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Storia
Economia e diritto
STATO NAZIONALE, COSTITUZIONE, DEMOCRAZIA IN ITALIA - Francesco Barbagallo

Lingua: Italiana
Destinatari: Alunni scuola media superiore
Tipologia: Programmazione, Progetto, Curriculum

Abstract:

STATO NAZIONALE, COSTITUZIONE, DEMOCRAZIA IN ITALIA*

Francesco Barbagallo

Il crollo del sistema politico italiano - per l'effetto combinato del rivolgimento del quadro internazionale nel quale era profondamente incardinato e dell'eccesso di corruzione venuta alla luce per l'iniziativa giudiziaria - ha contribuito ad acuire un processo, già in atto dal decennio precedente, di critica radicale delle forze sociali e politiche e delle categorie interpretative su cui si è fondata e contraddittoriamente sviluppata la società italiana nel primo mezzo secolo, circa, di repubblica democratica. Nelle forme accentuatamente politiche e ideologiche proprie della tradizione italiana, di recente e fragile costituzione unitaria, sono state avanzate differenti ma sempre radicali revisioni che, ben oltre l'analisi critica dei concreti processi storici, intendevano rimuovere i fondamenti stessi del contrastato assetto democratico dell'Italia repubblicana: la Resistenza e la Costituzione innanzitutto, cui sono state accollate, con rapida e ideologica semplificazione, le responsabilità primigenie del disfunzionamento del sistema politico, di cui si è sottovalutato il carattere differenziato nei tempi e nei modi.

L'accelerazione dei processi di trasformazione, sia sul piano nazionale che internazionale, ha indotto corrispondenti, tumultuosi propositi di rinnovamento che, in Italia, hanno trovato nei partiti, nella centralità del parlamento e nel sistema elettorale proporzionale gli idoli da abbattere per salvare la patria, di cui peraltro erano rare le tracce sia nell'uso semantico che simbolico. Esemplari di questa temperie possono considerarsi le affermazioni barricadiere di un giurista e grand commis come Andrea Manzella, che nel 1990 esortava a «una nuova lotta di classe [...] per la contestazione diffusa al sistema dei partiti» e indicava nel meccanismo elettorale proporzionale il responsabile principale della «stabilità dell'assetto organico del sistema-famiglia dei partiti [...] il Kombinat partitocratico»1. Allo sfacelo di un sistema politico condannato in blocco e indistintamente perché, sempre a giudizio di Manzella, era «assolutamente indifferente stare al governo o non farne parte», si contrapponevano le presunte virtú di una società civile, che improvvisamente risorgeva con innocenza tutta ottocentesca, e recava con sé le belle novità della democrazia diretta e maggioritaria, dei collegi uninominali e delle personalità esperte e adamantine, che avrebbero finalmente semplificato e razionalizzato il confronto e soprattutto reso deciso ed efficace il governo politico.

Società civile, democrazia referendaria, principio maggioritario sono stati, all'inizio dell'ultimo decennio del secolo, la miscela propellente della forma nuova che intendeva assumere l'ideologia italiana del rinnovamento democratico. In prima linea per questa battaglia, o per dirla con Manzella per questa nuova lotta di classe, erano schierate le maggiori imprese italiane e, quasi al completo, gli organi di stampa quotidiani e periodici. Il parlamento e i partiti - di cui certo non si intendono ridurre le gravissime responsabilità - erano nel mirino. Il punto di rilievo non contingente, come ha fatto notare Mauro Calise, era che «il processo di mediazione degli interessi tipico della funzione rappresentativa del parlamento non appar[iva] piú come il processo naturale di composizione dei conflitti all'interno di una democrazia pluralista, ma come una indebita interposizione tra i cittadini e il governo»2.

C'era poi, accanto ai problemi istituzionali, l'aspetto non meno rilevante della particolare antropologia storica degli italiani, da sempre in difficoltà con i principi di responsabilità individuale e collettiva e abituati nei secoli dal perdono ecclesiastico ad autoassolversi e ad autoperdonarsi. «Il "bravo italiano" - ha scritto Stefano Levi della Torre -, dopo aver sostenuto un sistema di potere, ne fa poi il capro espiatorio per passare impunemente ad una nuova connivenza [...] Il "bravo italiano" è un consumatore periodico di capri espiatori, li sacrifica alla propria innocenza e al proprio vittimismo [...]»3. Sintomatica al riguardo è stata l'immediata convinzione - subito diffusasi a livello pubblicistico, politico, popolare - del già maturato passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Tornava alla mente il ricordo del passaggio dal fascismo al postfascismo, almeno per quanto riguardava la coscienza diffusa di chiudere rapidamente con il passato senza fare i conti con le precedenti responsabilità, ma gettando tutte le colpe su pochi, e certo responsabili, capri espiatori, per potere immediatamente riproporsi senza alcuna remora alla testa o all'interno dei piú diversi schieramenti e orientamenti già pronti per guidare l'Italia sulle strade nuove e ancora largamente oscure.

In un quadro interno e internazionale che lascia poco spazio alle sicurezze e alle prospettive di avanzamento nei livelli complessivi di civiltà, il secolo della politica assoluta sembra chiudersi nel segno di un intenso ritorno alla centralità e al predominio dell'economia, e quindi delle sue ragioni, nella forma della globalizzazione transnazionale sostenuta dalla fortunata mitologia del libero mercato4. Dentro questo contesto, in cui si riducono drasticamente la sovranità e il potere di controllo degli Stati nazionali meno forti e strutturati, è utile riflettere sul significato, storico concreto e non strumentalmente ideologico, delle categorie fondamentali della nostra storia - Stato, nazione, patria, Costituzione, partiti, democrazia - che vanno seguite nel loro accidentato percorso plurisecolare e individuate nei processi genetici e nella effettiva evoluzione, piuttosto che branditi come clavi in un duello tra guerrieri già morti.

