha permesso all'Italia di inviare truppe in quel paese per «collaborare alla pace» appunto e non alla guerra.
Proprio la costruzione della pace è un terzo punto di, questa volta, solo parziale analogia tra i nostri tempi presenti e quelli antichissimi di quelle sventurate terre che il nuovo Principe dell'Impero, per i suoi fermi orientamenti religiosi, deve considerare, come molti dei suoi concittadini d'Oltreoceano, bibliche.
Anche migliaia di anni fa, conquistato un paese, un metodo ovviamente considerato efficace per evitare il risorgere di tensioni e ribellioni era quello di nominarvi come signore un fedele vassallo, un ammiratore della potenza conquistatrice, uno che partecipasse dei valori di quella stessa potenza. Gli Assiri, che all'inizio del I millennio a.C. costruirono con tenace impegno quello che gli storici cristiani della tarda antichità considerarono il primo impero della storia, dicevano che i sudditi dell'impero avrebbero dovuto parlare una sola lingua, quella assira, e venerare solo gli dei dell'Assiria appunto. Sarebbero dovuti divenire Assiri perché i valori della civiltà assira erano percepiti orgogliosamente come superiori, soprattutto perché la tecnologia e l'organizzazione militare dell'esercito d'Assiria non temevano rivali dall'Iran all'Egitto, dall'Urartu alla Fenicia.
Ma le difficoltà che incontrarono gli Assiri con i principi vassalli e presunti fedeli furono enormi, soprattutto in terre di grande e antica tradizione dalla sofisticata Babilonia al ricchissimo Egitto e all'orgoglioso Elam. La storia si ripete con gli stessi temi, gli stessi percorsi, gli stessi errori. Il tempo dell'occupazione militare dichiarata in cui l'Iraq rimarrà governato provvisoriamente, come oggi, da una quindicina di funzionari americani e alleati nella speranza, assai incerta, che il controllo del territorio superi i perimetri delle città maggiori e si diffonda più o meno capillarmente nel paese, vedrà la popolazione irachena, sciita, sunnita, curda, in un atteggiamento di diffidente, scettica e sempre più delusa attesa.
Ma questo tempo non potrà durare a lungo e i principi vassalli e fedeli dell'Impero, a differenza degli anni degli Assiri, non possono più essere nominati, ma devono essere eletti. Tutti i movimenti politici del nuovo Iraq, indistintamente e concordemente, l'hanno già chiesto senza condizioni al governatore degli Stati Uniti a Baghdad. E non si può dubitare che i più accorti tra i consiglieri del Principe dell'Impero sappiano assai bene che con le nomine si può sbagliare e cambiare, come già è avvenuto con i governatori, ma con le elezioni il rischio che ad essere eletti non siano né vassalli, né fedeli dell'Impero è straordinariamente alto.
È vero che sull'accortezza dei consiglieri del Principe dell'Impero i dubbi sembrano molti. Proprio in quelle `terre bibliche', che dovrebbero essere culturalmente familiari ai consiglieri del Principe, non meno peraltro che al Principe stesso, per la loro convinta formazione religiosa, non era difficile aspettarsi che, spazzato via ogni nucleo laico della vita civile, a emergere sarebbero stati i fondamenti religiosi della cultura, i valori della dottrina religiosa tradizionale, l'orgoglio trascinante dell'identità religiosa, e, non da ultimo, il prestigio dei capi carismatici religiosi. Oggi, a tutti è chiaro che le uniche voci ascoltate con rispetto in Iraq sono quelle delle autorità religiose, che già proclamano, come non poteva non accadere, che il suolo della patria sia libero dagli eserciti di potenze occupanti.
Viene da chiedersi se in questi giorni, nelle sue meditazioni religiose cui pare incline con assiduità, al Principe dell'Impero non sia mai accaduto, riflettendo alle difficoltà del suo esercito nella `biblica terra' della Babilonia, di ricorrere con il pensiero alle violente invettive dei profeti d'Israele, voci sommamente poetiche degli oppressi sconfitti, dispersi e sofferenti `sotto il giogo d'Assiria', contro quei re d'Assiria che tutti volevano uniformare ai loro valori, proprio come oggi gli Americani in Iraq. Invincibili erano gli eserciti d'Assiria proprio come oggi le dovunque vittoriose divisioni del Pentagono; sorretto da un forte consenso di potenti alleati era il re d'Assiria non diversamente da ciò che avviene oggi alla Casa Bianca; convinti di una superiorità culturale, tecnologica e religiosa al di là di ogni dubbio erano i nobili d'Assiria come oggi i consiglieri del dipartimento di Stato; persuasi che i valori dell'omogeneizzazione culturale assira avrebbero travolto ogni ostacolo erano i dotti di Ninive proprio come oggi gli intellettuali del Partito repubblicano che contano sono certi che si riuscirà a stabilire una democrazia occidentale sul Tigri a Baghdad come a Londra sul Tamigi. Ancora: pur non avendo certo la stessa diffusione della comunicazione multimediale contemporanea, i signori d'Assiria avevano per oltre due secoli affinato un eccezionale strumento di comunicazione visiva e di propaganda politica nei rilievi disseminati nei palazzi delle loro capitali.
