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Arte
Intercultura
Storia
EMIGRAZIONE AL CINEMA - Emigrazione e Cinema americano

Lingua: Italiana
Destinatari: Insegnanti
Tipologia: Programmazione, Progetto, Curriculum

Abstract:

EMIGRAZIONE AL CINEMA
Emigrazione e Cinema americano
Testo di Andrea Marinari - Laureando in Storia e Critica del Cinema
Tesi sul cinema di Theodoros Angelopulos presso la cattedra del Prof. Orio Caldiron

La cinematografia che ha presentato maggiormente e con crescente interesse la figura dell'italiano all'estero è senz'altro quella americana.

Nell'era del muto i soggettisti di Hollywood impiegarono gli italoamericani come quintessenza dell'immigrato europeo, talvolta come vittime di infelici condizioni economiche, e di tanto in tanto vittoriosi nella totale americanizzazione e nel raggiungimento del Sogno americano.

The Italian (1914), scritto da C. Gardner Sullivan e diretto da Thomas H. Ince, è uno dei primi film muti americani dove viene affrontato più seriamente e in profondità l'esperienza degli immigrati: quartieri ghetto, povertà, salari miseri e pregiudizi sociali che impedivano il progresso quando addirittura non minacciavano la stessa sopravvivenza degli italiani e degli altri immigrati. In questo film, annoverato tra i primi classici minori, una coppia di immigrati italiani lotta per costruirsi una nuova vita nel Lower East Side di New York. Su di essi si abbatte la tragedia: il loro bambino si ammala durante un'ondata di caldo e la povertà non consente alla coppia di procurargli il cibo sano necessario per superare la crisi; il piccolo muore.
Nella commedia My Cousin (1918) diretto da Eduard Jose, il grande tenore Enrico Caruso interpreta il duplice ruolo di due ambiziosi cugini emigrati dall'Italia, uno tenore lirico e l'altro scultore all'inseguimento del successo (che infine otterrà).

Successivamente agli italiani viene dato il ruolo di malavitosi, trasformandoli in gangster, che
per i soggettisti di Hollywood avevano il compito di incarnare i fallimenti sociali dell'America, compresa la crisi del sempre più sfuggente Sogno americano. Le trame che venivano maggiormente trattate infatti riguardavano italoamericani, che abbandonata la strada delle legalità, cercavano un facile successo economico e sociale attraverso la criminalità ed il sopruso.
Il gangsterismo cinematografico era capeggiato da due figure iconografiche: il personaggio di Caesar Enrico Bandello, interpretato da Edward G. Robinson in Piccolo Cesare (Little Caesar, 1930 ) di Mervyn LeRoy, e quello di Antonio Camonte, interpretato da Paul Muni in Scarface (id., 1932 ) di Howard Hawks. Entrambi i film raccontano l'ascesa e la caduta dei due personaggi, inarrestabili nella loro determinazione ad arrivare in cima, ma destinati al fallimento.
Hawks specificò: "E' la vera storia di Al Capone. Non vogliamo fare un film di gangster ma descrivere la famiglia Capone come se si trattasse dei Borgia di Chicago".
Ad assumere una certa importanza è anche la figura del pugile, che incarna il bisogno di riscatto di persone che non vogliono seguire la via del crimine ma vogliono comunque riscattarsi dalla loro misera situazione.
Parallelamente a questo tipo di figure si sviluppa tutta una serie di personaggi rappresentanti le caratteristiche amatorie italiane e la capacità tutta italiana di porre l'amore al centro della sua vita e delle aspirazioni personali. Valentino, con il suo mito fatto di belle donne e fascino, con la sua figura regale e passionale allo stesso tempo, rappresenta il personaggio più significativo della categoria dei latin lover.
Sul fronte registico, iniziano in questi l'attività dei due più importanti registi italoamericani di tutti i tempi, che tuttavia nascondono le proprie origini e non ne fanno mai motivo di riferimenti interni ai propri film. Frank Capra e Vincente Minnelli nascondono ciò che di italiano conservano e fanno in modo che la loro origine etnica non risalti eccessivamente. Per il primo gli Stati Uniti sono visti spesso come una grande comunità familiare che offre grandi opportunità e grandi aiuti. Il secondo, il cui nome è legato ai grandi musical, rappresenta un'America ben diversa da quella che poteva aver vissuto come appartenente del proprio gruppo etnico. Ma la rappresentazione che ne fa, sempre colorata e rumorosa, tradisce una visione dell'America propria di chi ne ha idealizzato le speranze ed i sogni.

