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SCHEDA RISORSA
Educazione linguistica Italiano
Educazione linguistica Italiano come lingua seconda
L’uso dell’italiano nell’ambito dell’Unione europea Jane Nystedt
Lingua:
Italiana
Destinatari:
Insegnanti, Formazione post diploma, Alunni scuola media superiore
Tipologia:
Ipermedia
Abstract:
L’uso dell’italiano nell’ambito dell’Unione
europea
di Jane Nystedt
Ringrazio la Regione della Toscana e l’Accademia della Crusca per avermi
rivolto questo invito a poter contribuire alle conoscenze di un particolare
settore della lingua italiana in un contesto europeo. Soprattutto qui, in
Toscana, la culla della lingua italiana, questa sfida mi è particolarmente cara.
Come sappiamo, lo sviluppo dell’Unione europea influisce e continua a
influire sullo sviluppo economico, giuridico, sociale e culturale, e anche in
modo significativo sullo sviluppo linguistico; e ciò che dico può, grosso modo,
valere per ognuna delle lingue ufficiali. A mio avviso, le varie lingue
dell’Unione europea sono state influenzate da questi vari sviluppi, nel senso
che la lingua, scritta o parlata, usata nell’ambito della sede dell’Unione, può
considerarsi una variante linguistica della rispettiva lingua nazionale.
Certamente abbiamo a che fare con dei linguaggi settoriali, speciali,
specialistici – come volete –, e alcuni studiosi hanno parlato appunto di un
euroletto o un eurocratese; perfino nel servizio di traduzione
a Bruxelles si parla di un “linguaggio settoriale addirittura particolare”.
Com’è risaputo, nel Trattato di Roma già venne sancita la parità di tutti i
sistemi di espressione dei cittadini dell’allora Comunità. Perciò gli atti
devono essere pubblicati in tutte le lingue ufficiali, con piena parità tra le
differenti versioni, e proprio la parola ‘versione’ è qua importante.
Non è però il caso di illudersi: anche se i testi nelle varie lingue vengono
considerate “versioni” e non “traduzioni”, traduzioni sono e non sempre eseguite
nelle migliori condizioni di lavoro. Molte volte gli autori dei documenti non
hanno come madrelingua la lingua in cui scrivono. Questo comporta che spesso i
testi originali soffrono di imperfezioni o addirittura errori linguistici che
certamente non diventano né più corretti, né più comprensibili nelle varie
traduzioni! La stragrande maggioranza dei documenti viene stesa prima in
francese o in inglese e da queste lingue tradotta nelle altre lingue ufficiali –
quasi sempre entro margini di tempo molto brevi. Inoltre, i traduttori, tranne
quelli di madrelingua francese, vivono per molti anni fuori dell’ambiente
linguistico naturale della propria lingua. Più di uno riconosce il fatto che,
dopo non molto tempo, si comincia a perdere la sensibilità per la lingua madre e
si diventa sempre più disposti ad accettare parole e costrutti segnati
dall’inglese o dal francese. Tutto questo malgrado la televisione in varie
lingue, i giornali, le visite in Patria, corsi di aggiornamento e tutte le buone
intenzioni possibili; si vive appunto fuori della società linguistica naturale,
quella dove si sviluppa la lingua nazionale quotidiana, “viva e parlata”, per
parafrasare Machiavelli.
Una delle molte caratteristiche dei testi italiani dell’Unione europea è
l’abbondanza di forestierismi, quali claim, insider trading,
cash-flow, marketing, software, lay-out,
tour operator e altri. Molti di questi termini sono completamente
integrati e vengono adoperati anche nell’italiano quotidiano. Però il fatto che
vengano utilizzati nei testi italiani dell’UE, e non i loro corrispettivi
italiani, indica appunto la traduzione dall’inglese: a causa della fretta, si fa
prima a prendere un sintagma in inglese che a pensare a un equivalente italiano.
In questo contesto, parlando dei forestierismi, bisogna chiedersi se questi
termini in inglese aiutano alla comprensione o, al contrario, la impediscono.