Eppure i sovrani d'Assiria si ingannavano non perché la loro tecnologia militare potesse essere superata, ma solo perché non tenevano in conto quanto potenti potessero essere visioni del mondo diverse dalla loro e quanto trascinanti potessero essere valori ideologici di cui forse non avevano altro che disprezzo. Ma le voci rutilanti dei profeti di Israele il Principe dell'Impero di Washington le ha certo ascoltate e le ricorda non nella prospettiva più suggestiva di espressione fiera e fiduciosa di un popolo oppresso, al tempo stesso geloso custode della propria identità e anelante al recupero della sua libertà, ma in quella, certo a lui più consona, di manifestazione di appartenenza a un popolo eletto dal mondo divino a primeggiare, nella sicurezza della propria fede, tra altri popoli privi di quel destino di grazia.
Ma anche ad altri temi, certo secondari tra le primarie cure politiche eppure tradizionalmente cari ai creatori di imperi, il Principe dell'Impero di Washington e i suoi consiglieri non sono riusciti a rivolgere la dovuta attenzione. La salvaguardia, la tutela e la conservazione del patrimonio culturale dell'Iraq, durante il divampare della guerra e dopo la conclusione del conflitto, non sembrano, in effetti, esser state tra le preoccupazioni dominanti né del dipartimento di Stato, né del Pentagono e tanto meno dei comandi supremi e periferici dell'esercito americano. Quando chi scrive, nei giorni che precedettero l'invasione dell'Iraq, lanciò, anche dalle colonne di questa stessa rivista il paradossale ed emblematico appello all'Unesco perché gli interi territori della Babilonia e dell'Assiria venissero proclamati unilateralmente e unanimemente «patrimonio universale dell'umanità», grandi erano in tutto il mondo le preoccupazioni per i rischi che potevano correre i beni culturali dell'Iraq nel caso, ormai molto verosimile di un'invasione anglo-americana del paese. In quegli stessi giorni, si è saputo più tardi, archeologi americani e inglesi si premurarono di far avere ai comandi dei rispettivi ministeri interessati, mappe con indicazione dei maggiori siti archeologici che dovevano essere evitati tra gli obiettivi bellici. Allora in ambienti anglo-americani si affermò anche che se Ur, la città sumerica di cui era originario Abramo secondo la leggenda biblica, fosse stata danneggiata, la colpa sarebbe ricaduta su Saddam Hussein, colpevole di aver fatto costruire una pur minore base dell'aviazione irachena proprio nelle vicinanze della celebre metropoli sumerica.
Oggi dopo alcune settimane dalla conclusione della guerra, malgrado le ripetute notizie rassicuranti molto spesso di fonte italiana, mentre i maggiori organi di stampa sia americani che inglesi sono stati e sono in più di un caso attivi in coraggiose denunce, la situazione complessiva del patrimonio culturale dell'Iraq, se non è di drammaticità e tragicità assolute, come era parso per lunghi giorni, è comunque di una estrema gravità. I timori che si avevano riguardavano i rischi che potevano correre, in primo luogo, i siti archeologici di divenire oggetto di bombardamenti o di passaggi di truppe corazzate, in secondo luogo, i luoghi di conservazione del patrimonio, dai musei alle biblioteche ai musei all'aperto, di esser saccheggiati, in terzo luogo, ancora i centri antichi, anche non scavati o minimamente esplorati, di poter esser sconvolti dagli scavi clandestini. Riguardo al primo ordine di problemi, si può affermare con sollievo che bombardamenti non sembra che abbiano danneggiato con qualche gravità siti archeologici importanti. Che, come hanno riportato giornali americani, i marines abbiano sconciato con scritte di vernice le pareti della celebre torre templare di Ur, il santuario di Nanna, con la scritta SEMPER FE `Eternamente fedele', motto del loro corpo, è insensato e deplorevole, ma non certo irreparabile. Che, poi, come pure ha annunciato criticamente la stampa statunitense, i comandi americani abbiano deciso di collocare proprio vicino ad Ur una loro base militare aerea, evidentemente di ben diverso impatto ambientale rispetto al vecchio aeroporto coloniale britannico ereditato dagli Iracheni al tempo di Saddam, è pure deprecabile, ma si tratta di una decisione, certo avventata e improvvida, che tuttavia potrà essere revocata.
