Non abbiamo avuto lo stesso passato ma siamo condannati allo stesso futuro
Jean Léonard Touadi
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Kúmá/Editoriale


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Non abbiamo avuto lo stesso passato ma siamo condannati allo stesso futuro

Jean Léonard Touadi


Riflessioni sulla manifestazione di Roma





Il destino dell'Africa non può e non deve essere messo nelle mani degli altri. Non tanto perché noi africani siamo diffidenti nei confronti degli altri. Al contrario, tutte le nostre culture e società si distinguono per uno spiccato e caldo senso dell'ospitalità, soprattutto nei confronti dei lontani, di coloro cioè che 'vengono dal di là della foresta, del fiume o degli oceani'. Dunque non è il rifiuto degli altri che ci spinge all'orgogliosa rivendicazione di non consegnare il nostro destino a 'deus ex machina' venuti dall'Europa. E' la dura lezione della storia che ci raccomanda quanto meno prudenza e discernimento. Perché ogni volta che l'Africa e gli africani sono stati costretti ad abbandonare nelle mani degli altri il loro destino, i risultati sono stati tragici. La memoria collettiva africana non potrebbe dimenticare questa costante della storia, perché farlo significa coltivare e perpetuare una cocciuta propensione alla resa, una collettiva inclinazione al suicidio collettivo. In effetti, cinquecento anni di rapporti comuni tra Europa e Africa narrano storie devastanti di conquista, dominio, sangue e sudore sotto le stive delle navi dei negrieri, nei campi di cotone e di canna da zucchero e, una volta abolita la schiavitù, il giogo degli altri è proseguito con la colonizzazione in loco grazie all'arrogante usurpazione del nostro spazio avvenuta con la colonizzazione, e l'inserimento forzato dell'Africa e degli africani nel tempo e nella storia degli altri. E non basta la nobile giustificazione della 'Missione civilizzatrice' per cancellare questa gigantesca operazione d'espropriazione demografica, politica, economica ed antropologica subita dai popoli del continente. Popoli e culture che vivevano da sé e per sé sono stati costretti a declinare il tempo degli altri e a mendicare una patente d'umanità concessa solo se adoperavano il linguaggio e la sostanza della visione del mondo europea. Tutto questo ha lasciato un'eredità pesante nelle strutture demografiche ed antropologiche; nei meccanismi dell'economia e in generale nel gioco ormai travisato del rapporto tra uomo e natura; nella gestione del consenso politico e nella strutturazione delle gerarchie di potere. In poche parole la schiavitù prima, la colonizzazione in seguito ha liberato scorie negative che ammorbano ancora oggi l'ossigeno mentale respirato dagli africani. E' davvero sorprendente che i discendenti di coloro che sono stati fautori di questa meticolosa estraniazione dell'Africa da se stessa ci chiedano oggi di voltare pagine, fare finta di niente per cominciare un altro cammino storico (chiamato con altri nomi: globalizzazione, mercati globali, democrazia calata dall'alto, planetarizzazione degli scambi'ecc) che per noi ha un sapore antico. Quel sapore per noi africani si chiama, secondo l'azzeccata espressione del romanziere senegalese Cheick Anta Diop, 'l'arte di vincere senza avere ragione'. Vincere senza avere ragione significa vincere sul sangue e il sudore di milioni di persone e di decine di generazioni che, per effetti di meccanismi cinici che perpetuano il dominio con forme sempre più sofisticate e 'high tec'. Mutamenti semantici e concetti postindustriali o neotecnologici che seguitano ad affermare che si tratta di una cosa che non ci appartiene. Una pianta bellissima le cui radici non affondano nella nostra terra. Ecco perché vogliamo negoziare il nostro ingresso nella globalizzazione, non avendo avuto modo di negoziare a suo tempo il nostro ingresso nella modernità. In mancanza di questo anche la globalizzazione, alla stregua della modernità, sarà sempre la globalizzazione degli altri con le regole fissate da loro per i loro interessi. A noi viene chiesto di entrare mani e piedi legati in un gioco le cui regole sono fissate da altri. Cinquecento anni fa, osserva lo storico burkinabé Joseph Ki-Zerbo, eravamo un immenso serbatoio di materie prime minerali o vegetali, oggi la bilancia dei pagamenti dei paesi africani segnala che lo siamo ancora in condizioni peggiori. Non sono rispettate dagli stessi promotori le leggi del tanto conclamato mercato dove i prezzi fluttuano in funzione dell'offerta e della domanda. I nostri prodotti sono esportati allo stato grezzo e subiscono la legge del più forte, ossia è il compratore che fissa il prezzo dei nostri prodotti e il valore della moneta di riferimento. Il risultato, da più di vent'anni a questa parte, è che le materie prime africane subiscono una drastica riduzione del loro valore all'interno di questo mercato degli inganni che è la globalizzazione. Non contento di comprare tutto a prezzi stracciati, il mercato globale vuole esagerare attingendo direttamente, senza la mediazione degli stati, i prodotti di cui abbisogna. E' la cosiddetta 'geopolitica del cinismo' che funziona seguendo il meccanismo perverso: guerra, sfruttamento delle materie prime, vendita delle armi, ancora guerra, con conseguenze devastanti sulle popolazioni e sull'ambiente. Le guerre della Liberia, della Sierra Leone e dell'Angola e quella ancora in corso in Congo democratico hanno una componente etnica in quanto alla mano esecutrice, ma i mandanti e le motivazioni sono da ricercare nelle ricomposizioni geopolitiche post guerra fredda e nei corposi interessi che costituiscono il vero nervo della guerra. In quest'ottica, chiamare questi conflitti "guerre etniche" non significa pressoché nulla almeno che per etnia si intenda le multinazionali del diamante, dell'oro, del coltan e dell'uranio.
Abbiamo, inoltre, svenduto costretti dalle politiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (in linguaggio high tec si dice privatizzazione!) tutti i settori-chiave delle nostre economie (acqua, energia, banche, assicurazioni, trasporti') al capitale straniero per mancanza di risparmio locale e d'imprenditoria indigeno in grado di competere con i mandarini del capitale venuti dall'estero.



