Il paese dei campi - La segregazione razziale dei Rom in Italia. European Roma Rights Center, “Rapporti nazionali”, n. 9, ottobre 2000
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European Roma Rights Center,
Il paese dei campi
La segregazione razziale dei Rom in Italia

serie “Rapporti nazionali”, n. 9, ottobre 2000


 


Indice


Ringraziamenti


1. Introduzione: l’ostilità verso i Rom in Italia


2. I Rom in Italia: la segregazione razziale


3. Abusi della polizia e delle autorità giudiziarie


3.1 Irruzioni abusive, sgomberi e danni arbitrari alla proprietà


3.2 Uso abusivo di armi


3.3 Torture e violenze fisiche


3.4 I Rom “bersaglio privilegiato” della polizia


3.5 Furti da parte delle autorità


3.6 Sequestro dei documenti


3.7 Molestie sessuali durante le perquisizioni delle donne


3.8 Mancanza di adeguati interpreti per i Rom stranieri accusati di reato


3.9 Difficoltà a ottenere informazioni sui Rom in carcere


3.10 Minacce e violazioni della polizia contro il diritto di assemblea


3.11 Sanzioni inadeguate verso i poliziotti che abusano della loro autorità


3.12 Discriminazioni da parte delle autorità giudiziarie


3.13 Il passo successivo: l’espulsione dei Rom dall’Italia


4. Violenza contro i Rom da parte di attori non istituzionali


5. Trattamento discriminatorio dei Rom nell’accesso ai pubblici servizi


6. Il diritto all’istruzione è negato ai Rom in Italia


7. Il diritto al lavoro


8. Conclusione: la discriminazione razziale


9. Raccomandazioni dell’European Roma Rights Center al governo italiano


10. Bibliografia


11. Appendice: “Di male in peggio nel ghetto zingaro” di Kathryn D. Carlisle


12. Riassunto in Romanes.



Ringraziamenti


Questo rapporto è stato redatto dallo staff dell’ERRC. La maggior parte del lavoro è stata svolta da Claude Cahn, Kathryn Carlisle, Claudia Fregoli, Deyan Kiuranov e Dimitrina Petrova. Altri impiegati dell’ERRC e altri consulenti, interni e volontari esterni, hanno contribuito in modo significativo: István Fenyvesi, James Goldston, Anne Lucas, Gioia Maiellano, Tatjana Peric, Branimir Pleše, Hannah Slavik e Veronika Leila Szente. L’ERRC è riconoscente a Piero Brunello, Giovanna Boursier, Stefano Casu, Carlo Chiaramonte, Piero Colacicchi, Nerys Lee, Stefano Montesi, Mariangela Prestipino, Daniell Soustre de Condat. Senza il loro prezioso aiuto non sarebbe stato possibile pubblicare questo rapporto.



“Trent’anni fa ho fatto un sogno che riassume l’intero significato della mia esistenza. Finora non l’avevo mai raccontato. […] È appena atterrato un enorme aereo e io, nella mia qualità di capo dell’aeroporto, devo effettuare il controllo dei passaporti.


Davanti a me ci sono tutti i passeggeri dell’aereo, in attesa. All’improvviso vedo una strana figura, un vecchio cinese dall’aria antica, vestito di stracci ma dall’aspetto regale, che emana un tanfo terribile. Aspetta di poter entrare.


Si ferma davanti a me senza dire una parola. Non mi guarda nemmeno. È totalmente assorbito da se stesso.


Guardo la targhetta che ho sulla scrivania sulla quale sono scritti il mio nome e la qualifica, il che dimostra che qui comando io. Ma non so cosa fare. Ho paura di farlo passare perché è molto diverso, e poi non lo capisco. Temo fortemente che, se lo lascerò passare, sconvolgerà la mia tranquilla esistenza. Ricorro allora a una scusa che è una bugia che mette a nudo la mia debolezza.


Mento come farebbe un bambino. Non riesco a decidermi ad assumere le mie responsabilità. Dico: “Vede, non ne ho il potere. In realtà non sono io che comando qui. Devo chiedere ad altri”.


Chino il capo per la vergogna. Dico: “Attenda qui, torno subito”. Mi allontano per prendere una decisione, ma non decido nulla. Indugio e continuo a chiedermi se al mio ritorno lui ci sarà ancora. Ciò che mi paralizza è che non so se ho più paura che lui ci sia oppure che non ci sia più. Sono trent’anni che ci sto pensando. Ho capito molto bene che c’era qualcosa che non andava nel mio naso, non nel suo odore, eppure non sono mai riuscito a persuadermi a tornare indietro e a lasciarlo passare, oppure a cercare di scoprire se mi aspetta ancora.”


Federico Fellini, Io, Federico Fellini, a cura di Charlotte Chandler, Mondadori, Milano 1995, pp. 83-84.