Possiamo riflettere sull’opinione varie volte espressa, che la lingua
legislativa – di cui indubbiamente qui si tratta, i documenti spesso di natura
vincolante – è consapevolmente ambigua per lasciare all’utente una possibile
interpretazione aperta; nell’ambito unitario si tratta di interpretare i testi
in modo che gli Stati membri possano arrivare appunto alle versioni armonizzate,
di cui si è parlato poc’anzi: tutti gli Stati devono poter essere d’accordo sul
contenuto dei documenti. Nei documenti dell’UE troviamo perciò numerose
incertezze e ambiguità che sono il risultato di posizioni divergenti, e i
legislatori si devono dare premura di produrre un testo sul quale tutti gli
Stati membri possano consentire.
***
Un problema fondamentale dell’italiano usato nell’ambito dell’Unione europea,
giuridico e democratico, riguarda la comprensibilità e l’attendibilità dei
testi. I testi servono da base per la legislazione nazionale e per
l’applicazione delle leggi. Il cittadino ha il diritto indiscutibile di
comprendere un regolamento che lo riguarda e di controllare che le disposizioni
di una direttiva siano applicate in modo corretto nella legislazione del proprio
Paese. Testi chiari sono inoltre una condizione per un vivace e reale dibattito
pubblico. Se a questo punto qualcuno sostiene che i testi della Comunità siano
intesi per Stati, governi, istituzioni e simili, voglio ribadire, citando dalla
Guida per il servizio di traduzione:
Il diritto comunitario è dunque fonte di norme che si rivolgono
sia agli Stati membri (governi, enti locali, organi dell’amministrazione) che ai
privati (persone fisiche, persone giuridiche, associazioni, imprese); affinché
esso possa raggiungere i suoi scopi in tutto il territorio della Comunità è
necessario che le sue norme esplichino uniformemente la pienezza dei loro
effetti senza che i destinatari sopra citati possano opporgli limiti, riserve o
condizioni. […] in ogni situazione disciplinata dal diritto comunitario, le
norme […] fanno sorgere a favore dei singoli (persone fisiche e giuridiche)
diritti soggettivi (corrispondentemente, obblighi a carico di altri
soggetti);
È evidente, quindi, che, in teoria, abbiamo tutto il diritto di esigere che i
testi comunitari siano non solo per gli specialisti ma che siano comprensibili
per un pubblico molto più ampio. In pratica, però, non è così; i testi non sono
chiari, troppi cittadini europei non ne capiscono il senso, e per questo vige
una certa insoddisfazione, o scontentezza, che contagia il parere generale
sull’Unione europea, e le istituzioni comunitarie restano praticamente
sconosciute e sono oggetto di una persistente diffidenza.
Nei vari Stati membri i governi sono sensibili a queste critiche e si cerca
di rimediare. Uno degli obiettivi più chiaramente stabiliti nel trattato di
Maastricht è p. es. che l’Europa unita non debba essere uno Stato centralizzato
con strutture rigide ma che le diversità culturali, nazionali e regionali siano
mantenute. E si parla di molti, di tanti, diritti dei cittadini europei, ma non
del diritto alla tutela della propria lingua. Si parla di un’Europa
comprensibile, ma non in termini linguistici. Forse, avendo una volta stabilito
il diritto di ognuno di parlare e di rivolgersi alle varie istituzioni nella
propria lingua, si dà per scontato che la situazione linguistica sia sistemata.
Ma in ciò i governi degli Stati membri sbagliano; la lingua ha bisogno di essere
tutelata e curata. Inoltre, bisogna far sì che una lingua non perda ‘campi di
applicazione’. Come è risaputo, già in parecchi settori scientifici i testi
vengono pubblicati quasi esclusivamente in inglese. Sarebbe una catastrofe se i
testi elaborati nell’ambito unitario non fossero tradotti in ognuna delle lingue
ufficiali – e per di più: in una buona lingua.