Diversamente dai paesi europei di piú antica tradizione unitaria, dove la formazione di una collettività nazionale seguí lentamente la costituzione degli organismi statali, in Italia i processi di statalizzazione e di nazionalizzazione si svilupperanno contemporaneamente. La nazionalizzazione della politica procederà col diffondersi del voto e quindi dello scambio tra centro e periferia, attraverso l'incanalamento e la contrattazione degli interessi particolaristici con i centri istituzionali5. Tra il modello germanico dell'autoritarismo del comando statale e quello britannico dello Stato minimo fondato sulla prevalenza delle libertà individuali, il liberalismo italiano sceglierà il modello statocentrico: quindi centralità dello Stato, subordinazione dei diritti e delle libertà dei cittadini, sottovalutazione dell'autonomia e della iniziativa della società civile6. L'assenza della forma-partito nell'esperienza politica del liberalismo italiano tra fine Ottocento e guerra mondiale può farsi risalire anzitutto all'affermazione, teorica e istituzionale, della sovranità dello Stato-persona. La soluzione proposta nella giuspubblicistica da V.E. Orlando prende le distanze dalla politica come mediazione, praticata negli anni del trasformismo e del «parlamentarismo» (che peraltro si riproporrà nel periodo giolittiano anche nell'esperienza del giurista divenuto ministro). E sostiene una forma di normativizzazione giuridica della politica, incentrata in uno Stato di diritto che ingloba dentro di sé la nazione, la società e il popolo, intese come realtà unificate e omogenee.La dottrina dello Stato di diritto si ripropone come progetto unitario di governo, tendente a sottrarre anche le masse popolari all'influenza del principio politico democratico, e quindi alla divisione mediante l'organizzazione di partiti7.

La società civile, in questo modello statocentrico, risulta assorbita nello Stato. Le istituzioni sociali che hanno una rilevanza collettiva sono immediatamente trasformate in enti pubblici. L'intreccio tra pubblico e privato, che accompagna in Italia gli sviluppi della grande industria, caratterizza anche l'esperienza istituzionale e politica del liberalismo con una netta prevalenza dello Stato rispetto alla società. Avanza quindi una forma di socializzazione dello Stato che «tende piuttosto a funzionare come statizzazione della società»8. Nell'ordinamento liberale italiano saranno ridotti lo spazio e il peso lasciati ai principi di libertà e ai diritti dei cittadini, ben diversamente quindi dalla Costituzione degli Stati Uniti e dall'esperienza istituzionale del liberalismo britannico.Lo Stato, con la sua autorità, veniva prima degli individui, con i loro diritti. Era la legge che creava i diritti, segnando cosí il confine tra il potere dello Stato e le libertà dei singoli9.

Borghesia, liberalismo e nazione sono i fondamenti sociali, economici e politici della modernità ottocentesca di molti Stati nazionali. Ma spesso sono forti i contrasti tra i fautori della centralità del mercato, da una parte, e i progetti di normazione e di interventi politici tesi ad estendere il processo di nazionalizzazione. Il liberismo diffuso nella classe dirigente italiana si scontra per un verso con le pretese «monopolistiche» e livellatrici delle particolarità e degli interessi settoriali che sono proprie della nazione; mentre resterà ostile, d'altro canto, sia ad una logica di identificazione comunitaria che di collettività pluralistica. Lo Stato liberale stenta ad uscire dai suoi confini di classe.Cosí, dopo aver limitato gli spazi per i diritti di libertà, lascia ad altre forze sociali e politiche - classi popolari, socialisti, cattolici - il compito di far procedere il paese sulla strada della nazionalizzazione della politica10.

Nel Novecento lo Stato liberale viene sottoposto alla duplice pressione determinata dal moltiplicarsi degli interessi sociali e delle funzioni amministrative. Lo Stato non garantisce piú soltanto la libertà della proprietà, ma è chiamato a svolgere un ruolo piú incisivo nel modello di riproduzione economica e nell'integrazione delle classi non proprietarie. La separazione tradizionale viene superata dalla compenetrazione nello Stato di una rappresentanza degli interessi delle diverse forze sociali in movimento. Avanza ora il modello dello Stato amministrativo, che evita la prevalenza delle pressioni e delle logiche dei gruppi economici e insieme limita i poteri delle assemblee rappresentative e dei gruppi politici espressi dall'espansione della democrazia. Lo Stato amministrativo di Santi Romano punta ad affermare l'autonomia dell'amministrazione rispetto alla legislazione prodotta dalle assemblee rappresentative, a svincolare l'amministrazione sia dalla giurisdizione che dal parlamento11. Lo Stato liberale, costruito per una società semplice organizzata intorno alla tutela dei diritti di una ristretta classe dirigente borghese proprietaria, non riusciva piú a contenere dentro i suoi equilibri istituzionali il prorompere tumultuoso delle associazioni economiche e professionali nel processo di differenziazione sociale in cui si andava definendo la complessa società di massa novecentesca.