Negli anni del secondo dopoguerra esce uno dei film meglio riusciti sull'immigrazione italiana in America: Cristo fra i muratori (Give us this day, 1949) di Edward Dmytryk, tratto da Christ in Concrete, romanzo autobiografico di Pietro di Donato, racconta la misera vita di Geremia (Sam Wanamaker), un muratore italiano nella New York degli anni Venti.
In generale si assiste ad una rivalutazione degli emigranti e degli italoamericani.
Frank Sinatra vince nel 1953 l'Oscar come miglior attore per la sua interpretazione di Angelo Maggio, giovane soldato scelto che pagherà con la vita un gesto di sfida, nel film Da qui all'eternità (From here to eternity) di Fred Zinnermann.
Ernest Borgnine fu premiato nel film Marty, vita di un timido (Marty, 1955) di Delbert Mann, per la sua interpretazione di Marty Piletti, affabile ma solitario macellaio di New York, che sposerà una ragazza, cattolica ma non italoamericana, conosciuta ad un ballo, malgrado le critiche degli amici e della madre.
Uno sguardo dal ponte (A view from the bridge, 1962) di Sidney Lumet, tratto da un dramma di Arthur Miller, è la storia di un portuale newyorchese interpretato da Raf Vallone morbosamente geloso della nipote, che finisce col denunciare il suo fidanzato (Jean Sorel) immigrato clandestino.
Insieme a questi film cominciano le raffigurazioni tridimensionali di donne italoamericane: ne La rosa tatuata (The Rose Tattoo, 1955) di Daniell Mann, dall'opera omonima di Tennesse Williams, Anna Magnani vinse l'Oscar come migliore attrice nei panni di Serafina de la Rosa, una immigrata siciliana tormentata dal ricordo del marito morto e che troverà una discreta serenità accanto a un esuberante camionista italoamericano di nome Alvaro.
La figura del malavitoso, però, era ancora la più comune e i gangster continuavano ad occupare un ruolo chiave nelle rappresentazioni degli italoamericani che Hollywood ha prodotto in questo periodo.
A queste figure cominciano ad aggiungersi con costanza quelle delle organizzazioni internazionali dedite al crimine nelle sue varie forme. È il primo passo verso la nascita della mafia come fenomeno sociale cinematografico.
Ne La mano nera (Black Hand, 1950) di Richard Thorpe un italiano nella New York del primo Novecento, vuole vendicare il padre, ucciso per ordine della setta della Mano Nera.
Qualsiasi fossero gli obbiettivi, comunque, gli Italiani d'America spesso ricorrevano alla violenza:
Lassù qualcuno mi ama (Somebody up there likes me, 1956) di Robert Wise, è la biografia romanzata di Rocco Barella, che diventa campione mondiale dei pesi medi con il nome di Rocky Graziano, dopo un burrascoso passato di teppista.

Alla fine degli anni '60 e, soprattutto durante gli anni '70, gli italoamericani hanno conquistato un'importanza chiave nel nuovo cinema americano, contribuendo ad una progressiva rivoluzione nel mondo cinematografico. Registi come Scorsese, Coppola, Cimino, De Palma ed attori come De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Chaz Palmentieri, John Travolta, Nicolas Cage, Joe Mantegna ed altri fino a Leonardo Di Caprio, hanno mostrato il mondo sotto un'ottica completamente diversa rispetto ai primi film sugli immigrati.

La saga de Il Padrino (The Godfather), composta da tre parti rispettivamente del 1972, del 1974 e del 1990, tutte dirette da Francis Ford Coppola, è uno dei ritratti più accurati ed efficaci della vita degli italoamericani che siano mai stati fatti. Il regista impiegò la criminalità organizzata italioamericana come metafora della corsa americana alla ricchezza e al potere, intendendo la mafia come simbolo dei successi e degli eccessi del grande business americano. Nelle tre parti viene rappresentata la storia della famiglia mafiosa dei Corleone attraverso i suoi esponenti e concentrandosi in particolare su quella di Mike Corleone, interpretato da Al Pacino.

