Libertà di movimento
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da "La Repubblica", 5 dicembre 2004


di Giovanni Maria Bellu



ROMA - La senatrice Tana De Zulueta, uno dei pochi esponenti del centro-sinistra presenti al corteo dei migranti, regge lo striscione dell’Arci. Accanto a lei c’è un giovane uomo con la barba. Difficile individuarne l’etnia, forse un mediorientale, forse un nordafricano. Chissà. Di certo un immigrato. La senatrice l’invita a sostenere lo striscione e quello subito è d’accordo. Ma s’avvicina una telecamera. L’uomo ha un cenno di disappunto, dice qualcosa come: "Ma cosa mi fai fare?" Gira la faccia per non essere ripreso. Ma la telecamera è sempre là. Così l’uomo lascia lo striscione e si confonde tra la folla.


Cinquantamila, secondo gli organizzatori, molti di meno secondo la questura. Meno, certamente, dei centomila che attraversarono le vie di Roma il 19 gennaio del 2002, quando si svolse la grande manifestazione nazionale contro la legge Bossi-Fini, che allora era ancora in fase d’elaborazione. Ma gli organizzatori del corteo sono ugualmente soddisfatti e parlano di un successo, se si tiene conto del cattivo tempo e, soprattutto, della condizione attuale degli immigrati. Sono in molti a dover temere le telecamere; ciò nonostante, sono proprio loro la grande parte del corteo.


Come due anni fa si sentono parole d’ordine antiche, quasi cadute in disuso, slogan che rivendicano diritti fondamentali, diritti peraltro riconosciuti dalle convenzioni internazionali e dalle costituzioni di tutti i paesi dell’Occidente: libertà, giustizia, uguaglianza. "Libertà di movimento", come si legge appunto nello striscione dell’Arci. Ma tephan, un trentenne della Costa d’Avorio in Italia da sei anni, regge un piccolo cartello sul quale con un pennarello ha scritto: "Siamo incazzati, noi neri".


Il corteo verso le 15 lascia piazza della Repubblica, si dirige verso via Cavour, si frammenta in sezioni etniche che improvvisano happening di danza o modulano slogan nelle lingue madri, incomprensibili nel contenuto ma inequivocabili per chi ha l’orecchio allenato a sentire il ritmo della rabbia.


Questa volta, molto più di due anni fa, le bandiere e gli striscioni delle organizzazioni (ci sono i metalmeccanici della Cgil, i Verdi, i padri comboniani, Rifondazione comunista, Emergency, la rete antirazzista, il tavolo dei migranti del social forum e molti altri) sono sovrastati da quelli delle associazioni dei migranti: quella dei rumeni, quella degli albanesi, quella del Bangladesh. E poi gli eritrei, gli srilankesi, sia cingalesi, sia tamil, i magrebini, gli ecuadoriani. Preceduta da un piccolo pullman all’interno del quale si notano alcuni uomini in giacca e cravatta, sfila anche una numerosa delegazione d’immigrati cinesi. E questa è una novità perché i cinesi raramente escono dalla loro comunità.


E’ una manifestazione non "per" gli immigrati ma "degli immigrati", commenta Filippo Miraglia, responsabile nazionale dell’Arci per questo settore. In due anni, la Bossi-Fini ha accresciuto nel tra gli stranieri presenti in Italia una coscienza di ruolo e di stato. Una legge severa nell’imporre obblighi e quasi svagata nel rispetto dei diritti: giacciono nelle questure circa 350.000 permessi di soggiorno. Questo mentre del diritto di voto per gli immigrati ormai non si parla più e continua a mancare una normativa sul diritto d’asilo. In molti slogan ricorre una parola che l’Occidente credeva di aver ormai bandito: schiavitù. Le danze, al ritmo della musica africana diffusa dagli altoparlanti sistemati sul cassone di un camion, in certi momenti sembrano danze di guerra. Ma è una manifestazione del tutto pacifica. E lo comunica. Sono pochissimi i negozi che chiudono le saracinesche al suo passaggio. 


 



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