Le trasformazioni sociali ed economiche accelerate dalla guerra mondiale e il processo di democratizzazione - scandito dal suffragio universale maschile, dall'adozione del sistema elettorale proporzionale e dalla espansione dei partiti a larga base popolare - accentuavano la crisi del sistema politico liberale. La costituzione dei gruppi parlamentari nell'estate 1920 accresceva il ruolo dei partiti nell'attività parlamentare e nella formazione dei governi, in un processo di profonda trasformazione del sistema politico. La prospettiva, individuata per primo da Costantino Mortati, era la ristrutturazione del modello costituzionale, con l'attribuzione del potere di indirizzo politico al parlamento riorganizzato sulla base dei partiti politici12. Era questa del resto la tendenza all'affermazione della nuova forma di «Stato dei partiti» (Parteienstaat) che, nel primo dopoguerra, si stava consolidando in diversi paesi europei, segnando il passaggio dal parlamentarismo liberale alla democrazia basata sui partiti di massa, in una visione pluralistica dello Stato, fondata sull'equilibrio dei poteri13.

La convergenza in Italia tra diverse forze liberali e conservatrici e lo squadrismo fascista nasce da esigenze di difesa e di reazione sociale negli accesi conflitti di classe in atto, ma anche dal comune intento, sottolineato da S. Neri Serneri, di operare una specie di «riforma della costituzione materiale postbellica, per porre fine alla centralità parlamentare e governativa dei partiti di massa e introdurre una sorta di bonapartismo moderato che conservasse il suffragio universale, ma depotenziasse il parlamento e rafforzasse l'esecutivo, attuando una sostanziale de-emancipazione politica dei ceti popolari»14.I «blocchi nazionali», costituiti insieme da liberali e fascisti, individuavano nei partiti di massa il nemico da abbattere e riproponevano il processo di identificazione di una parte politica con la nazione e lo Stato. Il sostegno dei diversi gruppi liberali e conservatori, oltre che di una parte dei popolari, al governo Mussolini nel '22 puntava al ridimensionamento del ruolo dei partiti nel parlamento e nel governo e alla restaurazione della sovranità statale e di un superiore interesse nazionale.

Questo avveniva puntualmente, l'anno appresso, con la legge Acerbo, che restaurava il principio maggioritario, rafforzava le prerogative del governo in una estrema dilatazione dei poteri dello Stato, a scapito del regime parlamentare, dei partiti e del pluralismo politico e sociale. Ma il processo si completava solo nel 1925, quando il Partito nazionale fascista diventava unico rappresentante politico dell'intera nazione, si identificava con uno Stato autoritario e tendeva ad affermare un dominio totalitario sulla società. Si apriva qui, all'interno del regime, la tensione fra i tutori dello Stato amministrativo, da Santi Romano a Oreste Ranelletti, che ritenevano di aver chiuso finalmente i conti con la disgregante organizzazione politica della società, e i diversi fautori del governo di indirizzo, che guardavano ora allo Stato come ad un complesso di poteri pubblici agenti in una comune direzione e unificati da una nuova Costituzione fondata sul primato del partito, nelle due opposte forme monopartitica e pluripartitica.

Alla centralità giuridica dello Stato sovrano si sostituiva la centralità politica della Costituzione, che per il teorico del regime Sergio Panunzio si raccoglieva nel partito unico fascista. Il processo costituente si configurava invece per Mortati come fondamento di un nuovo sistema politico inteso nella forma di una grande rete di poteri pubblici e privati, che superava le vecchie distinzioni liberali tra politica e amministrazione e tra Stato e società nella forma plurima e innovativa della «costituzione in senso materiale»15. Si ridefinivano cosí i caratteri del nuovo diritto pubblico, che eliminava la vecchia antinomia liberale tra diritto e politica. Era proprio la politica a fondare il diritto, ora che si riapriva la discussione sul potere costituente: «Che tali scelte - ha scritto M. Fioravanti - siano compiute dal partito unico, come nel regime totalitario, o risultino dalla competizione, e dall'accordo, tra una pluralità di partiti, come nel futuro regime democratico, è ciò che muta - certo non senza conseguenze, ovviamente - sul piano storico dagli anni trenta agli anni cinquanta e seguenti, ma all'interno di un unico paradigma»16.

Costituzione e partito politico sostituiscono quindi nella complessa e pluralistica società di massa novecentesca la sovranità dello Stato espressa nella legge, che era stato l'unico ordinamento della semplice società ottocentesca a predominio borghese. Comparabile risulta perciò la centralità del partito all'interno di un ordinamento che tende ora verso una normazione costituzionale a fondamento politico e di livello superiore alla legge ordinaria. Comparabili sono anche le funzioni nuove, di carattere istituzionale, di vero e proprio organo dello Stato, che il Pnf esercita in rapporto ai processi di direzione pubblica dell'economia e quindi di gestione di imprese, di iniziative assistenziali, di amministrazione di risorse pubbliche17. Ma queste funzioni, legate ai processi di modernizzazione economica degli anni Trenta, erano svolte da un partito che tentava di assumere un ruolo centrale nel processo di costruzione di un regime totalitario, dove la socializzazione alla politica era incanalata nelle forme della integrazione delle masse nello Stato e nella nazione fascista, che si presentava come antitetica rispetto alle forme democratiche di partecipazione consapevole e attiva. Oltre che sul versante della società era anche nei confronti dello Stato quindi che il partito fascista si proponeva come strumento attivo del processo di costruzione totalitaria18. In tale prospettiva quindi il Pnf si configurava come una variante debole - sul piano teorico e pratico - rispetto al partito nazionalsocialista.Non è possibile allora un confronto, se non per aspetti molto limitati, col ruolo assunto dai partiti democratici nell'Italia della Resistenza e della repubblica.