Martin Scorsese rimane quello che ha centrato meglio degli altri la tematica etnica, approfondendo il discorso e tracciando delle vere e proprie analisi sociologiche già dai primi film, girati in età giovanile.
In Mean Streets- Domenica in chiesa, lunedì in corridoio (Mean Streets, 1972 ) Charlie, un ragazzo di Little Italy, interpretato da Harvey Keitel, si sente in conflitto con l'ambiente meschino in cui vive.
Toro scatenato (Raging Bull, 1978 ) racconta l'ascesa, il trionfo e il declino di Jake La Motta (De Niro ), il pugile che alla fine degli anni Quaranta divenne campione de mondo dei pesi medi.
Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990 ) rappresenta trent'anni di omicidi, contrabbando, spaccio di droga, rapine, carcere raccontati da Henry Hill (Ray Lotta), gangster pentito e implacabile accusatore degli ex "amici" (tra cui De Niro e Pesci ).

Negli anni Settanta Sidney Lumet dirige Serpico (id., 1973), la storia dell'omonimo poliziotto italoamericano interpretato da Al Pacino, che lotta da solo contro le corruzioni della polizia, non più rappresentata come incorruttibile baluardo dell'America.
Quattro anni dopo esce La febbre del sabato sera (Saturday night fever, 1977 ) di John Badam, una pellicola che ha dato grande fama al suo interprete principale, John Travolta. Il film racconta la storia di Tony Manero, che vive solo per esibirsi in discoteca, ma diventa anche il desolante affresco di una gioventù, non solo italoamericana, che vive la frenesia della discoteca come l'unico modo per riscattarsi dallo squallore della quotidianità.

Negli anni Ottanta esce anche una commedia di grande successo: Stregata dalla luna (Moonstruck, 1987) di Norman Jewison dove Cher interpreta il personaggio di Loretta Castorini, promessa sposa di Johnni Cammareri (Danny Aiello), ma che si innamora del futuro cognato Ronny (Nicolas Cage).
Accanto a questi filoni si è sviluppato un genere cinematografico in cui le tensioni interetniche si impongono sull'amicizia e sull'amore.
China girl (id., 1987) di Abel Ferrara, è una versione di Romeo e Giulietta tra Little Italy e Chinatown: lui è un pizzaiolo, lei è sorella di un mafioso rampante.
Abel Ferrara è anche il regista di un film più recente, Fratelli (The fueral, 1996), ambientato negli anni della Depressione, dove viene rappresentata la veglia funebre di un componente della famiglia italiana Tempio, Johnny, ucciso all'uscita di un cinema, mentre si medita la vendetta per il presunto colpevole.
In L'onore dei Prizzi (Prizzi's Honor, 1985) di John Huston, il killer mafioso Charlie Partanna si innamora di una collega polacca e la sposa malgrado l'opposizione della famiglia. La situazione precipita fino a provocare un mortale conflitto tra i due gruppi etnici.
Il regista afroamericano Spike Lee ha ripetutamente attinto alle crescenti tensioni urbane tra italoamericani e afroamericani.

In Fa la cosa giusta (Do the right thing, 1989), ambientato nel ghetto di Bedford Stuyvesant, a Brooklyn, esplode violentissimo lo scontro tra gli abitanti neri del quartiere e gli italiani proprietari della pizzeria.
Jungle Fever (id., 1991) racconta la storia di un architetto nero (Wesley Snipes), che lascia la moglie per una donna italoamericana (Annabella Scorra).

John Turturro, solitamente attore, assume il ruolo di regista per Mac (id., 1992), la storia di Niccolò Vitelli, figlio di un carpentiere italoamericano, che mette in piedi un'impresa edile con i fratelli.

Nel 1996 altri due attori-registi, Stanley Tucci e Campbell Scott, hanno firmato il film Bigh Night (id.), la storia del ristorante dei fratelli Primo e Secondo Piaggi, ambientata durante gli anni cinquanta nel New Jersey.

http://www.emigranti.rai.it/red_cine.htm



http://www.emigranti.rai.it/

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