Quel lontano passato e questo intollerabile presente dei rapporti internazionali fanno scattare o dovrebbero fare scattare il riflesso di non consegnare il proprio destino nelle mani degli altri. Certamente, potrebbe obiettare qualcuno, ci sono stati numerosi, forse troppi, africani che hanno collaborato al piano di fragilizzazione del continente. Anche questa è una costante della storia: la collaborazione dei re della costa nella schiavitù; la cooptazione d'addetti locali come ausiliari dell'amministrazione coloniale; e oggi questi governi a sovranità limitata, etero-diretti dagli organismi multilaterali nelle scelte di politica economica e monetaria e condizionati dal mimetismo istituzionale e costituzionale che consegna ai nostri popoli copie sbiadite di architetture politiche europee. Del resto quale è il popolo del mondo che non possiede quella particolare categoria di persone sempre pronte a volare al soccorso del vincitore di turno. Anche da noi una certa élite ha perso il contatto con il popolo e si è fatto strumento docile al servizio del potente di turno. Su quest'ultimo punto occorre, tuttavia, distinguere e non fare di tutta l'erba un fascio. I processi di democratizzazione iniziati alla fine degli anni '80 hanno consegnato ad alcuni paesi africani una classe politica più attenta alle istanze di libertà e di partecipazione; più sensibili alla 'buon governo' della cosa pubblica; più preoccupati di ancorare le scelte politiche ed economiche alle realtà antropologiche e culturali dei paesi. Purtroppo resistono ancora i dinosauri della politica, dittatori frettolosamente convertiti senza convinzione al credo democratico e spesso sostenuti dalle potenze europee (Eyadema in Togo, Omar Bongo in Gabon, Paul Biya in Camerun'); esistono ancora i conflitti che insanguinano intere regioni; ci sono epidemie che minacciano intere generazioni di uomini e donne. Flagelli che non sono appannaggio esclusivo del continente africano anche se raggiungono in questo continente dimensioni allarmanti.
Ma la vera novità dell'Africa oggi è l'emergere di gruppi sociali e corpi culturali che hanno smesso di guardare il cielo ormai vuoto degli aiuti per rivolgere lo sguardo verso la propria terra. E' un movimento ancora agli inizi, anche se le basi teoriche per il 'ritorno all'Africa' affondano le radici nel panafricanismo della fine dell'Ottocento. 'Back to Africa' per i fondatori del movimento culturale di rinascita negra è un paradigma ideale di pensiero e d'azione. Esso agisce seguendo il doppio movimento di: accettazione di sé, della propria condizione, della pesantezza delle scorie negative sedimentate nella propria storia; e anelito di riapropriazione del destino storico confiscato. Questo solco fermo che ha illuminato il movimento delle indipendenze è stato smarrito nei decenni '60-'90, in parte per colpa della guerra fredda che aveva costretto gli africani e altri popoli del Sud del mondo a dover scegliersi un padrone nel campo sovietico o in quello occidentale; in parte per insipienza della classe politica africana, troppo incline a fungere da gestore locale d'interessi extra-africani. Mentre tutti noi credevamo nello sviluppo e nel progresso e cercavamo in tutti i modi di rubare agli europei il segreto della loro vittoria, i fautori del ritorno all'Africa ci insegnano che il segreto, la chiave per discernere cosa prendere e cosa lasciare della globalizzazione si trova ancora in Africa. E' dall'Africa che bisogna partire perché così ci insegna la nostra saggezza: "se non sai dove vai, ricordati di tornare da dove sei partito". Guardare indietro non idealizzando un passato africano puro e perfetto che non è mai esistito, ma per attingere da un vissuto che, bello o brutto che sia stato, è nostro e ci ha sempre permesso di trovare le soluzioni alle sfide che la natura e la storia non hanno mancato di offrire al nostro continente. La tradizione come "memoria vigile" e punto di riferimento per una via africana alla globalizzazione. E' su di essa che dovrà basarsi il "piano di aggiustamento culturale" ossia quella salutare autocritica e autocoscienza interna all'Africa che è ormai improcrastinabile.