Il regime fascista procede in modo intensivo all'unificazione integrale di Stato, nazione e partito attraverso una ideologia totalitaria pervasivamente diffusa, che ingloba la politica interna e le relazioni internazionali, la concezione dell'individuo e delle masse, i rapporti tra lo Stato e la società. È in questa cappa di piombo che le idee di patria e di nazione e lo stesso Stato nazionale italiano, nella sua contingenza storico-concreta, finiscono per identificarsi col regime fascista e ne seguono le sorti. Annoterà, a distanza di tempo, Nicola Chiaromonte: «C'è in me il ricordo dell'esperienza fascista: si sentiva che il fatto decisivo, nella situazione, era la passività della gran maggioranza ridotta in servitú piú dalle parole "maestose" (Patria, Nazione, Stato, Grandezza, Forza ecc.) che dalla paura della prigione»19. È giusto allora non rimuovere, o cercare di attenuare, questo luogo centrale della nostra storia: fu anzitutto il fascismo a contribuire alla decadenza delle idee di patria e di nazione nella coscienza collettiva degli italiani, per l'abuso distorto che ne venne fatto e per il precipizio in cui furono spinte dal regime. È da condividere pertanto il giudizio di Emilio Gentile che «il declino dello Stato nazionale era iniziato durante il fascismo, e per opera del fascismo stesso, fin dal momento in cui il "partito milizia" si era sovrapposto alla nazione»20.

È l'identificazione dello Stato e della nazione con il fascismo che porterà - l'8 settembre 1943 - alla dissoluzione dello Stato nazionale nella sua determinata forma storica. L'idea di nazione tramonta in Italia nell'accezione storicamente determinata di nazione fascista e imperialista, definitivamente dissolta nella guerra. L'idea di nazione non si spezza in Italia negli anni della Resistenza e della guerra civile, come sostengono R. De Felice e E. Galli della Loggia21. La frattura consegue invece proprio alla precedente identificazione tra nazione e fascismo. Questo era evidente già a un vecchio nazionalista come Federzoni che accuserà Mussolini, nel Gran consiglio del 25 luglio, di avere diviso gli italiani con una pregiudiziale discriminante ideologica22. Era l'identità tra fascismo e nazione che rischiava di travolgere nella disfatta lo Stato nazionale italiano; perciò andava dissolta in extremis affidando alla Corona il disperato tentativo di salvare, appunto, quel che restava dello Stato e della nazione.

È infondato sul piano storico e strumentalmente ideologico cercare di oscurare le specifiche responsabilità del fascismo - di cui restano fra l'altro consapevoli testimoni gli stessi artefici - in un vortice revisionistico che finisce per falsificare l'evidenza dei fatti finanche nella loro successione temporale. Non si può considerare l'idea e il concreto percorso storico della nazione fascista fungibile con l'idea di patria e le forme differenti di espressione di fedeltà e di amore per essa. La patria è anzitutto la libertà, la libertà della e nella patria per tutti i cittadini23. È la scomparsa della libertà che nega l'accesso alla patria a chi viene escluso dalla collettività nazionale per differenti scelte politiche e ideologiche. Gli esuli espulsi o sfuggiti ai regimi autoritari e totalitari, per restare fedeli ai loro principi e alle loro scelte, sono da considerare traditori della patria?24 È un quesito antico, che si ripropone di continuo.Come scriveva Carlo Rosselli su «Giustizia e libertà» nella primavera del 1936, il momento del massimo consenso al regime che aggrediva e conquistava l'Etiopia: «Noi possiamo vantarci di essere i traditori coscienti della patria fascista; perché ci sentiamo i fedeli di un'altra patria. O di qua, o di là.In mezzo, si diventa (o si resta) oggetti da museo»25.

La nazione italiana era stata spezzata dal regime fascista in due parti ideologicamente e politicamente contrapposte in una moderna guerra di religione che non era meno grave per il fatto di coinvolgere, come sempre accade, soltanto le minoranze disposte a pagare i prezzi esorbitanti della contrapposizione al potere totalizzante. La «morte della patria» non attende in Italia la seconda guerra mondiale, tanto meno la sua conclusione, come afferma Galli della Loggia; ma si consuma per tanti - liberali, rivoluzionari, conservatori, cristiani, ebrei - negli anni del regime fascista. Ancor prima della fine del fascismo, al principio del giugno '43, Benedetto Croce segnalava la scomparsa dell'idea di patria, indebitamente confusa col nazionalismo e dissolta nella catastrofe del regime:

Risuona oggi, alta su tutto, la parola libertà; ma non un'altra che un tempo andava a questa strettamente congiunta: la Patria, l'amore della patria, l'amore, per noi italiani, dell'Italia [...] la ripugnanza sempre crescente contro il nazionalismo si è tirata dietro una sorta di esitazione e di ritrosia a parlare di «patria» e di «amor di patria». Ma se ne deve riparlare, e l'amore della patria deve ritornare in onore appunto contro il cinico e stolido nazionalismo, perché esso non è affine al nazionalismo, ma è il suo contrario26.