Questo per ora purtroppo non accade. Anche se è lecito, secondo le regole
della Guida per il servizio di traduzione, di “introdurre eventuali
miglioramenti”, i traduttori per lo più non ne hanno il tempo. E così si
tramandano strutture che sono molte volte tutto fuorché esemplari. Un grave
svantaggio per i traduttori, ma possiamo certamente dire anche per gli autori
dei testi, è che non hanno nessun contatto con la popolazione; non esiste nessun
feedback – per utilizzare anche qui un internazionalismo – di come
vengono recepiti i testi. Si capiscono? Quali ne sono i difetti? E quali gli
eventuali pregi?
Di questi problemi, però, non si parla volentieri ad alta voce, né nella
Gazzetta ufficiale – organo ufficiale dell’Unione, pubblicato ogni
giorno in ognuna delle lingue ufficiali – né in altra sede dell’Unione. Ma in
qualche modo la lingua dei testi poco a poco viene accettata, viene trasmessa
nella legislazione dei vari Paesi membri per eventualmente passare nella lingua
ufficiale del rispettivo Stato.
L’Europa multilingue è un fatto e l’Unione europea multilingue è
l’espressione di una volontà fondata sui principi della democrazia.
Così inizia il testo di un opuscolo d’informazione sul multilinguismo e sulla
traduzione nell’Unione europea, pubblicato dall’Ufficio delle pubblicazioni
ufficiali delle Comunità europee. Inoltre, secondo l’opuscolo:
Ciascuno deve poter parlare la propria lingua, l’uguaglianza tra
i cittadini implica la parità dei loro sistemi di espressione,
due principi decisi già nel Trattato di Roma, nel 1957 e raffermati a
parecchie riprese in molto materiale d’informazione, prima sulle Comunità
europee, poi sull’Unione europea; quindi, belle parole sui “principi della
democrazia”. Ma quello che effettivamente si dice nel Trattato di Roma, articolo
21, è:
Ogni cittadino dell’Unione può scrivere alle istituzioni o agli
organi di cui al presente articolo o all’articolo 7 in una delle lingue
menzionate all’articolo 314 e ricevere una risposta nella stessa lingua.
Essendo benevoli, si può anche interpretare in modo favorevole l’articolo
149, comma 1, come positivo anche per quanto riguarda le lingue:
La Comunità contribuisce allo sviluppo di un’istruzione di
qualità, incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario,
sostenendo ed integrando la loro azione nel pieno rispetto della responsabilità
degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e
l’organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità
culturali e linguistiche (corsivo mio).
Proseguendo nella lettura, ci si rende invece conto che l’intenzione è
piuttosto di sviluppare la dimensione europea dell’istruzione, segnatamente con
l’apprendimento e la diffusione delle lingue degli Stati membri, cioè
‘apprendimento’ e ‘diffusione’, non tutela della propria lingua di ogni
Stato membro.
Anche nei trattati successivi, quello di Maastricht sull’Unione europea del
1992 e quello di Amsterdam del 1997, non si fa che ripetere quest’articolo;
altro non si dice di questioni ‘linguistiche’ tranne ciò che riguarda le
traduzioni dei documenti e la validità di questi nelle varie lingue. Ecco tutto
ciò che si propone sulla problematica delle competenze linguistiche, in
tutti i trattati di un’Europa che tra l’altro si dice tutore dei valori
culturali, etnici ecc.
A mio parere, è senz’altro lecito chiedersi quale sarà il destino delle
lingue ufficiali dell’Unione europea. Sarà possibile per ognuna di queste lingue
mantenere il proprio status? Quale ne sarà l’evoluzione? Soffriranno forse del
tanto lodato plurilinguismo? O soffriranno eventualmente di più per i tentativi
più o meno ufficiali di ridurre il numero delle lingue a, come proposto, tre
come lingue di lavoro in alcune delle istituzioni? E l’Unione, come farà a
maneggiare ancora le varie lingue degli Stati che sono sulla lista d’attesa per
poterci entrare?
