Nizar Qabbani tra Damasco e l’Andalusia
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Nizar Qabbani tra Damasco e l’Andalusia 
di Salma al-Haffar al-Kuzbari




Queste pagine di ricordi rievocano i giorni vissuti insieme dal poeta siriano Nizar Qabbani, allora consigliere presso l’ambasciata siriana di Madrid, e l'autrice dell'articolo.


Nizar Qabbani nacque a Damasco il 12 marzo 1923 in una casa araba tradizionale del quartiere Mi'dhanat al-Shahm vicino al quartiere Shaghur. Io nacqui un anno e qualche mese prima di lui.


Nelle sue poesie Nizar ha cantato la casa familiare e Damasco che portava nel cuore anche durante la lontananza dovuta al lavoro nel corpo diplomatico. Da giovane, lessi le sue collezioni poetiche che mi piacquero ancora prima di conoscerlo personalmente a Madrid nel 1962-3 quando mio marito, Nadir Kazbari, era ambasciatore siriano. Il padre di Nizar era membro del Raggruppamento nazionale di cui mio padre Lutfi Haffar fu uno dei fondatori e come quello resistente contro il protettorato francese. Entrambi furono incarcerati per queste attività quando noi eravano bambini e Nizar scrisse nei ricordi dell’infanzia:


“Nella nostra casa di Damasco nel quartiere di Mi'dhanat al-Shahm si convocavano riunioni politiche a porte chiuse e si progettavano scioperi, manifestazioni e atti di resistenza. Dentro le porte comunicavamo con sussurri che facevamo fatica a capire. La mia immaginazione da piccolo non era in grado di cogliere le cose con chiarezza ma quando vidi i militari senegalesi entrare in casa nostra alle prime ore dell’alba con fucili e baionette per portare via mio padre in un’auto blindata verso un campo di concentramento nel deserto, seppi che mio padre esercitava un altro lavoro oltre alla fabbricazione di dolci. Era fabbricante di libertà.”


Il suo racconto mi riportò all’infanzia, al giorno che mi svegliai di soprassalto per un rumore in casa nostra. Era il 13 giugno 1925. Vidi i militari senegalesi entrare e portare mio padre in un cellulare al confino verso il villaggio di Hajja nel deserto al nord della Siria dove passò con i colleghi Faris Huri e Husni al-Barazi i torridi mesi estivi prima del trasferimento al confino ad Amyun nella regione di Kura del Libano settentrionale. La differenza era che i francesi permettevano alle famiglie di ricongiungersi, cosicché mia madre mi accompagnò e passai circa due anni al confino in Libano finché non furono liberati e con loro gli esiliati del febbraio 1928.


Nizar sognava di diventare un pezzo della storia damascena ed espresse questo desiderio in una poesia intitolata "La Damasco di Nizar Qabbani". Fu pubblicata dall’editore Dar al-Ahali di Damasco nel 1995 accompagnata da un’immagine della casa di famiglia scattata dal fratello fotografo Sabah Qabbani con la dicitura:


“Ed ecco che ora,
con la pubblicazione del libro La Damasco di Nizar Qabbani,
sento che un mio sogno antico si è realizzato.
Era di diventare un giorno pezzo della storia di Damasco,
una tessera del mosaico sulla facciata della Moschea Ommayade,
un anello tempestato di turchese nel suq degli orafi,
un salice che lava le sue trecce nelle acque dell’Ain al-Fija.”


Nizar cita l’Ain al-Fija le cui acque provenivano dal villaggio di Fija a 20 chilometri dalla capitale tramite tubature attraverso i monti che alimentavano le case di Damasco e le sue strutture. Risparmiò agli abitanti di bere le acque inquinate del Barada; e questo grazie al successo di mio padre e dei membri della Camera di commercio e del Comune di Damasco nel realizzare questo progetto vitale nel 1932 dopo averlo strappato dalle mani di società straniere in cerca di investimenti. Le acque chiare furono così proprietà degli abitanti.


Damasco era presente nel cuore di Nizar che la cantò nella poesia "Damasco… giubilo di acqua e gelsomini" il cui inizio recita:


“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano.”