Sarà lo stesso filosofo liberale a doversi augurare, drammaticamente ma senza incertezze e confusioni, la sconfitta della patria, subito dopo il 25 luglio, perché era questa la tragica condizione necessaria per poter riprendere la strada della libertà e della dignità umana: «E, nondimeno, nel bivio, era sempre per gl'italiani da scegliere una sconfitta anziché l'apparente vittoria accanto alla qualità di alleati che il Mussolini ci aveva imposti, vendendo l'Italia e il suo avvenire e cooperando alla servitú di tutti in Europa»27.

Nella lotta di resistenza e di liberazione le diverse forze sociali e politiche antifasciste rilanceranno i concetti e i valori della patria e della nazione, coniugandoli strettamente con la democrazia e con le trasformazioni sociali; ed anche con la necessità di una ridefinizione della collettività nazionale intorno al principio di responsabilità, individuale e collettiva. La patria e la nazione assumeranno, sulla nuova scena politica italiana, le diverse forme della Resistenza antifascista, della costruzione dello Stato democratico, della scrittura di una Costituzione repubblicana a forte ispirazione democratica e sociale.Ma contrasti e limiti insuperati hanno impedito che si consolidasse lo spessore unitario della struttura nazionale italiana. Specie nei momenti di passaggio da una fase storica a un'altra, l'Italia si presenta divisa in piú parti, che si contrappongono in modo radicale e mostrano grandi difficoltà a riconoscere un terreno comune d'intesa. La nostra storia nazionale resta giovane, fragile, caratterizzata da fratture di impervia ricomposizione: Stato/Chiesa, Nord/Sud, élites dirigenti/masse popolari, particolarismo individualistico/civismo solidaristico, laicismo/clericalismo, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo.

Nella prima metà degli anni Quaranta l'Italia conosce, in drammatica successione, la disfatta bellica, la dissoluzione dello Stato nazionale, l'occupazione di due eserciti in guerra tra loro, la guerra civile tra italiani schierati sugli opposti fronti. Dopo questo tragico quinquennio, sempre tra lotte sociali e scontri ideologici, si riesce con fatica e compromessi ad avviare la costruzione di un nuovo Stato fondato sul principio democratico, fissato in Italia per la prima volta in una Costituzione ed espresso concretamente nel ruolo centrale assegnato ai partiti quali depositari e formatori dell'indirizzo politico. Dissolto nella guerra lo Stato fascista, lo Stato liberale di diritto si trasforma ora nello Stato sociale di diritto, nello Stato costituzionale.

Si definisce un nuovo sistema politico, a struttura policentrica, espressione di una società pluralista e differenziata nei ceti e negli interessi, fondato sul primato della Costituzione e sul ruolo centrale dei partiti.

Questi, sorti dalla società civile ottocentesca come associazioni politiche private, si sono trasformati come partiti di massa in organizzatori ed emancipatori dei ceti popolari e quindi soggetti fondamentali del processo di democratizzazione. Infine i partiti sono diventati organi di tipo istituzionale con un ruolo primario nell'assetto dello Stato prima e poi, parzialmente, nel suo dissesto, in proficua collaborazione con le diverse istanze e rappresentanze della società civile. In ogni caso, la democrazia repubblicana, per la prima volta nella storia nazionale e in concomitanza con i processi costituenti in atto in altri paesi europei, affidava alla Costituzione l'arduo compito di ritrovare un principio unitario e un indirizzo comune per i poteri pubblici e privati cui doveva rivolgersi il governo della società.

Nelle moderne società pluraliste la Costituzione ha innanzitutto «il compito di realizzare la condizione di possibilità della vita comune, non il compito di realizzare direttamente un progetto determinato di vita comune».La cooperazione tra forze diverse è resa quindi possibile e necessaria dalla eccezionalità nella vita politica di un popolo del «momento costituzionale»: quando si dà inizio ad esperienze politico-costituzionali rispetto alle quali le diverse forze in campo sono spinte a seguire orientamenti generali perché non sono ancora chiari gli indirizzi degli interessi di parte. Dovrebbe essere allora evidente, ma l'attuale vicenda politica italiana dimostra il contrario, che un simile eccezionale «momento» non si può «creare e ricreare a piacere, come tanti aspiranti rinnovatori della Costituzione pretendono di fare»28.

La Costituzione repubblicana fondava quindi i principi comuni in cui le diverse parti della società si riconoscevano e da cui risultavano legittimate a svolgere il confronto per la scelta democratica tra i diversi indirizzi politici. L'aspetto altamente positivo di questo compromesso era nella disposizione alla cooperazione tra forze sociali e istanze ideologiche di diverso e anche opposto segno, che riuscivano a definire un assetto costituzionale politicamente e socialmente avanzato, grazie al collante fondamentale della partecipazione attiva alla resistenza antifascista di tutte le forze politiche impegnate nella costruzione del nuovo Stato italiano, democratico e repubblicano.

Questo innovativo processo costituente si realizzò nella Carta costituzionale del 1948, ma fu bloccato nella sua attuazione, sia dal rivolgimento del quadro politico nazionale fortemente condizionato dagli equilibri internazionali del conflitto bipolare, sia dalla dissoluzione della disponibilità delle diverse forze politiche alla cooperazione nella costruzione di un nuovo assetto statale e sociale, i cui avversari interni non erano meno potenti degli ostacoli insorti nel quadro internazionale. La democrazia repubblicana si è sviluppata dentro questi contrasti e questi limiti, che non hanno impedito il dispiegarsi di un intenso e accelerato processo di profonda trasformazione economica e sociale, ma hanno certamente influito nel bloccare un efficace funzionamento del sistema politico di governo, come pure una strutturazione piú forte della collettività nazionale su modelli di comportamento civico superiore a quello consueto tradizionalmente nel nostro paese.