La popolazione europea non accetta incondizionatamente l’Unione né la poca
trasparenza dei documenti. In una Comunità più aperta sarebbe auspicabile un
linguaggio semplice e chiaro perché i documenti ufficiali risultino più
comprensibili per i cittadini. Così “i documenti europei potrebbero favorire
l’armonia e la coesione in Europa”, come si dice in un documento, e il
messaggio dei testi risulterebbe chiaro a tutti i cittadini. Il documento
riconosce anche la difficoltà dei funzionari e dei traduttori di liberarsi delle
vecchie abitudini di linguaggio gergale e giuridico e dell’uso di terminologie
standard, come quella di liberarsi delle tendenze a conformarsi a testi
precedenti. In una risoluzione del Consiglio del 1993 sulla qualità
redazionale della legislazione comunitaria, con l’obiettivo generale di rendere
la legislazione comunitaria più accessibile, si conclude così:
adesso occorre passare ai fatti. I cittadini d’Europa vogliono
che i documenti europei siano scritti in modo semplice e chiaro. Cerchiamo di
accontentarli.
Parole forse convincenti ma bisogna osservare che molti dei documenti non
hanno la minima forza vincolante bensì, secondo la Guida per il servizio di
traduzione già citata, hanno la funzione di indirizzo politico generale
dell’Unione. Nella risoluzione si sottolinea addirittura che si tratta di linee
direttrici che:
non sono né vincolanti né esaurienti e mirano unicamente a
rendere la legislazione comunitaria quanto più possibile chiara, semplice,
concisa e comprensibile.
Non è che i risultati concreti di queste raccomandazioni siano molto evidenti
nei documenti più recenti, il che è anche strano, visto che in quasi tutti gli
Stati membri si sta lavorando per semplificare il linguaggio legislativo e
amministrativo. Ovviamente è difficile modificare le tradizioni e le usanze,
soprattutto nella traduzione tradizionale che mira a ricreare nella lingua
d’arrivo proprio la forma del testo di partenza.
Bisogna concordare su un principio di qualità delle lingue e delle traduzioni
nell’ambito dell’Unione. Le caratteristiche, i difetti – se così vogliamo dire –
riguardano tutte le lingue dell’Unione, “grandi” e “piccoli”. Per la non
perfetta conoscenza degli autori della relativa lingua, le lingue si
appiattiscono, perdono sfumature, integrano costrutti da altre lingue. È
necessario considerare la situazione delle rispettive lingue e, attivamente,
cercare come meglio sorreggerne il mantenimento. Le lingue sono tutte importanti
nella stessa misura, sia perché patrimonio culturale indispensabile, sia perché
condizione sine qua non per la democrazia.
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Ancora brevemente su un argomento scottante dei nostri giorni: L’Unione
europea è maschilista? Intenzionalmente, no di sicuro. Già negli albori di ciò
che è ora l’Unione europea, il Trattato di Roma, l’articolo 3.2 stabilisce che
L’azione della Comunità a norma del presente articolo mira ad
eliminare le inuguaglianze nonché a promuovere la parità, tra uomini e
donne.
L’articolo 6 del Trattato di Amsterdam del 1998 dice che il Consiglio dei
Ministri
può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le
discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o
le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali
e l’articolo 119 assicura il principio della parità di retribuzione, senza
discriminazione fondata sul sesso, come il
principio delle pari opportunità e della parità di trattamento
tra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, ivi compreso il
principio della parità delle retribuzioni per uno stesso lavoro o per un lavoro
di pari valore.
L’articolo continua, parlando della
effettiva e completa parità tra uomini e donne nella vita
lavorativa.
In linea di massima, quindi, non sembrano esserci problemi di mancata premura
per la parità tra uomo e donna nella nostra unione europea. Ma vediamo come si
esprimono le istituzioni in merito.
La mia indagine su questo aspetto della lingua si basa su documenti della
Gazzetta ufficiale, sui vari trattati, (quello di Roma del 1957 sulla
Comunità europea, quello di Maastricht del 1992 sull’Unione europea e quello di
Amsterdam del 1998, sempre nella rispettiva versione italiana) e su una parte
della estensiva documentazione informativa, pubblicata dalla Commissione delle
Comunità europee, e diffusa allo scopo di informare il pubblico europeo su varie
questioni di primario interesse per l’Unione e i suoi abitanti.