Ora, la crisi dei modelli politici e l'allargamento della geografia della miseria nelle città e nelle campagne ha permesso l'emergere di gruppi che hanno deciso di strutturarsi al di fuori dell'ufficialità politica (poco attenta alle loro aspirazioni) ed economica (che funziona seguendo logiche imposte da fuori). L'altra Africa dell'economia informale ci ha insegnato a tornare alla vocazione primaria dell'economia che è risposta in termini di beni e di servizi a dei bisogni della collettività (cibo, acqua, alfabetizzazione di base, accesso ai farmaci, preservazione dell'ambiente e dei valori antropologici). Insomma, un'economia informale che ha reinserito nell'economia valori espulsi dalla produzione e riproduzione dei beni imposta dall'economia dominante in Africa, in nome della ricerca sfrenata del profitto. L'Africa dell'auto-organizzazione contadina rivendica la fine dell'usurpazione dello spazio fisico da parte delle multinazionali del petrolio, del caffè, del tabacco, dell'ananas, della banana o del cotone. Essa grida forte e alto che la terra è al servizio della comunità per i bisogni endogeni. Una dura lotta per sottrarre la terra allo sfruttamento selvaggio che non solo inquina ma uccide ogni forma di socialità locale. Nel delta del Niger, nelle pianure del Kenya, nelle aride regioni saheliane dell'Africa occidentale, i contadini fanno sentire la loro voce nella doppia lotta contro i potentati locali e contro i meccanismi internazionali che li vogliono impoverire sempre più per infine cacciarli dalla terra. Le 'afriche' delle sterminate periferie urbane costrette alla 'clochardizzazione' di massa sono dei piccoli prodigi quotidiani di sopravvivenza, una prova vivente e sofferta di una popolazione che si attacca alla vita nonostante tutto intorno evochi morte e desolazione. E c'è l'Africa della cultura e della creatività che esibisce, ormai senza complessi e senza l'affanno di dovere mendicare il riconoscimento altrui, i tesori del continente. Segni tangibili, esteticamente avvincenti, fieri ed allegri di una cultura offesa ma viva, di un patrimonio storico violentato ma che ha saputo conservare dignità e spessore. Nel solco di una tradizione africana di resistenza alla natura particolarmente ostile (il più grande ed insidioso deserto del mondo, un' estesissima zona saheliana semi-arida, una foresta tropicale ed equatoriale ricca ma piena di ostacoli per gli insediamenti umani) e all'azione dei conquistatori europei dall'Atlantico e arabi attraverso il mare rosso e le rotte transahariane. La resistenza africana è una delle pagine più nobili della nostra storia. Ed è in nome di questa collettiva capacità di resistenza che l'Africa è rimasta e rimarrà in piedi nonostante gli uccelli di malaugurio che la vorrebbero già morta e pronta ad essere seppellita.
Per tutti questi motivi gli africani non intendono più' delegare a nessuno la gestione del loro futuro. Qualcuno parla persino di 'sganciamento' dall'Occidente partendo dalla semplice constatazione che, con l'Europa o senza di essa, i nostri problemi sono rimasti tali e quali con qualche sospetto che potevano forse migliorare in assenza delle ingerenze interessate delle potenze europee. Io non credo nella teoria dello sganciamento, che sarebbe la negazione della storia e di cinque secoli di commistioni tra l'Africa e l'Europa, nel bene e nel male. Credo che l'Africa può ma non può da sola in questo mondo così complesso e sempre più interdipendente aldilà delle reciproche volontà. Ciò che i popoli e le società africane chiedono è il riconoscimento pieno della loro soggettività storica e della loro maturità nella ricerca di soluzioni adeguate alle sfide di oggi. L'Africa chiede che vengano rimossi gli ostacoli che impediscono l'autonomo districarsi delle sue potenzialità.