1. Introduzione: l’ostilità verso i Rom in Italia


Il 17 maggio 2000, Paolo Frigerio, sindaco di Cernusco sul Naviglio (Milano), ha reso una dichiarazione pubblica. Secondo le cronache di stampa e televisione, Frigerio ha detto che avrebbe pagato cinque milioni di lire tratti dal bilancio comunale a un contadino per spargere liquame in un’area cittadina in cui un gruppo di Rom aveva temporaneamente installato le proprie roulotte. Secondo il sindaco: “è l’unico sistema per pareggiare i conti con gli zingari, un atto di giustizia, visto quello che ci lasciano in eredità prima di andarsene.”1


 


Il sindaco Frigerio non è stato il solo a usare questi toni contro i Rom. La Lega Nord usa di frequente un linguaggio razzista e ostile verso i Rom nelle sue dichiarazioni pubbliche. Durante la campagna per le elezioni regionali dell’aprile 2000, Umberto Bossi ha distribuito volantini con lo slogan: “Se non volete zingari, marocchini e delinquenti a casa vostra, se volete essere padroni a casa vostra in una città vivibile, votate Lega Nord.”2 Alle elezioni regionali del 16 aprile 2000, il centro-destra e l’estrema destra, compresa la Lega Nord, hanno ottenuto la maggioranza.3


La campagna elettorale – specialmente quella dei partiti di destra – presentava espliciti messaggi contro i Rom. Per esempio, a Voghera, il candidato di centro-destra Aurelio Torriani ha distribuito volantini per screditare l’avversario di centro-sinistra Antonella Dagradi con lo slogan: “Gli zingari voteranno di certo Antonella Dagradi. Vuoi fare lo stesso?”. Al raduno tenuto dalla Lega Nord nella stessa città, guidato dal deputato Mario Borghezio4, i sostenitori della Lega Nord hanno recitato quella che loro chiamano “la preghiera dello zingaro”, che dice: “un bel milione dacci al mese, tanto il Comune non ha altre spese, dacci una casa con priorità, perché siam nomadi ma restiamo qua, non vorremmo però essere ‘gasati’ dai Vogheresi oggi un po’ incazzati”. Il testo era stato fatto circolare su dei volantini.5


 


Le dichiarazioni incendiarie dei politici trovano un terreno fertile. Delle recenti inchieste rivelano che gli Italiani non hanno simpatia e temono i Rom, spesso sulla base di modeste o addirittura nessuna esperienza diretta. Un’indagine sulle paure infantili compilata dall’Istituto Ricerche Economiche e Sociali (IRES) del Piemonte, condotta su 1521 bambini di età compresa tra 8 e 9 anni, ha rivelato che il 36% di chi teme il fatto di stare all’aria aperta (il 60% di tutti i bambini), si giustifica adducendo il pericolo di “drogati, zingari e marocchini”.6 L’82% degli intervistati dichiara che le loro paure derivano da informazioni che ricevono da genitori e insegnati oppure indirettamente.7 Analogamente, nell’ottobre 1999, il Centro di Documentazione per la Solidarietà con i Nomadi della comunità religiosa Sant’Egidio ha condotto un’inchiesta su circa duecento persone in Lombardia; alla domanda: “Siete favorevoli all’installazione di campi nomadi autorizzati nella regione?”, circa il settanta per cento degli intervistati ha dato una risposta negativa, motivandola così: “rubano”, “sono sporchi”, “rapiscono i bambini” e “non lo so”.8


 


In Italia sono largamente diffusi gli stereotipi ostili ai Rom. La trasmissione “La Zingara” conferma e diffonde ogni sera l’immagine tradizionale della “gitana” vestita di abiti dai mille colori, con vistosi gioielli, una cartomante dal fascino misterioso e ambiguo, tra il magico e il cialtronesco. Il carrozzone della scenografia ricorda la vita girovaga, mentre la risata sardonica che commenta le fasi del gioco aggiunge un tocco di inquietudine. Secondo alcune tradizioni locali, i Rom sarebbero i fabbricanti dei chiodi della croce di Gesù Cristo9; in tutta Italia è diffusa la diceria che i Rom rapiscono i bambini e portano danni e sventure. Nella lingua italiana ci sono varie espressioni ostili ai Rom. Per esempio, in romanesco è comune dire “sei proprio uno zingaro” per accusare qualcuno di rubare, mentire o in genere di essere sleale. In molti dialetti, dire a qualcuno “vai in giro come uno zingaro” è un modo per dire che ha bisogno di un bagno o che si veste male. Il 92% dei 1521 bambini interrogati dall’IRES del Piemonte hanno dichiarato, senza aver ricevuto nessuna indicazione, che hanno paura degli zingari “perché rapiscono i bambini”.10


 