Abbiamo a che fare con dei documenti che riguardano le norme per una
popolazione di cui oltre il 50% è costituito da donne e il quesito che si pone a
questo punto è se le dette proporzioni per quel che riguarda la popolazione
trovino riscontro nei documenti in generale e nei documenti che trattano le pari
opportunità in particolare. Vorrei proporre una riflessione su alcuni dei tanti
esempi tratti dal nostro materiale, per descrivere l’Unione e il suo uso del
sistema linguistico italiano per parlare alla e della propria
popolazione, donne e uomini. Titoli quali avvocato, direttore,
dirigente, docente, giudice, medico,
ministro, presidente, procuratore, revisore
sono sempre, ma sempre al maschile; di donne si parla come “categoria
svantaggiata” o in sintagmi come “donne, migranti e handicappati”. Abbiamo visto
come le intenzioni erano – e sicuramente sono – di trattare in uguale modo gli
uomini e le donne e di offrire ad ambedue i sessi pari opportunità, in ogni
settore della vita. Ma le pari opportunità non possono riguardare le donne che
abbiano aspirazioni di carriera, dato che ogni titolo prestigioso è marcatamente
al maschile. Per le donne d’Europa dovrebbe essere poco gratificante vedersi
continuamente menzionate come “categoria svantaggiata”. Ministri,
deputati, presidenti e commissari sono maschi, anzi,
sono uomini politici o personaggi di rilievo della vita
politica!
Ci sono tuttavia segnali positivi, le premesse sono buone e qualche
miglioramento c’è negli ultimi tempi, nei vari depliant adesso in distribuzione,
anche quando si parla di come rafforzare l’immagine positiva delle donne e come
incoraggiarle ad assumere posizioni chiave, sia nella vita economica che in
quella politica. Importante tutto questo per far la donna sentirsi motivata e
osare presentare domanda per quei tipi di posti nella società. L’Unione, per
essere davvero democratica, deve riflettere sull’uso della lingua nella
legislazione e nel materiale d’informazione, per non – tramite forme sicuramente
non pensate come sessiste – occultare il circa 51% della propria popolazione
costituito da donne.
L’Unione europea non è certamente maschilista, lo sono invece alcune lingue,
tra le quali l’italiano, o piuttosto l’uso non consapevole dell’italiano. Le
strutture lessicali e il sistema morfologico dell’italiano, come anche di altre
lingue, offrono per questo molte possibilità, morfologiche e lessicali. Sarà
senz’altro possibile cercare queste strutture e adoperare in pieno il sistema
per rendere l’italiano dell’Unione europea una lingua che esprime e promuove una
parità effettiva tra donne e uomini. Qualcuno ha detto che la lingua cambia la
società quanto la società cambia la lingua; se l’Unione, da precorritrice,
curerà il suo uso linguistico nella comunicazione con la popolazione europea,
nelle lingue che lo richiedano, avremo una Unione davvero democratica che
offrirà in realtà pari opportunità alle donne e agli uomini.
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Nei seguenti lavori, tutti facilmente rintracciabili e di natura abbastanza
divulgativa, ho scritto ulteriormente sugli argomenti trattati sopra:
1999 “L’Italiano che si scrive a Bruxelles”. Italiano e oltre, 4,
198-206.
2000 “Le lingue dell’Unione europea: ‘isole linguistiche’ con quale
destino?”. Isole linguistiche? Per un’analisi dei sistemi in contatto.
Sappada (Belluno) 1-4 luglio 1999. Ed. G. Marcato. Padova: Unipress, 223-31.
2002 “Un’Europa per le donne – Le donne per l’Europa: Problemi linguistici
di credibilità”. XV Congresso dei romanisti scandinavi, Olso, 12-17 agosto 2002.
Romansk Forum, Nr. 16-2002/2 (http://www.digbib.uio.no/roman/page21.html)
2003 “L’italiano dell’Unione europea”. “In quella parte della
memoria…”. Verità e finzioni dell’”io” autobiografico. XXXVI Corso di
aggiornamento e perfezionamento per italianisti, Fondazione Giorgio Cini, Isola
di San Giorgio Maggiore, Venezia, 9-26 luglio 2002. Ed. Francesco Bruni.
http://www.accademiadellacrusca.it/articoli/articoli_singolo.php?id=6936&ctg_id=37
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