Zanan (Donne)- La scure dei pasdaran sul giornale delle donne
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Zanan (Donne)
 
 

La scure dei pasdaran
sul giornale delle donne


Domani le iraniane non troveranno in edicola il femminile Zanan (Donne) con la copertina dedicata all’ex premier pachistana Benazir Bhutto. Nella redazione sono accatastate migliaia di numeri del mensile che vende 40mila copie ma i cui lettori sono almeno tre volte tanto, vista l’abitudine di passarsi giornali e periodici.

Secondo il ministero per la Cultura diretto da Mohammed Saffar-Harandi, un ex guardiano della rivoluzione vicino al presidente Ahmadinejad, la rivista avrebbe “diffuso un’immagine buia dell’Iran, compromettendo la salute psicologica dei lettori”.

Zanan è un simbolo e, affrontando temi tabù come la prostituzione e l’AIDS, in questi diciassette anni ha cambiato la mentalità delle iraniane.

Oltre ai redazionali sulla chirurgia estetica e su come convivere con un marito insopportabile, le lettrici vi trovano articoli di dissidenti: il Nobel per la pace Shirin Ebadi e l’avvocatessa Mehrangiz Kar, esule a Boston dopo un periodo nel carcere di Evin, spiegano per esempio come ottenere il divorzio e la custodia dei figli nonostante le discriminazioni insite nel diritto di famiglia. Non è la prima volta che la direttrice Shahla Sherkat finisce nel mirino.

Cinquantadue anni, prima di aprire Zanan dirige il settimanale governativo Zan-e Ruz (La donna di oggi), apprezzato dalle ultraconservatrici, ed è citata in giudizio per la storia di una ragazzina mal velata e picchiata dalla polizia in una spiaggia del Mar Caspio.

Nel 1991 fonda Zanan perché “dopo la rivoluzione del 1979 i giornali fanno finta di non vedere i veri problemi delle donne”, racconta nel suo ufficio a Teheran.

Sul pianerottolo non c’è nessuna insegna, così come non ce ne sono in strada: “Sarebbe troppo pericoloso. All’inizio eravamo nell’edificio della rivista riformista Kian che, insieme al resto della stampa di sinistra, dava del filo da torcere al governo, ma un giorno dei balordi sono entrati dalla finestra e hanno distrutto gli uffici”.

Ultimamente i pericoli arrivano dalla magistratura controllata dai falchi, irritati dai contenuti della rivista: nell’ultimo numero Elaheh Hosseini accusa le autorità di infastidire, con controlli oltremisura, le studentesse residenti nel dormitorio, mentre un’altra ricercatrice dice basta alla violenza contro le donne e una giornalista descrive la vita nella prigione femminile di Isfahan.
Zanan è un simbolo per le iraniane, così come lo è la sua direttrice: un’imprenditrice che in questi anni è riuscita a mandare avanti l’attività vendendo pagine di pubblicità alle industrie di cosmetici.


È questa indipendenza economica che ha permesso a Shahla Sherkat di denunciare alcune decisioni assurde del regime.

Come nel 2002, quando la nazionale di calcio sfida l’Irlanda per qualificarsi ai mondiali: i mullah permettono alle irlandesi di entrare allo stadio ma, come di consueto, vietano l’accesso alle iraniane, ovviamente furibonde. In quell’occasione alcune si travestono da maschio, come succede nel film Offside del regista Jafar Panahi. Un vecchio escamotage, rispolverato qualche giorno fa da una coraggiosa sedicenne che è riuscita ad entrare con il suo ragazzo nello stadio di Abadan ma è stata smascherata, fortunatamente senza conseguenze, da un gridolino di troppo mentre tifava per la squadra del cuore.

Se in questi anni la febbre del calcio ha contagiato buona parte della popolazione, lo stesso è successo con Zanan, che ha diffuso tra le iraniane il desiderio di pari diritti.
Per questo la redazione è costretta a chiudere i battenti.


http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=144&ID_articolo=108&ID_sezione=307&sezione=Islam%20e%20democrazia



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