La gita inizia


Prima che Nizar arrivasse a Madrid per intraprendere il lavoro presso l’ambasciata di Siria, scrisse una lettera a mio marito Nadir che già conosceva da quando era stato suo docente di Diritto Penale all’Università di Damasco, dove insegnava prima di entrare in ruolo al Ministero degli Esteri. Gli espresse la sua felicità di poter lavorare con lui e concluse con le seguenti frasi:


“I miei ossequi alla cara letterata e ambasciatrice Salma. Mi auguro che non sia per lei un problema, eccellente ambasciatore, se costituiremo in ambasciata un consiglio letterario e poetico. La presenza della letteratura nell'ambasciata siriana è una sua eccellenza, un verde germoglio innestato nel suo seno.”


Come arrivò a Madrid, lo accogliemmo con calore e lo considerammo un membro della famiglia portando avanti la vecchia amicizia tra le nostre famiglie e noi stessi. Affittò una casa per stabilircisi, traslocò il mobilio e lo scrittoio, la decorò con bei quadri e dopo circa un mese ci invitò a cena. Scoprimmo che era un eccellente cuoco, un amante della musica classica occidentale e puramente araba. Fu parecchie volte nostro commensale, compagno di gite, visite, esposizioni e rappresentazioni di teatro. Ma Nizar amava stare in casa fin da piccolo e diceva infatti della casa in cui era nato:


“Questa bella casa damascena si è impadronita di tutti i miei sentimenti, mi ha fatto perdere l’appetito di uscire nei vicoli, come fanno i giovinetti di ogni rione. Da qui è nato in me quel senso casalingo che mi ha accompagnato in ogni tappa della vita.”


I nostri giorni con lui in Spagna furono colmi di attività sociali e letterarie. Ci regalò una copia di una sua raccolta poetica del 1961 intitolata "La mia amata" che non conoscevamo ancora e scrisse sulla prima pagina la seguente dedica sigillata dalla sua firma:


“Ai carissimi Nadir e Salma, due grandi cuori che hanno reso il mio soggiorno a Madrid dolce come lo zucchero.”


Nella primavera del 1963 si organizzò con lui una gita interessante in Andalusia che iniziò da Cordova su invito del governo spagnolo e del sindaco amico degli arabi (Aldo Antonio Guzmán Rina) che celebravano il millenario della morte di Ibn Hazm, scienziato, poeta e giurista e l’erezione di una statua davanti alla casa in cui risiedeva. Lasciammo Madrid per Cordova in auto l’11 maggio 1963 e la raggiungemmo a mezzodì; ci dirigemmo all’albergo Rasafa, riservato agli invitati di quell’incontro, ambasciatori e storici di Siria, Egitto, Marocco e Spagna e professori delle università di Madrid, Barcellona, Granada e Salamanca, tra cui Pedro Martínez Montávez docente orientalista di Madrid e Husseyn Mu’nis direttore dell’Istituto culturale arabo.


L’incontro durò sei giorni dal 12 al 18 maggio 1963. L’inaugurazione avvenne nel Circolo culturale cittadino dopo la cerimonia di scopertura della statua di Ibn Hazm nella vecchia città araba. Ogni giorno avevano luogo convegni prima di pranzo, quindi serate poetiche, durante le quali si ascoltavano i poeti di al-Andalus che nei loro componimenti esprimevano orgoglio per le origini andaluse e il lignaggio arabo. Nizar recitò tre poesie ispirate alla Spagna, l’Andalusia e Damasco, accolte da fragorosi applausi; poi ne lesse la traduzione in spagnolo Pedro Martínez Montávez, che avrebbe poi volto in spagnolo la collezione poetica di Nizar per pubblicarla a Madrid in un volume intitolato "Poesie d’amore di Nizar Qabbani", uscito nel 1965.