Alla base dell’azione del governo italiano nei confronti dei Rom, c’è la convinzione che questi siano “nomadi”. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, dieci regioni italiane hanno adottato delle leggi per “la protezione delle culture nomadi” attraverso la costruzione di campi segregati.11 Questo progetto ha reso ufficiale la percezione che tutti i Rom e Sinti siano nomadi e che possano vivere solo in campi isolati dal resto della società italiana.12 Il risultato è che molti Rom sono stati effettivamente forzati a vivere la romantica e repressiva immagine degli Italiani; le autorità italiane sostengono che il loro desiderio di vivere in vere case non è autentico e li relegano in “campi nomadi”. M. D., una ragazza di vent’anni, fa parte di una famiglia di Sinti italiani che vive in caravan e viaggia d’inverno in Italia e l’estate in Germania e in Svizzera; eppure alla domanda dell’ERRC se volesse continuare a vivere sempre così, lei ha risposto: “No, cerchiamo una casa e una vita come la vostra.”13 Questa e molte altre simili sono voci che non raggiungono le sorde orecchie delle autorità e dei semplici cittadini italiani non rom. Per esempio, un delegato italiano ha spiegato al Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite, nel marzo del 1999, che i Rom, essendo nomadi per natura, preferiscono stare nei campi.14


La teoria “nomade” è usata molto spesso come giustificazione per escludere i Rom dalle responsabilità e dalle scelte normalmente accordate alle persone adulte.


La descrizione dei Rom come “nomadi” non è usata solo per segregare i Rom e per ridurli a una condizione infantile, ma anche per rinforzare l’idea corrente che i Rom non sono italiani e che non hanno nulla a che fare con l’Italia. La smisurata sensibilità antropologica delle autorità italiane funziona solo in negativo, per eliminare la possibilità di considerare i Rom come parte integrante della società italiana. Così, gli uffici che si occupano di Rom sono chiamati “Uffici nomadi” e ricadono nella sfera di competenza della politica dell’immigrazione. Analogamente, l’esistenza di uffici locali per “Stranieri e nomadi” indica che i Rom appaiono agli occhi dell’autorità italiana come stranieri e vagabondi. Questi uffici sono responsabili anche per i Rom e i Sinti che non sono affatto immigrati ma cittadini italiani a tutti gli effetti.


 


In seguito a continui rapporti su discorsi ostili ai Rom pronunciati da politici italiani e a preoccupanti relazioni sulle violenze delle forze dell’ordine italiane nei confronti dei Rom, l’ERRC ha iniziato una ricerca nel 1997, con una breve esplorazione sul campo. Dal 1998 a oggi, l’ERRC ha regolarmente monitorato la situazione italiana, tramite un corrispondente dal Nord Italia e uno a Roma, competente anche per l’Italia meridionale. Nel gennaio 1999 è stata condotta una lunga ricerca sul campo. Inoltre, l’ERRC ha mantenuto regolari rapporti con varie organizzazioni non governative italiane che agiscono nel campo dei diritti dei Rom e delle minoranze. Il presente rapporto è basato su queste ricerche.


A questa introduzione, segue qualche cenno sulla storia dei Rom in Italia, una storia che ha condotto all’odierna segregazione razziale. Successivamente, viene presentata la documentazione sugli abusi delle autorità italiane, compresi i casi estremi come la morte di Rom provocata dalle forze dell’ordine. L’ERRC sottolinea la massiccia distruzione delle proprietà e delle abitazioni dei Rom e documenta il recente intensificarsi dell’azione delle autorità italiane per espellere i Rom dall’Italia. Il quarto capitolo mostra abusi e discriminazioni da parte di privati cittadini, specie nell’accesso ai pubblici servizi. Infine, il rapporto esamina le violazioni dei diritti dei Rom nei campi dell’istruzione e del lavoro. In conclusione, l’ERRC esamina gli sforzi del governo italiano nella lotta contro la discriminazione razziale, specie alla luce delle critiche mosse dal Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite (CERD). Il rapporto si chiude con alcune specifiche raccomandazioni al governo italiano per migliorare la situazione nel campo della tutela dei diritti dei Rom.



2. I Rom in Italia: la segregazione razziale


 


I primi Rom arrivarono in Italia dall’est, probabilmente dopo aver lasciato l’India intorno al decimo secolo d.C. ed essere entrati in Europa attraverso i Balcani verso la fine del XIV secolo.15 La prima notizia che attesta la presenza di Rom in Italia risale all’inizio del Quattrocento.16 I primi Rom arrivati in Italia erano non meglio specificati “Cingani” – “zingari” nel lessico dei cronisti dell’epoca – che erano apparsi a nord, nella zona alpina, e a sud, probabilmente arrivati dalla Grecia dopo avere attraversato l’Adriatico.17 La documentazione attesta delle comunità rom insediate in Abruzzo e in Molise a partire dal XV secolo.18 Contemporanee alle prime notizie dell’arrivo dei Rom, sono quelle sulle prime espulsioni e persecuzioni; per esempio già nel 1500 l’imperatore Massimiliano I decreta che “bruciare o uccidere uno zingaro” non è un crimine.19