Al contrario, come ormai è largamente noto, è accaduto il peggio, oltre ogni più tetra previsione, per quanto concerne musei, biblioteche e musei all'aperto sui luoghi dei siti archeologici. La vergogna dell'assalto al Museo dell'Iraq, che è il museo nazionale archeologico del paese e forse il più ricco dell'intero Vicino Oriente, resterà sempre nella memoria del mondo e non potrà non pesare come una macchia difficile da cancellare sui responsabili centrali e periferici dell'Esercito degli Stati Uniti. Qualunque sia stato il danno, l'azione in sé, per la sua efferatezza e il suo carattere organizzato, è di una gravità estrema, così come rilevante è la colpa dei comandi militari americani, che, chiamati dai funzionari iracheni, hanno risposto di non poter intervenire in mancanza di ordini superiori. Ovviamente, anche prima della proclamazione americana della conclusione della guerra, il controllo statunitense della capitale irachena in generale e del quartiere del Museo dell'Iraq in particolare fa ricadere, anche giuridicamente, sotto la responsabilità delle autorità d'occupazione la mancata tutela di un rilevantissimo complesso di beni culturali secondo la lettera e lo spirito della Convenzione dell'Aja del 1954.
Il fatto che i saccheggi si siano ripetuti in almeno altri due casi macroscopici, la Biblioteca nazionale di Baghdad - ricca di manoscritti preziosi -, data anche alle fiamme e il sito archeologico di Nimrud - ricco di numerosi rilievi conservati in uno spettacolare museo all'aperto oggi gravemente depredato - lascia attoniti in quanto la tutela in tutti questi tre casi era certo assai semplice e le azioni di vandalismo potevano essere facilmente previste. Che poi non di puro vandalismo si tratti, ma invece di saccheggi premeditati ad opera di forse identificabili bande organizzate di scavatori clandestini al soldo di ricchi trafficanti di opere archeologiche e artistiche, fa indignare, tanto più se è vero che alcuni oggetti archeologici di recente provenienza irachena, evidentemente molto agevolmente usciti dal paese con evidenti solide coperture, sarebbero già stati bloccati in aeroporti occidentali, dove erano arrivati per essere avviati sui mercati antiquari con falsi certificati d'origine.
Per tacitare le coscienze, sono state fornite di recente notizie a ripetizione che hanno cercato di ridimensionare l'entità dei danni. Ma fonti ufficiali irachene hanno denunciato la perdita della famosa `Dama di Warka', un'unica immagine femminile forse della dea Inanna del periodo protostorico, del non meno celebre `Vaso di Warka' dello stesso periodo con scene rituali allusive ai culti della fertilità della grande dea-madre sumerica, di uno splendido bronzo di genio inginocchiato d'età accadica scoperto a Bassetki nell'Iraq del Nord con un'iscrizione di Naram-Sin di Accad, due eccezionali testate di letti d'avorio da Nimrud di fattura nord-siriana del IX secolo a.C. con numerose figure di esseri mitici, una statua di Entemena principe protodinastico di Lagash e una seconda statua regale del re assiro Salmanassar III, oltre numerose opere plastiche di età partica da Hatra e di età romana da vari centri del paese. I funzionari del Museo dell'Iraq hanno denunciato ufficialmente la scomparsa di una quarantina di capolavori e la perdita di alcune migliaia di oggetti minori. Mentre è stato annunciato che diverse decine di pezzi hanno potuto esser recuperati, recentissima è la notizia, apparsa sulla stampa americana, che sarebbe stato restituito il vaso scolpito di Warka.