Mentre è ancora da fare una ricostruzione analitica della storia dell'Italia contemporanea, il disfacimento del sistema politico e la confusa ricerca di strade nuove stimolano di continuo sintetiche interpretazioni e comparazioni di dubbio fondamento, che servono poco alla conoscenza del passato e alla ricerca di nuovi equilibri, e corrispondono piuttosto alla prevalente tendenza all'attualizzazione destoricizzata e strumentalizzata a ristretti fini personali e di parte. Esempi di queste interessate semplificazioni sono: l'attacco da tempo in atto contro i principi sociali e politici della Costituzione; il tentativo di far risalire l'attuale critica alla «partitocrazia» fino all'unità operativa dei partiti del Cln; la comparazione tra il ruolo del Pnf e quello dei partiti democratici nello Stato e nella società italiana, come se totalitarismo e democrazia fossero variabili secondarie; la definizione di «consociativismo» applicata a un cinquantennio di storia segnata a lungo e in profondo da conflitti sociali, politici e ideologici di estrema durezza; il tentativo di attribuire all'Italia democratica la distruzione operata dal fascismo delle idee di patria e di nazione; l'elogio della passività e dell'astensione da qualsiasi scelta rispetto alla lotta per la libertà e la democrazia, l'enfatizzazione del ruolo dei sistemi elettorali rispetto ai tassi civili e democratici di una società, con annessa esaltazione del principio maggioritario reputato in sé semplificatore e razionalizzante; la richiesta, presentata come risolutiva dell'attuale impasse democratica, di un ripristino di regole e diritti, che nell'Inghilterra imperiale del «sistema Westminster» funzionavano perché riguardavano solo le élites parlamentari aristocratico-borghesi, al di qua della democrazia di massa.

La critica necessaria di vicende politiche e sociali determinate - a partire dalla degenerazione dei partiti in mediatori contingenti di interessi parziali e diffusi - si è trasformata in una spasmodica ricerca di scoop da trasmettere «in tempo reale», in un'opera continua di delegittimazione della politica, non solo nella forma radicale della partecipazione popolare, ma anche in quella moderata della organizzazione degli interessi e della mediazione dei conflitti (bollata quest'ultima con la categoria destoricizzata e sostanzialmente fraintesa di «democrazia consociativa»)29.

Infine risulta poco comprensibile, se non in chi fu a lungo affascinato da Lenin, il ritardato entusiasmo per lo scarno liberalismo di von Hayek e di Popper, che resta al di qua della comprensione dei meccanismi attraverso i quali la «società aperta» tende sempre piú - come scrive Danilo Zolo - «a chiudersi e irrigidirsi entro processi "non decisionali" di omologazione consumistica e multimediale dei cittadini-consumatori che minacciano l'autonomia individuale al suo livello piú profondo. Queste società sembrano realizzare un massimo di integrazione sociale non ricorrendo all'imposizione di ideologie totalitarie e alla coercizione diretta, ma attraverso la destrutturazione della sfera pubblica e la privatizzazione e la dispersione dei soggetti politici». È il «modello Singapore» dell'antipolis moderna; è il modello asiatico dell'autoritarismo modernizzante30.

Alla fine di un secolo che ha cercato, in forme sbagliate e tragiche, sfociate in totalitarismi di destra e di sinistra, di affermare la supremazia del potere politico sul potere economico, il cui dominio si era esteso invece lungo tutto l'Ottocento, sono in crisi, non solo in Italia ma nel mondo, i paradigmi fondamentali della democrazia politica: la partecipazione, la rappresentanza, il pluralismo, il cittadino inteso come soggetto politico autonomo, razionale e responsabile.Nella società di massa di fine Novecento si ripropongono rafforzati i timori espressi da Hannah Arendt, sulla scia delle ricerche di E.Lederer e di H.Lasswell, intorno alle trasformazioni delle classi medie e al futuro della democrazia negli anni Trenta31.

L'influenza pervasiva delle comunicazioni di massa accresce enormemente l'esposizione a tentazioni autoritarie di individui atomizzati e isolati, chiusi nel conformismo e in un'apatia che li allontana dalla politica32.Il processo in atto di passaggio dalla libertà «antica» all'interno della comunità politica nella moderna libertà nel privato deresponsabilizza gli individui e rende possibile la deviazione della democrazia verso il dispotismo della maggioranza, che calpesta i diritti delle minoranze ed apre la strada ad avventure autoritarie e a forme nuove di dittatura33.

L'opinione attualmente diffusa ostile alla politica organizzata e la crescente deistituzionalizzazione della politica si accompagnano allo sviluppo enorme e al controllo oligopolistico delle informazioni e delle forme spettacolari assicurate dai mezzi di comunicazione di massa. L'immagine prende il posto della realtà, cosí come i sondaggi surrogano l'attività politica.La sfera pubblica si comprime e si disperde come luogo storico della cittadinanza politica, fino a scomparire in un'attualità deprivata di spessore diacronico, senza memoria e senza tensione verso il futuro34. Una democrazia acritica in cui si diffonda un uso distorto e strumentale della sovranità popolare può facilmente deviare dagli eccessi referendari alla pratica plebiscitaria e ad esiti diversi di autoritarismo e totalitarismo, modernamente fondati sui consumi materiali e sul blocco dei meccanismi di formazione della coscienza critica.