 


L’idea dello “sporco zingaro” fa parte storicamente della concezione italiana del Rom. Nel passato, in alcune zone d’Italia, il colera era chiamato “lo zingaro”.20 Ancora nel XX secolo, i Rom erano associati alla malattia; il 21 agosto 1910, il Ministero degli Interni emanò una circolare in cui si ordinava la sorveglianza, l’isolamento e la disinfestazione degli zingari nel regno, sospettando che l’epidemia di colera scoppiata nella provincia di Bari fosse dovuta al loro arrivo.21 In seguito all’ordinanza, un gruppo di Rom fu disinfestato ed espulso dall’Italia.22


 


La discriminazione ha gravato sui Rom durante tutta la loro storia in Italia. A Bologna, durante la peste del 1630, un bando rifiutava ai Rom malati l’accesso al lazzaretto.23 Nel 1663, a Milano un decreto lasciava impunito “l’assassinio di zingari e la sottrazione di beni personali” dai loro cadaveri.24 L’ostilità contro i Rom diventò sempre più programmata tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. I diffusi sospetti e timori erano sfruttati da antropologi che componevano l’immagine del nomade pericoloso, irrispettoso delle frontiere, pigro e ladro, opposto al buon italiano raffigurato come patriota, gran lavoratore e onesto uomo di casa.25 Psichiatri e giuristi aggiunsero i loro tocchi a questo quadro. Per esempio, il famoso criminologo Cesare Lombroso descrisse gli zingari come una razza di criminali che uccidono facilmente per denaro.26 Antonio Capobianco, un giudice napoletano, scrisse nel 1914 che erano necessarie severe misure di controllo sullo “zingaro”, aggiungendo che “è più simile all’animale che all’uomo […], riproduce nella sua propria persona gli istinti feroci dell’umanità primitiva”.27


 


Dopo la prima guerra mondiale, altri 7000 Rom entrarono in Italia. Nei primi anni, l’attività economica prevalente di questo gruppo era quella dei servizi porta a porta, come piccole riparazioni e rifiniture di oggetti in metallo.28


Centinaia di migliaia di Rom morirono durante l’olocausto. Le leggi razziali italiane del 1938 non includevano i Rom allo stesso modo che gli ebrei, ma molti Rom e Sinti furono internati durante la guerra nei campi di concentramento sparsi per la penisola, dove subirono condizioni di vita estremamente dure.29 La persecuzione dei Rom in Italia non fu feroce come altrove30, ma molti Rom oggi in Italia sono discendenti diretti di vittime dell’olocausto e questa memoria continua a pesare sull’intera comunità rom.


Si noti che praticamente tutti i Sinti e i Rom presenti in Italia prima dell’inizio dell’immigrazione degli anni ‘60, sono legalmente cittadini italiani, anche se questo è un dato che si tende a dimenticare. Circa 40 000 Rom sono arrivati in Italia durante gli anni del miracolo economico e ancora nei seguenti anni ‘70 e ’80.31 Più di recente, le guerre nella ex-Jugoslavia hanno portato ancora Rom in Italia. Ai nuovi arrivati è stata applicata dalla società italiana la stessa confusa immagine di “zingaro”, con tutte le conseguenze connesse, che si attribuisce indistintamente sia ai Sinti che ai Rom già presenti in Italia.32


 


Non ci sono cifre precise sull’attuale presenza di Rom in Italia. Una dato ufficiale parla di 130 000 persone, ma il metodo usato per questa stima non è noto all’ERRC.33 Nel 1995, l’ONG Minority Rights Group, con sede a Londra, ha stimato una cifra compresa tra 90 000 e 110 000.34 Alcune ONG italiane stimano che al momento ci sono tra 60 000 e 90 000 Rom di cittadinanza italiana e altri 45 000 70 000 nati all’estero o in Italia da genitori immigrati, soprattutto dall’Europa orientale, in particolare dalla ex-Jugoslavia.35


Quando i politici italiani parlano di boom dell’immigrazione36, puntano sul popolare legame tra immigrati e Rom. Per molti Italiani, i Rom sono l’archetipo dell’indesiderato immigrante “criminale”. Questo sentimento ha raggiunto l’apice quando circa dieci mila rifugiati rom sono arrivati in Italia dal Kosovo nell’estate 1999, per sfuggire alla “pulizia etnica” albanese seguente alla fine dei bombardamenti NATO e della presenza militare serba nella regione.37


 