L'inaudita gravità di quanto è accaduto al Museo dell'Iraq di Baghdad resta piena e non può esser attenuata dai ritrovamenti e dalle restituzioni di alcuni pezzi, che si spera che possano moltiplicarsi nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. La consapevolezza di questa gravità sia in Occidente che in Oriente è resa chiara da tre episodi successivi al saccheggio del museo. In primo luogo, a Washington due consiglieri culturali del presidente degli Stati Uniti si sono dimessi dal loro incarico per indicare che anche a loro avviso la vergogna del saccheggio poteva agevolmente essere evitata, come era accaduto per il ministero del Petrolio, ben presidiato dalle truppe americane. In secondo luogo, a Baghdad, gli imam hanno lanciato dalle moschee una serie di appelli alla popolazione affinché gli oggetti derubati al Museo venissero consegnati alle moschee stesse per essere immediatamente restituiti all'istituzione museale nazionale, ottenendo non pochi risultati positivi. In terzo luogo, in Germania è stato lanciato in ambiente scientifico un appello, peraltro senza seguito, che invocava una decisa pressione sul governo di Washington perché venisse nominata una commissione d'inchiesta sull'operato dei comandi militari statunitensi in vista dell'identificazione delle responsabilità e della necessità di procedere a punire i colpevoli. Il ritrovamento, poi, recentissimo di quello che è stato definito il `tesoro di Nimrud', celebrato dalla nostra stampa quasi come una sensazionale scoperta archeologica americana, riempie tutti di gioia, ma era atteso e per nulla stupefacente. Gli ori delle tombe di Nimrud, formidabile scoperta degli archeologi iracheni tra il 1989 e il 1991, si sapeva che erano stati messi al sicuro in casse depositate correttamente nel caveau della Banca centrale di Baghdad: gli archeologi iracheni lo avevano comunicato in un congresso internazionale su Nimrud tenuto nella primavera del 2002 a Londra. È ridicola leggenda che questo tesoro fosse stato sottratto al pubblico dal `malvagio Saddam': gli archeologi iracheni ne hanno dato comunicazione al mondo in una serie di conferenze da Londra a Tokyo e hanno pubblicato non pochi pezzi di queste tombe straordinarie. Una mostra dei tesori di Nimrud era prossima alla realizzazione ed era già in programmazione a Londra nel 1991 e dovette essere annullata per la Guerra del Golfo, mentre perfino all'inizio di quest'anno le autorità del nostro ministero per i Beni e le Attività culturali avevano raggiunto un accordo per organizzare la stessa mostra in Italia, solo poche settimane prima che iniziasse l'invasione dell'Iraq. Tutti si è temuto non che questi tesori fossero stati diabolicamente sottratti, ma che fossero stati danneggiati durante il bombardamento della Banca centrale: ciò fortunatamente non è avvenuto per merito degli archeologi iracheni, che hanno provveduto a tutelarli adeguatamente. A loro la comunità internazionale deve gratitudine vivissima.
La terza categoria di danni è, infine, oggi quella che preoccupa di più: gli scavi clandestini in centri archeologici di eccezionale importanza sono in queste settimane organizzati, efficienti e su larghissima scala, chiaramente per rispondere a una forte ed intensa domanda di oggetti archeologici mesopotamici delle organizzazioni internazionali, che intendono approfittare sia dell'ormai tenuissimo controllo del territorio in molte regioni dell'Iraq, che della evidente disattenzione della autorità militari americane al traffico di oggetti archeologici. Un ampio e dettagliato servizio giornalistico del «New York Times» sugli scavi clandestini fatti «dall'alba al tramonto» sotto gli occhi di tutti a Isin, una delle più antiche capitali della Babilonia nei secoli che precedettero l'avvento del grande Hammurabi, è esemplare della dura denuncia che la stampa americana ha lanciato in più di un caso dell'inammissibile disinteresse delle autorità statunitensi per i tesori archeologici di quella `terra biblica' della Mesopotamia, così vicina apparentemente alla cultura, appunto molto più biblica che storica, dei cittadini americani medi. Questa sul patrimonio culturale è certo una delle contraddizioni minori - tra le non poche gigantesche messe in luce dall'avventura dell'invasione anglo-americana dell'Iraq - sul piano strategico e politico. Come ha scritto di recente Eric Hobsbawm, nella cieca ricerca di un potere globale in cui i teorici della iperpotenza d'Oltreoceano vagheggiano una riforma dell'Onu con un Consiglio di sicurezza in cui solo gli Stati Uniti possiedano il diritto di veto, la politica unilaterale e ostinata dell'«imperialismo dei diritti dell'uomo», velo presentabile ma singolare di un interesse che non lascia spazi ad alcuna interpretazione, tattica o strategia diversa, sta indebolendo fatalmente ogni possibilità di soluzione di pace nel Vicino Oriente. E comunque, l'instabilità che regna oggi in quell'area nevralgica del mondo è ben peggiore di quanto fosse dieci e anche solo cinque anni fa.
Paolo Matthiae è ordinario di Archeologia e storia dell'arte del Vicino Oriente antico, e preside della Facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza



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