Una democrazia che si sforzi di mantenere in vita i necessari meccanismi sociali e culturali di controllo può ancora tentare di salvaguardare i suoi caratteri fondanti e quindi, come indica Gustavo Zagrebelsky, cercare di «sottrarre il popolo alla passività e anche alla mera reattività [...] a farne una forza attiva, capace di iniziativa e quindi di progetti politici non da altri elaborati che da se stesso.In una parola: un popolo che sia soggetto di politica, non oggetto o strumento»35.Questo classico postulato del processo di avanzamento otto-novecentesco verso la democrazia di massa è oggi sottoposto, nei paesi di piú ampio e pluralistico sviluppo a pressioni fortissime tendenti ad eliminarlo completamente da un governo politico orientato da tempo a contrarre il sovraccarico di domande attraverso una intensa riduzione della democrazia.La tendenza attuale è volta invece a favorire il potere di rapida decisione dei maggiori gruppi finanziari ed economici privati, operanti sempre piú su scala transnazionale e sfuggenti ad ogni effettivo controllo di matrice pubblica e statale.

Questa oscura fine di millennio è caratterizzata dalla crescita esponenziale dei livelli di benessere economico tra parti del mondo e delle diverse società sempre piú divise tra privilegiati ed esclusi, anche per effetto della espansione di un accelerato processo di mondializzazione e di globalizzazione dell'economia e della finanza, che riduce fortemente il potere di governo degli Stati, delle autorità nazionali e delle rappresentanze democratiche.Una forma di potere sempre piú assorbente si è concentrata nei luoghi - privati, autonomi e sfuggenti a ogni controllo - abilitati ad assumere le decisioni di investimento dei capitali nelle piú diverse parti del mondo, seguendo l'unica logica del massimo profitto. «In un tale clima di profondo cambiamento - ha scritto il presidente della Banca mondiale J.D. Wolfensohn, presentando un recente rapporto sulla condizione dei lavoratori in un mondo integrato - le decisioni che riguardano i salariati e le condizioni di lavoro sono dettate dalle pressioni competitive mondiali.È la dura realtà del mercato mondiale: i fallimenti politici sono duramente sanzionati attraverso variazioni del tasso di cambio, nuove ripartizioni di parti di mercato e infine fluttuazione del livello dei posti di lavoro e dei salari»36.

È il nuovo governo dei mercati e dei ristretti gruppi di comando che, in assoluta libertà, orientano le scelte di investimento e di sviluppo a livello planetario, con una mobilità capace ormai di sottrarsi a qualsiasi intervento statale sui tassi di interesse e di cambio e tanto piú sulle imposte e sulle garanzie per il lavoro.L'economia, o meglio il capitale, sembra oggi dominare il mondo come mai era accaduto prima.Il compromesso politico che ha cercato in questo secolo di condizionare il potere del mercato ai limiti di una distribuzione sociale non del tutto squilibrata, almeno nei paesi sviluppati, sembra ora completamente saltato37. Sarà interessante vedere quali strade prenderà, nel nuovo millennio, un mondo contrassegnato dai piú alti livelli di sviluppo tecnologico e di espansione e benessere economico e insieme dai piú feroci conflitti sociali, etnici, territoriali.Per ora si può solo dire che la storia continua, anche dopo la scomparsa del comunismo sovietico, e che la democrazia è cosa diversa dal mercato: tanto è vero che la prima sembra in pessima forma, mentre il secondo pare celebrare i suoi trionfi.


* Questo saggio è stato presentato in sintesi al convegno La Resistenza tra storia e memoria, organizzato a Roma dall'Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza, 9-11 ottobre 1995.

1 A. Manzella, La casa comune partitocratica, in «Micromega», 1990, n. 4, pp. 46, 49, 53.

2 M.Calise, Dopo la partitocrazia.L'Italia tra modelli e realtà, Torino, Einaudi, 1994, p. 67.

3 S.Levi della Torre, Italiani, brava gente, in «il manifesto», 16 febbraio 1995; cfr. pure D. Bidussa, Il mito del bravo italiano, Milano, Il Saggiatore, 1994.

4 W.H.Lazonick, L'organizzazione dell'impresa e il mito dell'economia di mercato, Bologna, Il Mulino, 1993.

5 S.Rokkan, Cittadini, elezioni, partiti, Bologna, Il Mulino, 1982.

6 P.Costa, Lo Stato immaginario.Metafore e paradigmi nella cultura giuridica italiana tra Ottocento e Novecento, Milano, Giuffré, 1986.

7 M. Fioravanti, Costituzione, amministrazione e trasformazione dello Stato, in Stato e cultura giuridica in Italia dall'unità alla Repubblica, a cura di A. Schiavone, Roma-Bari, Laterza, 1990, pp. 26 sgg.

8 U. Allegretti, Profilo di storia costituzionale italiana.Individualismo e assolutismo nello stato liberale, Bologna, Il Mulino, 1989, p. 265.

9 G. Zagrebelsky, Il diritto mite. Legge diritti giustizia, Torino, Einaudi, 1992, pp. 57 sgg.

10 Dalla città alla nazione.Borghesie ottocentesche in Italia e in Germania, a cura di M.Meriggi e P. Schiera, Bologna, Il Mulino, 1993.

