Intervista a Fatima Bhutto, nipote della leader pachistana Benazir
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L'intervista La nipote della leader pachistana contesta la scelta di Bilawal


«Sulla morte di zia Benazir
l'ombra del marito Zardari»


Fatima: «Era corrotta, ma la sua fine è una tragedia»









Fathima Bhutto
«Quando è morta Benazir ho ricominciato a chiamarla con il soprannome di tanti anni fa, Wadi Bua, che nel nostro dialetto è il vezzeggiativo che si dà alla sorella anziana del papà. Non so, è stato così, naturale, spontaneo. All'improvviso ha cessato di essere l'avversaria politica dei tempi più recenti. Ed è tornata la Wadi Bua dei miei giochi di bambina, quando io avevo 5 anni e lei 35. Mi hanno raccontato che ad ucciderla è stato un proiettile al collo. Proprio come mio padre Murtaza, suo fratello. Ho come sospeso il giudizio. Ho smesso di accusarla di complicità nel suo assassinio nel 1996. Quella era Benazir viva, la zia cattiva, la feudataria corrotta e senza scrupoli che ci aveva depredato di tutto per pura sete di potere. Adesso è tornata Wadi Bua, sangue del mio sangue, un altro membro della famiglia ucciso e da piangere tutti assieme. Senza differenze ».


 


Parla a lungo Fatima Bhutto, senza fermarsi. A volte quasi come una ragazzina più giovane dei suoi 25 anni. Altre da statista seria, responsabile, matura, a tenere alta quella nomea di essere una «vera Bhutto » che le affibbiano in tanti e che lei vorrebbe veder cancellata in rispetto del suo ideale per un «Pakistan davvero democratico » e contro «le logiche della successione di sangue ». Da Larkana, la residenza della «dinastia» Bhutto, due settimane fa ci aveva risposto che «era troppo presto» per un'intervista. «Non voglio che le mie note differenze con la zia vengano strumentalizzate », aveva fatto sapere. Adesso però per telefono, tornata alla sua casa di Karachi, non si tira più indietro.


Fatima, lei è anche giornalista, sa bene che la saga degli intrighi di potere tra i Bhutto sta diventando una storiona mondiale. Cosa pensa della successione alla testa del Partito Popolare del marito di Benazir, Asif Ali Zardari, assieme al loro figlio primogenito, suo cugino Bilawal, che per ora è tornato ad Oxford? «Il sistema di successione dinastica rappresenta un pericolo, un attentato agli sforzi di portare la democrazia in Pakistan. I candidati vanno eletti sulla base del loro programma, non del loro sangue e dei sostegni familiari. Io comunque mi sono sempre tirata fuori dalla battaglia nel Partito Popolare di Benazir. Sostengo quello che venne fondato da mio padre nel 1995, il Partito Popolare Shaid Murtaza, che non ha rappresentanza in parlamento, bensì solo nelle assemblee provinciali. Il nostro è un partito laico, socialista, anti-imperialista, come quello fondato da mio nonno Zulfikar. Non ha nulla a che vedere con il filo-americanismo latifondista del gruppo di Benazir. Noi siamo il progresso, loro rappresentano gli interessi conservatori dei grandi proprietari terrieri. Io ammiro figure come Barack Obama, sostenuto per i meriti personali. Certo non Zardari».


Chi ha ucciso Benazir? «Non lo so. Ci sono tante forze in campo. Occorre vedere chi approfitta dalla sua  morte. Per Musharraf è una grave sconfitta. Nonostante le loro divergenze politiche, erano alleati, con il sostegno degli americani. Non credo lui c'entri. Magari sono gli estremisti islamici. Ma il fatto che lo dica Bush scredita quest'ipotesi, lui sbaglia sempre. Ultimamente Benazir sembrava avere preso le distanze dagli americani e forse loro l'hanno scaricata, rendendola molto più fragile. Chi ci guadagna è Zardari». Non è un'ipotesi folle: la Bhutto uccisa dal marito? «Non lo so. Nessuno ci ha mai mostrato il famoso testamento su cui Zardari fonda il proprio diritto di successione. Lui certamente non è popolare, mi aspetto rivolte per la sua deposizione. Ma di più non voglio dire, è a rischio la mia vita e quella di mio fratello Zulfikar».



Qualcuno indica Zulfikar quale legittimo erede, perché figlio maschio del primogenito del padre fondatore del Ppp. Ne ha mai parlato con Bilawal? «Lo so: logiche assurde. Mi si dice che io dovrei essere la leader di transizione, in attesa che Zulfikar, oggi ancora 17enne, raggiunga i 25 anni necessari per essere dirigente politico a pieno titolo. Tutto in nome di questi tribalismi maschilisti e medioevali che regnano nel nostro Paese. Non lo accetterei mai. Comunque con Bilawal non ne ho parlato. Ci siamo visti per i funerali, abbiamo pregato assieme. Poi più nulla, non siamo in contatto». È vero che la società civile in Pakistan è cresciuta molto più con Musharraf che non ai tempi dei governi di Benazir? «Non ho dubbi in proposito. La libertà dei nostri media ha fatto passi da gigante negli ultimi sette anni. I due governi di Benazir furono autocratici e corrotti. Avrei continuato a dirglielo, se fosse ancora viva. Ma è morta e la sua fine rappresenta una tragedia, una catastrofe per noi, la sua famiglia, e per il Paese intero».


Lorenzo Cremonesi
15 gennaio 2008


http://www.corriere.it/esteri/08_gennaio_15/Bhutto_npiote_figlio_cremonesi_17dd5b50-c336-11dc-b859-0003ba99c667.shtml?fr=box_primopiano



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