Kim Sooja - Taglia e cuci sul mondo
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da Il Manifesto del 16 giugno 2004


Taglia e cuci sul mondo
Un'intervista con l'artista coreana Kim Sooja, in Italia per presentare le sue opere e le sue performance al Padiglione d'arte contemporanea di Milano. Un lavoro di cucito con le stoffe tradizionali del suo paese teso a svelare il caleidoscopio delle identità in realtà sempre più connesse tra loro




di ELENA DEL DRAGO


Kim Sooja, artista coreana residente da diversi anni a New York, dalla metà degli anni Ottanta lavora con alcuni elementi della sua cultura d'origine - oggetti, pratiche e pensiero religioso - che trasforma in metafora di una condizione umana universale. I suoi video, le sue installazioni e le sue performance, traggono dunque linfa da un'esperienza personale, per raccontare i cambiamenti e le particolarità che caratterizzano il nostro momento storico da una prospettiva prettamente femminile. L'attività del cucito e lo strumento dell'ago, stoffe quotidiane e drappi preziosi, si alternano in una grammatica che vuole suggerire le costanti del vivere umano in una situazione di apparente, perenne, cambiamento. La mostra Conditions of Humanity, (dal 24 giungo al 19 settembre) che arriva al Pac di Milano (Padiglione d'arte compemporanea, Via Palestro 14) dopo un passaggio al «Musée d'art contemporaine» di Lione, presenta molti lavori video, una grande installazione intitolata A Laundry Woman, e quello che rimane forse il suo lavoro più noto, A Needle Woman.


                  Sooja Kim


Vorrei chiederle innanzitutto quali sono le «condizioni umane» di cui intende raccontare?


Lavoro cercando di concentrarmi contemporaneamente sull'arte e la vita, di combinare questi due elementi per arrivare a comprendere la condizione che stiamo vivendo. In modo differente, tanto nei video, quanto nelle performance, voglio affrontare questa urgenza del nostro tempo, in cui è difficile districare l'aspetto personale da quello pubblico: è una questione umanitaria, culturale e insieme individuale quella che ci troviamo ad affrontare.


Faccio un esempio: il mio video intitolatato Bottari è dedicato ai rifugiati del Kosovo, anche se la narrazione trova la sua origine nella mia cultura coreana. I bottari, infatti, sono dei copriletto che in Corea vengono regalati agli sposi novelli come messaggio augurale di fortuna, felicità, molti figli maschi e una lunga vita, ma che, all'occorrenza, diventano fagotti per trasportare l'essenziale durante il viaggio. Ecco allora che un oggetto intimo sul quale soffriamo, amiamo e moriamo diventa uno strumento per lo spostamento: è una metafora forte della stasi e del movimento cui siamo in qualche modo costretti.


Nella serie di video «A needle woman», forse il suo lavoro più conosciuto, lei resta immobile, di spalle, mentre attorno scorre la normale vita metropolitana. Vorrei che ci parlasse di questa immagine dell'ago così centrale nella sua pratica artistica.


In quel caso la mia immobilità simula la punta dell'ago che penetra nel tessuto, infatti proprio grazie al filo è possibile unire due diversi lembi di tessuto. L'ago è un prolungamento del corpo, il filo un prolungamento della mente.


Da una parte dunque la presenza fisica delle stoffe, dall'altra quella metaforica dell'ago...


Certamente, nelle performance ho usato il mio corpo come barometro per legare il pubblico al resto del mondo, ma l'idea è sempre la stessa. Possiamo dire che sono due tentativi, uno materiale, l'altro immateriale di avvolgere, connettere l'umanità.


Vorrei che ci parlasse del cucito, così presente nel suo lavoro: cosa significa per lei?


Ho cominciato a lavorare con il cucito ispirata dalla mia esperienza personale: nel 1983, insieme a mia madre, ho infilato un ago in una seta coreana meravigliosa e ho sentito in quel momento una vera connessione con il resto del mondo, con l'universo. È stata un'esperienza davvero sorprendente, perché mentre cercavo il metodo per esprimere me stessa l'ho trovato nella più antica e tradizionale delle pratiche: la forma circolare del cucito e la struttura orizzontale o verticale dei tessuti mi hanno permesso di trovare la mia dimensione lavorativa, culturale e dunque economica. D'altra parte utilizzando il cucito in una dimensione altra mi interessava rivelare la condizione delle donne e il valore del loro lavoro domestico non apprezzato creando intorno a esso un contesto artistico.


Altro aspetto centrale nel suo lavoro, così come nella sua mostra a Milano, è l'idea del viaggio volontario o involontario, del continuo e necessario spostarsi, che caratterizza questo momento storico.


Anche questa idea deriva dalla mia infanzia: la mia famiglia si spostava tutto il tempo, da una città all'altra, ogni due anni, perché mio padre era militare: il viaggio era una condizione permanente. Anche più tardi, come artista, sono stata costretta a spostarmi con grande frequenza e, d'altra parte, in questa era globale nessuno sembra potersi formarsi in un luogo troppo a lungo.


                


In realtà la sua base è a New York da molti anni, crede che l'osservazione del mondo dalla prospettiva americana abbia influenzato il suo lavoro?


Dopo l'11 settembre e soprattutto dopo la reazione americana, il mio lavoro ha indubbiamente cambiato prospettiva: prima era immerso in una dimensione prettamente culturale, mentre poi è diventato più politico e realistico. Il mio punto di vista è espresso chiaramente nel mio recente lavoro Mandala Zone of Zero in cui un canto tibetano, uno gregoriano e uno islamico sono mixati da un juke-box.


D'altra parte credo che la politica estera americana così aggressiva abbia almeno aiutato a rivelare le terribili condizioni delle donne nel terzo mondo: l'urgenza della guerra ha portato in tutte le case immagini di situazioni terribili che adesso tutti conosciamo e non possiamo più ignorare.


Le stesse condizioni che volevo evidenziare riguardo le donne coreane sono state sottolineate dalla guerra in maniera repentina, per tutto il resto del mondo.


Dalle diverse declinazioni del suo lavoro emerge un'altra idea con prepotenza, quella della transitorietà della vita...


L'idea della transitorietà dell'esistenza è fondamentale nel mio percorso lavorativo. È una consapevolezza che mi fa sentire vicina agli altri esseri umani e che ha informato fin dall'inizio i miei lavori, fin da quando ho incominciato a ritagliare e a cucire insieme lembi di tessuti, frammenti dei vestiti della nonna morta. Per questo credo di voler narrare, suggerire senza spiegare nulla, storie nascoste, storie di tempo e di ricordi contenute anche nella struttura delle stoffe.


http://www.url.it/oltreluna/edicola/kim%20sooja.htm



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