Ricordi di Cordova


Dedicammo il tempo libero visitando i monumenti di Cordova, a partire dalla Gran Mezquita, l’estesa moschea per la preghiera e l’insegnamento della lingua e delle scienze, costruita dopo la conquista araba in un ampio spazio della città su cui sorgeva una chiesetta, dopo che l’emiro Abdel Rahman al-Dakhil ebbe concordato con gli abitantanti originari il trasferimento di questa in altro luogo. Si succedettero nei lavori di ampliamento e decorazione gli emiri Ommayadi Hisham I Bin Adbel Rahman e suo figlio Hakam I, poi il califfo Abdel Rahman III detto Nasser, finché divenne la moschea più grande del mondo islamico del tempo. In essa erano rappresentate l’arte araba e l’architettura dell’Andalus nella progettazione e decorazione del mihrab, delle colonne interne, delle numerose entrate, della corte esterna, oltre all’ultimo elegante minareto, eretto dal califfo Abdel Rahman III nel 951. Un giorno andammo a visitare la Medina al-Zahra' di cui rimangono solo rovine. Lo stato spagnolo ha però iniziato a ristrutturarla alcuni anni fa con l’aiuto dell’Unesco e ha raccolto i reperti sparpagliati. Passeggiammo nelle viuzze di Cordova e tra le sue case aperte ai turisti, costruite a guisa delle antiche case damascene che prevedono un ampio cortile interno al cui centro sta il bacino dell’acqua, circondato da vasi con piante di gladiolo, gelsomino, basilico; sono composte da due case che si affacciano sul patio comune.


Ricordammo con Nizar il poeta di Cordova Ibn Zaydun e la sua amata, la principessa Wallada figlia di al-Mustakfi, ultimo califfo omayyade, il suo salotto letterario e alcune delle sue rare composizioni che giunsero a noi. L’opera di Ibn Zaydun, invece, le cui poesie raccontano dell’amore per la principessa e per Cordova si è salvata ed è fonte della migliore poesia andalusa. Rievocammo la famosa poesia di Ibn Zaydun che avevamo imparato, composta dopo aver lasciato la città e che inizia con questo verso:


“Ormai la vicinanza ha ceduto il passo al distacco
e uno spirito scontroso ha preso il posto dei nostri convegni.”


Descriveva in essa il suo amore per l’amata a cui si rivolgeva con formula talora plurale, talaltra maschile in considerazione della sua posizione sociale.


Ricordo bene l’ultima serata poetica durante la quale il sindaco di Cordova mi chiese di recitare una poesia da me scritta in spagnolo sulla danza e il canto flamenco, dedicata alla famosa artista andalusa María Albaicín. Acconsentii e al declamarla il grande scrittore Don Alfonso de la Serna, direttore delle relazioni culturali presso il Ministero degli Esteri in Madrid, si alzò per leggere la traduzione spagnola dello scrittore spagnolo, redattore capo del giornale ABC. Poi mi chiese ancora di recitare la poesia su Damasco in cui descrivevo la nostalgia dopo la separazione per il lavoro di mio marito nel corpo diplomatico. La poetessa e scrittrice Viña de Calderón l’aveva tradotta dal francese allo spagnolo, e lui diede lettura della versione nella lingua di Cervantes.


Nizar aveva già visitato fugacemente l’Andalusia nel 1955 e Cordova gli aveva ispirato una bella poesia in cui raccontava della nostalgia per Damasco che veniva richiamata nella grande somiglianza tra le strette viuzze e le case di stile arabo. Quando gliela ricordai un giorno che ci intrattenevamo tra colleghi sulla terrazza del Rasafa e gli chiesi di recitarla, accettò e declamò il seguente estratto:


“Negli stretti vicoli di Cordova
Più volte ho allungato alla tasca la mano
Per raggiungere le chiavi della casa di Damasco…
Le conche del gladiolo, del lillà e dell’ortensia
La vasca centrale, occhio azzurro della casa
Il gelsomino rampicante sulle travi delle stanze e su di noi
Tutto un mondo profumato che ha cullato la mia infanzia, qui l’ho ritrovato!”


La seconda visita all’Andalusia gli ispirò alcune delle sue più belle poesie, risultato dell’impressione profonda su di lui esercitata dalle tracce della fiorente civiltà araba. Ci cantò la seguente poesia intitolata "Tristezza in Andalusia":


“Mi hai scritto, mia cara,
mi hai scritto per chiedermi della Spagna
di Tareq che conquista un nuovo mondo in nome di Dio,
di ‘Uqba bin Nafi’ che pianta virgulti di palme
sulla cima di ogni altura
hai chiesto di Mu’awiya
e di risplendenti brigate
che portano da Damasco con i loro cavalieri
civiltà e prosperità.”


