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Transdisciplinare
*Iraq - L´ANTICA BASRAH : la Venezia irachena.

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media inferiore, Alunni scuola media superiore, Formazione permanente
Tipologia: Utilità e strumenti

Abstract: L´ANTICA BASRAH ANNIENTATA DALLA LUNGA GUERRA CONTRO L´IRAN
Da Venezia irachena a «città aperta»

23/3/2003

IL carrista, del Montana o della Virginia non conta, o del Missouri, che comunque ieri è stato il primo a entrare in Bassora con il suo Abrams 1-M1A, sferragliando lungo la strada che accompagna il corso d'acqua e poi gira su una rotonda verso piazza Saad, dev'essersi passato una mano sui suoi occhialoni, incredulo, anche sconcertato: ma come, c'è lo «Sheraton» a Basrah? Quando i soldati entrano in una città che hanno appena liberato (o conquistato, dipende dai punti di vista), la loro marcia segue sempre la strada principale. E avanti, naturalmente, vanno i carri - perché un cannone fa sempre effetto, ma bada anche a chi abbia grilli in testa - e poi, dietro, a qualche prudente distanza, li segue il corteo marziale delle hume-vee, i blindati coperti di polvere, gli uomini a piedi. Non sono marce veloci: per la sicurezza, certo, si capisce bene, ma anche perché le strade s'affollano subito di chi fa festa ai vincitori. E i vincitori, ieri a Bassora, erano quelli che comunque hanno sconfitto un dittatore sotto il quale per vent'anni un popolo - gli sciiti - che con lui tiene in comune solo il passaporto aveva però dovuto patire sangue amaro. Bassora è una città pigra e polverosa, stretta tra il deserto, le paludi, e lo Shatt Al-Arab. I minareti che spuntano fuori dall'orizzonte piatto del profilo delle vecchie case segnano la vita dei quartieri, e danno l'itinerario a chi ci arriva da straniero. Ma la sua vita gira, naturalmente, attorno al porto, una rada larga e nemmeno tanto profonda che laggiù, lontano, sull'orizzonte, mostra anche la sponda iraniana dove il Tigri e l'Eufrate si trasformano in un unico, lento, corso d'acqua. Il porto, oggi, è poco più d'una laguna puzzolente, con quattro vecchie carrette che scaldano al sole la loro ruggine da embargo. Certamente ci penseranno i «liberatori» a riportarlo presto alle fortune che ebbe in altri tempi, quando era il primo scalo dei traffici marittimi del mondo islamico e univa sulle sue banchine l'India, il Golfo e l'Africa. Il «velayat» di Basrah, all'inizio del secolo scorso, quando Baghdad aveva perso gli antichi splendori del califfo Harun Al-Rashid e offriva solo il suo serraglio alle carovane delle spezie, brulicava invece di vita di mare, ed era una tappa obbligata per i viaggiatori dell'impero di Sua Maestà che intraprendevano l'esplorazione nelle antiche terre della Mesopotamia. La chiamavano «la Venezia dell'Oriente», con i suoi canali, le strade piccole e strette come calle, i palazzi che ostentavano eleganza e ricchezza. Ma oggi i palazzi sono macerie, e quelle banchine allora affollate, quei moli, sono vuoti. Le due vecchie gru hanno perso perfino le ruote dentate, e solo qualche barcaccia che dondola piano sull'acqua imputridita dal petrolio ricorda che, comunque, lì c'era un porto. A distruggere questa città ci ha pensato la repressione crudele di Saddam, che sapeva quanto odio avessero verso di lui gli sciiti, ma ci ha pensato soprattutto la lunga guerra contro l'Iran. Sono stati otto anni feroci, che hanno fatto di Bassora una città posta sulla linea del fronte, martellata continuamente dalle artiglierie dell'ayotallah di Teheran. E «continuamente» vuol dire cannonate impietose, distruttive, che a tratti, e per mesi interi, raggiungevano la sconfortante cadenza di due - talvolta anche tre - al minuto. Giorno e notte, allo stesso modo. La battaglia di ieri è stata davvero una passeggiata, al confronto. Il carrista del Montana (o del Missouri, o di dovunque sia) nemmeno immagina che cosa fossero quegli anni, quando l'intera città era diventata un nido di talpe e uscivi per strada, ma non sapevi se poi saresti tornato: i colpi di obice cadevano senza un bersaglio preciso, continui ma ciechi e imprevedibili; e allora, per poter almeno sopravvivere nelle pratiche quotidiane, tutti i marciapiedi erano protetti da muretti di sacchi di sabbia, come fosse un trinceramento che accompagnava ogni strada, ogni angolo, ogni crocevia. Ci camminavi rasente, abbassando la testa e le spalle, e puntavi sulla ruota della fortuna. Poi, a metà della guerra, ci fu una pausa, sembrò perfino che si potesse definire un armistizio; e allora Bassora, che ha nei suoi geni la stirpe delle città di commerci, pensò che fosse arrivato il tempo di scommettere sul futuro. E qualcuno costruì un albergo di lusso, che potesse ritrovare gli splendori del passato, quando gli sceicchi sauditi e qatarini venivano a Basrah a ingozzarsi di donne e di whisky. Ebbe la pensata di chiamarlo «Sheraton», immaginando barcate di soldi. Invece tornarono presto le cannonate, e il padrone dell'hotel si ritrovò senza clienti; giorno e notte se ne stava abbandonato su una poltrona di velluto, in una hall desolatamente solitaria (se non fosse per qualche svitato di giornalista che arrivava a Basrah a raccontare come si vive e si muore sotto le bombe che cadono a due al minuto. Forse anche a tre). Il carrista del Missouri ieri notte non ha dormito in una delle 145 stanze vuote dello «Sheraton»; ma il padrone dell'albergo era stato a lungo sulla porta a far festa a quel tank che gli passava davanti sferragliando, col soldato che si strofinava gli occhialoni e non sapeva se crederci davvero. My God, uno «Sheraton» a Basrah.

Mimmo Cándito

http://www.lastampa.it/edicola/sitoweb/Esteri/art3.asp

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