Carol Rama - una grande mostra a Torino
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Carol Rama torna con una grande mostra a Torino
di Susanna Legrenzi


Leone d'oro alla Biennale di Venezia 2003, torinese, classe 1918, padrona di un linguaggio potente che si inabissa nell'inconscio per nutrirsi di paure, Carol Rama, l'irregolare, è tra le pioniere dell'arte del Novecento. Acclamata e dimenticata, dopo la stagione d'oro degli anni Cinquanta e Sessanta e la solitudine privata dei Novanta - a distanza di un anno dal prestigioso premio internazionale che né ha riconosciuto il giusto spessore - dal 9 marzo l'ultima grande vecchia della pittura italiana torna sulla scena. A renderle omaggio è la prima, doverosa e attesa antologica italiana dedicata all'artista che, a cura di Guido Curto e Giorgio Verzotti, dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino passerà poi al Mart di Rovereto in autunno: oltre 150 opere, molte delle quali inedite. Un diario intimo, a tratti dolente e sguaiato, che ha radici molto ma molto lontane, come l'artista - per la prima volta - racconta. L'appuntamento è nella sua casa torinese: stanze foderate di segni, un dragone verde rugiada di Carlo Mollino, un ready-made di Man Ray, la maquette di Sticky Fingers dei Rolling Stone autografata da Andy Warhol, le fotografie con il poeta e amico di sempre Edoardo Sanguineti, il letto impero vestito con una coperta di visone, la scrivania con i suoi sulfurei smalti per unghie, gomme di bicicletta annerite dal tempo, forme ortopediche degli anni Trenta, la scultura africana, le stoffe orientali e pochi dei suoi tanti lavori, in cui tutto questo mondo respira ancora. Quando arriviamo la casa tace. Ma basta poco perché dal silenzio sbuchi una donna minutissima: treccia aurea, minuscole mani, il rosso scarlatto che le illumina gli zigomi. E, finalmente, il silenzio si spezza.
Carol Rama e l'infanzia. Con quali "fantasmi" ha dovuto fare i conti l'artista?
"La gelosia, soprattutto. Nasce già quando si è piccoli. A casa, noi eravamo in tre: io, una sorella che non c'è più e un fratello mediocre. Per non ingelosire i due, mia madre diceva spesso: "Oh, Carolina ha di nuovo fatto la cacca", creando nella Rama bambina una gelosia passiva. E, così, quando mi chiedevano: "Cosa ti piace, Carolina", rispondevo: "Non fare la cacca". Vede come i bambini prendono l'emozione che tu gli hai dato? Sin da piccola sono stata sempre gelosa, persino delle compagne di classe, più alte, più belle. Poi mi è passata. Ma che fatica...".
Una conquista, dunque.
"Già, è una grande conquista non essere gelosa dei tuoi sentimenti, dei tuoi piccoli sentimenti. Sono convinta che se da piccolo hai avuto genitori mediocri, devi superarli, devi avere il coraggio di essere meglio di loro. Ancora oggi - a 86 anni non sopporto i difetti della mia famiglia. Mia madre era dolcissima, troppo forse: ha assorbito tutti i sensi di colpa di mio padre. Ma se uno assolve tutte le cose di casa con buon senso si trova... Insomma, meglio le cretine... Mia madre, invece, si è ammalata. Andavo da lei in una casa di salute. Avevo dodici anni e frequentavo un ambiente manicomiale, dove presto capii che qualunque persona era ormai più importante della mia famiglia. Avevo abdicato".
La gelosia, il sogno, infine la rinuncia. Cos'altro c'è nella sua pittura?
"La paura. Se uno non ha paura è un imbecille: si può vivere senza solo prima dei vent'anni. La mia sicurezza nasce solo davanti a un foglio da riempire: dipingo soprattutto per guarire. Gli altri momenti della giornata sono densi di desideri non realizzati. Le camere d'aria, per esempio, con cui lavoro ancora oggi, rappresentano la fabbrica di mio padre, che poi è fallita. Siamo diventati poveri e alla fine lui si è ucciso. Sono una materia d'uso che raggruppa tutte le mie paure fino a renderle microscopiche".
Quando e come ha cominciato a esprimersi attraverso l'arte?
"Da subito. Nella via dove vivevo da bambina al 19 c'era una pittrice, la figlia di Vercelli, un pittore che faceva dei fiori, mimose, non eccezionale, ma era stato allievo di Grossi. Si chiamava Gemma e mi faceva posare. Io avevo 7 anni e lì mi sono incuriosita di come lei faceva, ho imparato senza chiedere. Più tardi ho sempre avuto un pezzo di carta per fare un disegno: una via di fuga, che mi toglieva dalla disperazione, disperazione di bambina, che era una cosa particolare. Credo che se soffri da bambina poi cresci meglio, all'angoscia rispondi con ironia".


http://www.libreriadelledonne.it/news/articoli/Iodonna280204.htm



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