La maggior parte dei Rom in Italia vive in una condizione di isolamento dal resto della società. Per oltre metà dei Rom la separazione è fisica: in certe zone sono segregati, vivono in condizioni di estrema povertà e degrado, privi delle minime infrastrutture. Questi Rom occupano edifici abbandonati o sono installati in campi lungo le strade o in spazi non recintati. Possono essere soggetti a sgombero in ogni momento, e questa possibilità si realizza di frequente. Una società razzista spinge questi Rom ai margini e impedisce la loro integrazione. I loro stanziamenti sono spesso definiti “illegali” o “abusivi”. Quando le autorità italiane hanno speso energie e risorse per i Rom, in molti casi l’hanno fatto senza mirare all’integrazione nella società italiana. Al contrario: l’Italia è il solo paese in Europa a promuovere un sistema di ghetti, organizzato e sostenuto pubblicamente, con lo scopo di privare i Rom di una piena partecipazione alla vita italiana, o addirittura di avere un contatto e dei rapporti con essa. Questi Rom vivono, secondo il gergo italiano, in “campi” o squallidi ghetti, questi “autorizzati”.38


 


La taglia dei campi varia: possono ospitare da una dozzina di persone, come per esempio uno dei campi abusivi di via Castiglia a Milano, a oltre millecinquecento, come il grande campo abusivo Casilino 700 di Roma.39 Circa il 95% dei Rom residenti nei campi visitati dall’ERRC erano immigrati o figli di immigrati; gli altri, Rom o Sinti italiani.40 Circa il 70% degli immigranti rom provengono dalla ex-Jugoslavia. Un altro gruppo importante (circa il 25%) proviene dalla Romania; il restante 5% è composto di piccoli gruppi e individui di vari paesi. I campi più piccoli, che ospitano da 15 a 30 persone, in genere sono abusivi. I campi autorizzati di solito comprendono almeno un centinaio di persone.


 


I campi cercano di comprendere Rom di un’unica nazionalità oppure, dove sono grandi, sono suddivisi in sezioni secondo il luogo di origine, per esempio quelle “bosniaca”, “kosovara”, “serba” e “rumena”. In certi casi, i campi sono molto vicini a residenze – legali o abusive – per gruppi di immigranti non rom. I. B., residente in un campo abusivo nella zona industriale di Eboli-Battipaglia, ha mostrato all’ERRC un mulino diroccato a circa cinquanta metri dal campo, dove vivevano dei Marocchini.41 Anche molti Rom italiani vivono nei campi: nel periodo della visita dell’ERRC (gennaio 1999), ce n’erano tra 100 e 150 nelle roulotte del campo di via Vallenari, a Mestre. Un altro gruppo, più o meno della stessa dimensione, viveva sempre in roulotte nel campo abusivo di Bella Sofia, a Palermo.


 


Molti dei Rom che l’ERRC ha incontrato durante la sua missione erano nati in Italia da genitori non italiani. Tra quelli nati all’estero, la maggior parte aveva vissuto in Italia negli ultimi trent’anni senza interruzioni. Tuttavia, poiché le autorità italiane rifiutano di rilasciare permessi di soggiorno e quindi certificati di residenza ai Rom42, questi immigrati non hanno modo di provare ufficialmente quanto tempo sono stati in Italia. V. M., 32 anni, residente al campo di Secondigliano (Napoli), durante l’intervista ha dichiarato di non poter dimostrare di abitare lì con la sua famiglia da sette anni.43 O. O., 45 anni, anche lui in Italia da sette, ha detto di non avere ancora ricevuto nessun documento definitivo. Stando a quanto dichiara O. O., la risposta che ha ottenuto dal responsabile del Comune per gli immigrati è stata: “Non c’è posto a Milano per voi Rom musulmani.”44


 


Alcuni dei Rom con i quali l’ERRC ha parlato sono riusciti ad ottenere un permesso di soggiorno, soprattutto quelli che sono in Italia da lungo tempo. Alcuni hanno legalizzato la loro posizione con permessi temporanei validi per dei periodi che possono variare, ma sempre brevi. Il permesso più lungo riscontrato dall’ERRC apparteneva a F. S., stabilito in Italia da trent’anni: era valido per due anni. La maggior parte dei permessi mostrati all’ERRC era valida per periodi tra uno e sei mesi. I costumi matrimoniali tradizionali spesso non sono riconosciuti dalle autorità italiane, così molte famiglie rom restano in posizione illegale anche quando il capofamiglia ottiene il suo permesso. I soli Rom nati all’estero o in Italia, ma da genitori nati all’estero in possesso di cittadinanza italiana, che l’ERRC ha incontrato, erano quelli abbastanza fortunati da vivere in uno di quei pochi campi dove operano ONG attive e competenti in campo legale.45


 


La maggior parte dei campi autorizzati è circondata da muri o recinti. In molti casi, un sistema di guardiani li rende dei luoghi ad accesso regolamentato, violando così la libertà di movimento tanto dei Rom che ci vivono che dei visitatori.46


Un guardiano non rom in un campo autorizzato, T. C., 30 anni, ha spiegato all’ERRC che nel campo c’erano molte persone “ristrette”, ossia agli arresti domiciliari, che non potevano mai uscire dal campo, o solo in certe occasioni. Ma nei campi autorizzati, anche chi non ha pendenze penali subisce in qualche modo un controllo permanente, mentre le persone nei campi abusivi sono soggette a controlli periodici. In tutti i campi, tranne quello di Zelarino a Mestre, l’ERRC ha constatato che le relazioni tra l’amministrazione del campo e gli abitanti è fondata sulla reciproca diffidenza e sul timore.