Ai nostri amici sinceri, chiediamo di essere i nostri compagni (cum panis), ossia coloro che accettano di condividere con noi il difficile cammino della liberazione dalla fame, dalla povertà, dall'analfabetismo, dalle pandemie. Un cammino di conquista di diritti che in Africa coincidono con i bisogni fondamentali secondo la giusta consapevolezza che abbiamo maturato in questi anni dei diritti che non possono essere solo diritti individuali e soggettivi. Ai nostri amici sinceri chiediamo di fare un passo indietro per lasciarci passare in modo che siamo noi ad indicare la danza e il ritmo e loro a ballare insieme a noi. Chiediamo di smettere di essere la nostra voce perché noi una voce ce l'abbiamo ma non riesce ad imboccare un solo microfono giusto che porti lontano l'eco delle nostre istanze di giustizia. Ai nostri amici sinceri chiediamo di combattere i piromani di casa loro, per evitare lo spettacolo per noi ormai insopportabile di pompieri e piromani che abitano la stessa casa, viaggiano negli stessi aerei e parlano la stessa lingua. Essere a nostro fianco oggi significa comprendere e collaborare ad estirpare le "strutture di peccato" che sfigurano il volto dell'umanità e l'armonia della natura. Ecco perché l'Africa è lo specchio della nostra storia e del nostro presente. Lo specchio di un disordine del mondo che richiede con urgenza nuovi demiurghi per traghettare il nostro destino collettivo verso orizzonti di pace nella giustizia. In questa ricerca dagli esiti incerti, ciascun popolo deve assumere il carico del suo destino locale con la mente e il cuore dilatati alle dimensioni del mondo. Parlare dell'Africa è parlare di tutti noi perché come lo diceva un saggio africano: "Non abbiamo avuto lo stesso passato ma siamo condannati allo stesso futuro".



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