11 R. Ruffilli, Santi Romano e la crisi dello Stato agli inizi dell'età contemporanea (1977), in Id., Istituzioni Società Stato, vol. II, a cura di M.S. Piretti, Bologna, Il Mulino, 1989, pp. 163 sgg.; M.Fioravanti, Stato di diritto e Stato amministrativo nell'opera giuridica di Santi Romano, in I giuristi e la crisi dello Stato liberale in Italia fra Otto e Novecento, a cura di A. Mazzacane, Napoli, Liguori, 1986, pp.318 sgg.; C.S. Maier, «Vincoli fittizi... della ricchezza e del diritto»: teoria e pratica della rappresentanza degli interessi, in L'organizzazione degli interessi nell'Europa occidentale, a cura di S.Berger, Bologna, Il Mulino, 1983, pp.47 sgg.

12 C.Mortati, L'ordinamento del governo nel nuovo diritto pubblico italiano, Roma, 1931.

13 G. Leibholz, La rappresentazione nella democrazia (1929), a cura di S.Forti, Milano, Giuffré, 1989.

14 S.Neri Serneri, Classe, partito, nazione.Alle origini della democrazia italiana 1918-1948, Manduria, Lacaita, 1995, p.88.

15 C.Mortati, La costituzione in senso materiale, Milano, 1940; cfr. pure M. Fioravanti, Costituzione, amministrazione, cit., pp.47 sgg.

16 M.Fioravanti, Potere costituente e diritto pubblico. Il caso italiano, in particolare, in Potere costituente e riforme costituzionali, a cura di P. Pombeni, Bologna, Il Mulino, 1992, p. 73.

17 P.Pombeni, Demagogia e tirannide.Uno studio sulla forma partito del fascismo, Bologna, Il Mulino, 1984.

18 E.Gentile, La via italiana al totalitarismo.Il partito e lo Stato nel regime fascista, Roma, La Nuova Italia scientifica, 1995.

19 N.Chiaromonte, Che cosa rimane.Taccuini 1955-1971, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 182.

20 E. Gentile, La nazione del fascismo.Alle origini dello Stato nazionale in Italia, in Nazione e nazionalità in Italia, a cura di G. Spadolini, Roma-Bari, Laterza, 1994, p.119.

21 R.De Felice, Rosso e nero, a cura di P. Chessa, Milano, Baldini e Castoldi, 1995; E. Galli della Loggia, La morte della patria.La crisi dell'idea di nazione dopo la seconda guerra mondiale, in Nazione e nazionalità, cit., pp. 125 sgg.

22 Resoconto dell'ultima seduta del Gran Consiglio, in L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani, Milano, Mondadori, 1967, pp. 298 sgg.

23 M.Viroli, Per amore della patria.Patriottismo e nazionalismo nella storia, Roma-Bari, Laterza, 1995.

24 C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati-Boringhieri, 1991, pp. 42 sgg.

25 C. Rosselli, Realismo, in «Giustizia e libertà», 10 aprile 1936, in Id., Scritti dell'esilio, vol. II, a cura di C. Casucci, Torino, Einaudi, 1992, p.341.

26 B.Croce, Una parola dissueta: l'amore di Patria, in Id., Per la nuova vita dell'Italia.Scritti e discorsi 1943-44, Napoli, Ricciardi, 1944, pp.96 sg. Un attento esame di questo breve scritto dell'8 giugno 1943 fu svolto da A.Del Noce su «L'Europa» del 30 maggio 1971, ora in Id., Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione, Milano, Giuffré, 1993, pp. 327 sgg.

27 B.Croce, Quando l'Italia era tagliata in due. Estratto di un diario, in Id., Scritti e discorsi politici (1943-1947), Bari, Laterza, 1963, vol.I, p. 74.

28 G. Zagrebelsky, Il diritto mite, cit., pp. 9, 156.

29 A. Lijphart, Le democrazie contemporanee, Bologna, Il Mulino, 1988.

30 D. Zolo, Il principato democratico.Per una teoria realistica della democrazia, Milano, Feltrinelli, 1992, pp.211 sg.; cfr. pure R. Dahrendorf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp.45 sgg.

31 Ma. Salvati, Da Berlino a New York. Crisi della classe media e futuro della democrazia nelle scienze sociali degli anni trenta, Bologna, Cappelli, 1989.

32 H.Arendt, The Human Condition, Chicago Un. Press, Chicago, 1959, trad. it. Vita activa, Milano, Bompiani, 1964.

33 M.Cedronio, La democrazia in pericolo.Politica e storia nel pensiero di Hannah Arendt, Bologna, Il Mulino, 1994.

34 E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995.

35 G. Zagrebelsky, Il «Crucifige!» e la democrazia, Torino, Einaudi, 1995, p. 112.

36 Banca mondiale, World Development Report 1995; Workers in an Integrating World, New York, Oxford Univ. Press, 1995; cfr. pure Ufficio internazionale del lavoro (Bit), L'emploi dans le monde 1995, Ginevra, Bit, 1995; J.Decornoy, Lavoro, capitale... Chi vedrà l'età dell'oro?, in «le Monde diplomatique / il manifesto», settembre 1995, pp. 26 sg.

37 Sulla crisi del Welfare State cfr. R.Dahrendorf, Al di là della crisi, Roma-Bari, Laterza, 1984; M. Olson, Ascesa e declino delle nazioni.Crescita economica, stagflazione e rigidità sociale, Bologna, Il Mulino, 1984; R.Gilpin, Economia e politica delle relazioni internazionali, Bologna, Il Mulino, 1990; La società italiana degli anni Ottanta, a cura di U. Ascoli e R.Catanzaro, Roma-Bari, Laterza, 1988.



http://web.tiscali.it/studistorici/1995/n3/1995301a.htm

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