 


L’ERRC non ha mai visto campi lontani da città o paesi. La maggior parte sorge nelle periferie, spesso nelle aree ancora di competenza della città principale. Qui si possono trovare sia campi autorizzati che abusivi. Per esempio, rientrano nel territorio comunale di Roma i campi autorizzati Tor de’ Cenci e Casilino 900, e quello abusivo Casilino 700; nel territorio comunale di Milano rientra il campo abusivo in via Castiglia.


 


Non c’è sempre una significativa differenza della qualità della vita tra campo autorizzato e campo abusivo. I Rom occupano baracche di fortuna, containers e vecchie roulotte. Di rado nei campi autorizzati ci sono delle baracche prefabbricate (per esempio alla Muratella, a Roma) o qualche tenda fornita dall’autorità municipale. I nuovi arrivati di solito sono ospitati dai residenti di lunga data, finché non possono comperare una roulotte o costruire una propria baracca. In circa un terzo dei campi visitati dall’ERRC, il terreno era ricoperto d’asfalto – bollente d’estate –, solette di cemento o piccole pietre. Negli altri, il suolo era solo terra che diventa fango a ogni pioggia e produce nuvoloni di polvere d’estate. Al Casilino 700 di Roma, molte baracche sono state costruite su pali per alzare il pavimento dal fango. In circa la metà dei campi ci sono pochi alberi; gli altri ne sono privi del tutto. Stando a quanto si dice, in alcuni dei più grandi campi autorizzati circola droga. Per esempio, è stato riferito all’ERRC che nel gennaio 1999 su circa 350 residenti nel campo autorizzato dell’Olmatello a Firenze, un cinquantina erano detenuti per spaccio.


 


Circa tre quarti dei campi hanno acqua corrente e luce elettrica. L’acqua può essere fornita gratis dal Comune in qualche campo autorizzato, oppure a pagamento, con tariffa ridotta o piena, o ancora può essere rubata dai Rom. Lo stesso accade per l’elettricità. Nei campi abusivi di solito si rubano acqua e luce, ma ci sono anche delle eccezioni: il Comune di Firenze fornisce l’acqua e persino delle docce a un campo abusivo. Tuttavia, le otto docce (che erogano solo acqua fredda) sono montate all’aperto, su una piattaforma di cemento in mezzo al campo. All’ERRC l’hanno fatto notare tra le risate: chi mai si farebbe la doccia sotto gli occhi di tutti? All’epoca della visita, le docce erano usate per fare il bucato.


 


Nel gennaio 1999, il campo autorizzato del Poderaccio, periferia di Firenze, otteneva la luce dal Comune. Non è stato installato un contatore per famiglia, ma solo uno ogni otto famiglie. In questo modo nessuno può sapere quanto consuma ogni nucleo, e tantomeno la quota della bolletta spettante a ognuno.


 


Non è stato riscontrato nessun campo con una fogna adeguata. Dei trenta campi visitati dall’ERRC, solo quello autorizzato di via Rismondo a Padova aveva un’attrezzatura più o meno sufficiente, con una toilette ogni due famiglie. Qualche campo ha dei wc chimici portatili; si tratta di gabbiotti di plastica delle dimensioni di una cabina telefonica che possono essere usati da una persona alla volta. In tutti i campi visitati, il loro numero era inferiore ai bisogni, con qualche caso limite: al Casilino 700 c’erano una dozzina di wc chimici per circa 1500 persone. Questi apparecchi hanno bisogno di frequente manutenzione curata da personale specializzato; in caso contrario diventano rapidamente inutili e brutti monumenti alla negligenza dell’amministrazione comunale, mentre per chi passa di là confermano che i Rom puzzano e sono sporchi. Nel campo autorizzato della Favorita a Palermo, circa 1000 abitanti, non c’era nessun tipo di toilette quando l’ERRC ha fatto la sua visita.