Dopo aver visto con noi a Madrid e poi a Cordova le danze di flamenco e il canto che le accompagna, molto simile alle antiche ballate arabe, le descrisse nella stessa poesia con questo pezzo:


“Flamenco, flamenco
si ridesta la taverna assonnata
al fragore delle nacchere lignee
e all’asprezza di una voce triste
che scorre come zampillo di oro.
Io siedo in un canto
raccolgo le lacrime
e raccolgo le spoglie degli arabi.”

Spirale di tristezza


Nizar dissimulava una profonda tristezza per la sciagura della morte dell’unico figlio Tawfiq, allora ventenne, in un incidente d’auton ma traspariva nel suo sguardo, soprattutto quando vedeva dei ragazzi. Il 18 marzo, che cadeva di sabato, ci mettemmo in strada con lui verso Granada per passarvi due giorni. Scendemmo ad un albergo adiacente all’Alhambra che visitammo insieme.


Vi passammo tre ore girando per le sale decorate e i cortili che le separano, i bagni e i giardini lussureggianti. Giungendo al Generalife al tramonto, si impose su di noi un silenzio e lasciammo Nizar per tornare all’albergo, proponendoci di ritornare l’indomani, essendo impossibile interiorizzare lo splendore del posto in un’unica visita. Quella notte Nizar non si fece vedere e la mattina seguente lo incontrammo nel giardino dell’albergo. Fummo i primi ad ascoltare la sua ultima poesia ispirata dal palazzo e dalle sue opere. Cantava così:


“All’entrata dell’Alhambra fu il nostro incontro
bel convegno senza appuntamento
occhi neri nelle orbite da cui nascono nuove profondità
Sei spagnola? le chiesi e rispose: Mi fece Granada.
Granada e sette secoli si destano da un letargo in quegli occhi
Che strana la storia! Mi ridà una figliola mora
e un volto damasceno ho potuto scorgervi,
palpebre della regina di Saba e collo di Su’ad.”


Visitammo l’antico quartiere dell’Albaicín, il cui nome deriva dagli antichi falconieri al tempo delle dinastie Nasr o Ahmar, che si stese dal 1235 fino alla caduta avvenuta nel 1494. Da qui facemmo strada verso il quartiere confinante della Madrasa, dove i sovrani Ahmar costruirono una scuola e una moschea nel XIV sec. Da lì ci spostammo all’angusto mercato dell’Alcaicería, simile ai mercati della vecchia Damasco sia per i negozi che per le diramazioni e trovammo una trattoria che portava il suo nome. Pranzammo e ci intrattenemmo con i gentili avventori, come molti andalusi. Tornammo all’Alhambra dopo pranzo per leggere di nuovo i versetti scolpiti sulle pareti delle sale con splendide grafie arabe. Ci intrigò il seguente verso:


“Ho superato le dame per vesti e diademi
e le comete son scese fin sulle mie torri.”


Probabilmente l’ingnoto poeta che lo compose intendeva l’Alhambra al termine della sua costruzione, fonte ancor oggi di stupefazione per i turisti del mondo, grazie al restauro da parte dello Stato dopo un terremoto nei secoli scorsi.


I poeti hanno cantato questo unico pezzo architettonico e a lei si sono rivolti i più grandi musicisti spagnoli nei due secoli trascorsi componendo le più belle melodie. Al termine della nostra visita giungemmo al Generalife e alle dipendenze del palazzo destinate all’abitazione delle principesse. Ci colpì un pannello intagliato in lingua spagnola a firma di un poeta messicano che visitò Granada con la moglie nel secolo scorso (De Ecasa). Vedendo un mendicante chiedergli l’elemosina disse alla moglie:


“Sii munifica nel dare, o consorte, dato che nella vita non c’è rimpianto più amaro dell’essere ciechi a Granada!”


Una notte a Granada


Dall’Alhambra, che si affaccia sul centro della città essendo costruita su un’altura, ci spingemmo fino ai mercati e comprammo un libro del grande orientalista Emilio García Gómez, in cui traduce in spagnolo alcune poesie di Ibn Zaydun, Wallada, Al-Mu’tamid e  Ibn Hazm pubblicato con il titolo "Poesie arabe di al-Ándalus". La nostra terza serata in Granada fu nelle grotte dei gitani, che offrono ai turisti un programma vario di danza e canto tradizionali ben oltre la mezzanotte. A mattina inoltrata rientrammo verso Madrid, che raggiungemmo la sera per riprendere il lavoro lasciato. Nizar scrisse a sua madre cinque lettere in versi dicendole nella prima:


“Buona giornata, mio santo tesoro,
due anni sono passati, o madre,
da quando questo figlio è salpato
e ha nascosto nelle valige
il verde mattino della sua terra
i suoi astri e i suoi rivi e ogni rosso papavero
e ha nascosto tra i vestiti
mazzi di menta e di timo.”