 


Le autorità bloccano gli sforzi fatti dagli stessi Rom per migliorare le loro condizioni di vita. Spesso non permettono che si costruiscano casa nei campi. Più volte l’ERRC ha parlato con Rom che cercavano di ottenere l’assicurazione che, nel caso avessero costruito una casa nel campo, poi il Comune non l’avrebbe fatta demolire. Alcuni avevano chiesto il permesso di costruirsi un alloggio adeguato in un terreno che il Comune avrebbe indicato loro. L’ERRC non è al corrente di casi in cui si è raggiunto un accordo.47


 


La storia di F. S., 52 anni, abitante al Casilino 900, è particolarmente significativa. Originario della ex-Jugoslavia, F. S. è arrivato in Italia nel 1969 e da allora non si è più mosso. Con la sua famiglia, si era costruito una baracca nel vecchio campo Casilino, in un luogo che si trova ai piedi di una collina, circa 150 metri fuori dall’attuale campo. “Mio padre è morto qui nel campo. Noi siamo qui da trent’anni e non abbiamo ancora potuto avere una casa. Nel 1985 le autorità hanno distrutto la vecchia baracca ai piedi della collina.” F. S. ha raccontato che all’epoca c’erano altri non Rom, dalla Calabria e dalla Sicilia; anche loro vivevano in baracche provvisorie. “Adesso vivono lì” ha detto indicando dei complessi residenziali lontani circa 500 metri: “lo stato gli ha dato una casa, perché è il loro stato. Siccome noi non abbiamo stato, non possiamo avere una casa”. F. S. ha detto di avere più volte fatto domanda al Comune per avere i permessi, ma glieli negano sempre e lo avvisano che se lui costruisse senza, la struttura sarebbe abusiva e dovrebbero demolirla.48



3. Abusi della polizia e delle autorità giudiziarie


Il sentimento xenofobo e la forte ostilità nei riguardi dei Rom, coagulati attorno ai campi-ghetto sparsi per l’Italia, hanno trovato un’espressione viscerale nei raid abusivi condotti dalla polizia e da altre autorità. La cattiva condotta della polizia va dai semplici insulti alle serie minacce fisiche e agli spari. Durante le missioni del 1997 e del 1999 e nel corso del regolare monitoraggio iniziato nel 1998 e tuttora in corso, l’ERRC ha raccolto numerosi episodi di abuso. È quasi certo che nel periodo corso tra la redazione e la pubblicazione di questo rapporto, altri casi di violazione dei diritti dei Rom hanno avuto luogo in Italia.


 


3.1 Irruzioni abusive, sgomberi e danni arbitrari alla proprietà


La polizia e le altre forze dell’ordine compiono irruzioni abusive nei campo-ghetto rom.49 Nella maggior parte dei trenta campi visitati dall’ERRC, i Rom hanno parlato delle irruzioni della polizia come di un evento regolare nella vita del campo. In genere i poliziotti entrano nel campo in numero compreso tra 4 e 20; a volte delle azioni eccezionali su larga scala coinvolgono oltre cento uomini. Il blitz si svolge per lo più a tarda notte o all’alba – i residenti nel campo non sono avvisati – e procede baracca per baracca. In qualche caso, gli agenti ordinano alle persone di lasciare l’abitazione. Dal momento che molti dei campi autorizzati hanno un unico indirizzo collettivo, la polizia con un solo mandato può in effetti entrare in qualsiasi baracca del campo. In molti casi, gli agenti hanno buttato fuori i Rom e distrutto le loro proprietà.50 Le vittime di alcune irruzioni che non avevano lo scopo di sgomberare il campo hanno dichiarato che la polizia non li ha informati dei motivi della loro azione. Se un Rom chiede spiegazioni, di solito la reazione è offensiva e capita che proprio non ci sia risposta, oppure che sia aggressiva o piena di insulti violenti e razzisti nei confronti di chi ha domandato informazioni. L’ERRC ha condotto lunghe interviste con i testimoni oculari di irruzioni: nessuno ricorda che la polizia abbia mostrato le autorizzazioni scritte.


 


I Rom residenti nel campo di via Salviati, nella periferia di Roma, hanno fornito all’ERRC una testimonianza al riguardo. D. B., 30 anni, ha raccontato: “Questa mattina, un po’ prima delle sei, circa trenta poliziotti sono arrivati al nostro campo, con elmetto, maschere antigas e manganelli. Come al solito sono arrivati gridando e facendo un gran rumore. Hanno detto che dovevano controllare i documenti di tutti i capofamiglia. Ci hanno costretti a radunarci nello spiazzo e poi ci hanno portato alla centrale. Ci hanno tenuti là per dodici ore senza darci spiegazioni. Non ci hanno nemmeno dato nulla da mangiare.”51 Descrivendo lo stesso episodio, T. K., 25 anni, ha detto: “La polizia ha fatto cose crudeli. Sono arrivati alle sei del mattino. Hanno arrestato un gruppo di noi, ma non ci hanno portato subito in centrale. Prima ci hanno portato al quartiere San Basilio, qui vicino, e ci hanno chiuso in un garage. Ci hanno tenuto là per due ore, nel buio, e ci hanno detto di stenderci a faccia in giù e di non muoverci. Ci hanno chiamato uno alla volta per vedere i documenti. Dopo due ore hanno controllato tutti, però ci hanno portato ancora alla centrale.”52 T. K. ha detto all’ERRC di pensare che i poliziotti italiani sono razzisti.