Nella seconda le scrisse:


“O Madre… Io sono quel figlio che è salpato
ma ancora nella sua mente rimane
la voglia di un dolcetto di zucchero
Mamma, come sono potuto diventare padre,
senza mai essere cresciuto?”


Damasco abitava nel cuore di Nizar e la sua nostalgia si acuiva nella lontananza. La espresse insieme alla tristezza per la scomparsa del padre nella quinta lettera, rivolta alla madre:


“È arrivato settembre, mamma,
ed è giunta a portarmi doni la tristezza
a lasciarmi sul davanzale
pianto e affanno
è arrivato settembre, ma Damasco dov’è?
Dov’è mio padre e dove i suoi occhi?
dov’è il suo sguardo di seta, la fragranza del suo caffè
Dio benedica il suo riposo.”


E nell’ultima disse:


“Damasco… Damasco… che poesia
abbiamo scritto nelle pupille degli occhi!
Che bel bambino!
L’abbiamo crocifisso per le sue ciocche
Ci siamo inginocchiati ai suoi piedi
Ci siamo sciolti del suo amore
Finché col nostro amore l’abbiamo ucciso…”


Influssi andalusi


Nizar, quarantenne all’epoca del suo soggiorno con noi in Spagna, diede un cambiamento visibile alla sua poesia per effetto nostro in quel posto, un’apertura a culture nuove, addirittura mutò il modo di rivolgersi alla donna. Lo dimostra una sua splendida poesia pubblicata nella collezione Disegno di parole:


“Stanche sono le mie valige di lunghi viaggi
e stanche di orpelli e scorribande
Sono quale una lanterna di strada
che piange, ma nessuno nota le sue lacrime.”


Nella primavera del 1963 avvenne il colpo militare in Siria ad opera del partito socialista arabo del Baath con l’aiuto di ufficiali dell’esercito. A mio marito fu comunicato il decreto di pensionamento e lasciammo la Spagna, mentre Nizar rimase fino alle dimissioni dal corpo diplomatico all’inizio del 1966 per dedicarsi alla poesia. Avevo iniziato, prima di partire per Damasco, a scrivere un romanzo ambientato tra Siviglia e Madrid ma non l’avevo concluso. Scrissi a Nizar chiedendo conferma sui toponimi in cui si svolgevano i fatti del romanzo, dato che continuavo a corrispondere con lui da Damasco. Quando terminai la stesura nel 1965 e mi risultava difficile dargli un titolo, Nizar mi propose "Occhi di Siviglia". Fu pubblicato dalla Casa editoriale di Beirut e mandai a Nizar la prima copia con il titolo propostomi. Ricevetti da lui una lettera datata 12 luglio 1965 che iniziava così:


“Con gioia indescrivibile ricevo oggi il tuo prezioso dono, "Occhi di Siviglia", e mi commuove molto il gesto splendido che mi hai riservato. Di fatto ho sentito un tocco di superbia nel vedere il titolo che ho escogitato sbirciarmi dalla copertina del volume. Non è presunzione, ma vanità dell’uomo nel vedere che le sue fantasticazioni hanno ricevuto carne ed ossa…”


Nella sua ultima lettera prima di lasciare la Spagna, datata 15 febbraio 1966, Nizar diceva:


“Esco dalla Spagna con glorie di cui vado fiero, cara Salma. Ci riempie d’orgoglio l’averci lasciato raggi di luce e tracce di profumo, non come vanno e vengono di solito i diplomatici che entrano dalla porta poi escono dalla finestra.”


Dio colmi di bene il paese che Nizar amava e che gli ispirò le più belle poesie.


Salma Haffar Kazbari - al-'Arabi ottobre 2004(tradotto da Andrea Locati)


http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=371&Itemid=1



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