Nel campo di San Donnino a Firenze, le signore K. K., 60 anni, e S. K., 39 anni, hanno testimoniato su un’irruzione nel loro campo: sono arrivati circa venti poliziotti in uniforme, con i mitra. Hanno fatto uscire tutti dalle roulotte e dalle baracche, hanno fatto le perquisizioni e hanno spruzzato ogni cosa dentro le abitazioni con una polvere chimica, dicendo che era per la disinfestazione. Stando al racconto, gli agenti hanno cosparso anche il pane, l’acqua e le pappe dei bambini lasciate aperte e hanno anche preso a calci un bambino di nome A. B.53.


 


S. F., 53 anni, ha raccontato all’ERRC che il 10 gennaio 1999 ha visto arrivare otto carabinieri su due macchine al campo della Favorita di Palermo: prima hanno perquisito le roulotte e le baracche senza produrre alcun documento o dare altre spiegazioni. L. D., leader informale del campo, ha chiesto agli agenti che cosa stessero facendo. Stando al racconto, per risposta ha avuto delle spinte e un agente gli ha puntato una pistola alla testa. Nel frattempo una piccola folla dal campo si era radunata intorno, respingendo i carabinieri, e rompendo anche i finestrini delle loro macchine. Mentre se ne stavano andando, uno dei carabinieri ha sparato due colpi in aria. Pochi minuti dopo, l’entrata del campo è stata bloccata da altre due macchine dei carabinieri. Circa un’ora dopo, quattro militari hanno fermato S. E., 16 anni, nipote di L. D., di ritorno da una partita di calcio, e lo hanno picchiato con i manganelli davanti a tutti. Poi l’hanno portato in caserma. Stando al racconto, un amico italiano ha assistito al pestaggio e ha informato L. D. che ha chiamato il comandante dei carabinieri; quest’ultimo ha riportato il ragazzo al campo, scortato da due agenti. Stando al racconto, l’ufficiale ha chiesto che L. D. non “facesse casino”, denunciando il caso. L. D. ha raccontato di avere accettato, in cambio di un riconoscimento verbale della sua autorità nel campo.54


 


Nel campo abusivo Masini, nella periferia di Firenze, N. S., 31 anni, ha raccontato che nel 1998 ci sono state cinque o sei irruzioni della polizia. L’ultima prima della visita dell’ERRC era stata fatta nell’autunno del 1998. In quella occasione, la polizia era entrata con i cani alle 4.30 circa, ordinando a tutti, ancora addormentati, di uscire da roulotte e baracche, e poi aveva iniziato la perquisizione. Pioveva, ma i poliziotti non permettevano a nessuno di rientrare per ripararsi o per recuperare almeno dei vestiti adatti. Apostrofavano i Rom con “zingari bastardi” e “sporchi zingari”.55 Offese pesanti sono riferite anche da T. B., 47 anni, del campo della Muratella a Roma: “Durante i raid, i poliziotti chiamano noi donne ‘zingare puttane’.”56


 


Nel campo autorizzato Borgosattolo a Brescia, B. L., 58 anni, ha raccontato che la polizia arriva almeno due volte alla settimana, senza un motivo preciso. Di solito, due o tre agenti in uniforme arrivano in una macchina. B. L. ha definito questa abitudine col termine “molestia”. Secondo il suo racconto, il 18 gennaio 1999 circa cinquanta poliziotti hanno fatto irruzione nel campo. Le testimonianze concordano sul fatto che non sono state date spiegazioni. Gli agenti hanno controllato i documenti di tutti e sono ripartiti senza arrestare nessuno.57


 


Una caratteristica comune delle irruzioni delle polizia e delle autorità municipali nei ghetti rom è la distruzione abusiva della proprietà e delle abitazioni.58 Nei campi, né le roulotte né le baracche sono considerate delle costruzioni legali dalle autorità italiane, al di là del fatto se il campo stesso sia autorizzato o abusivo. Per minacciare o punire qualcuno di un campo autorizzato, le autorità minacciano di demolire la sua abitazione. Tali minacce sono messe in atto di frequente. Le autorità italiane hanno demolito le abitazioni di Rom senza nemmeno un pretesto e in tali occasioni non sono offerte delle valide alternative.


 


A Milano, l’ERRC è stata informata, il 27 gennaio 1999, da R. P., 29 anni, uno dei rom attivisti informali del quartiere di via Castiglia. Con la sua famiglia allargata, parenti e amici, R. P. stava occupando una vecchia casa di cinque piani. La casa aveva l’acqua corrente ma non la luce. I Rom vi si sono trasferiti due settimane prima della visita dell’ERRC, dopo una serie di traslochi forzati. Il 12 gennaio 1999, la polizia aveva distrutto le loro roulotte (una trentina) nel campo di via Novara, a Milano, dove erano rimasti per circa quattro mesi, dall’agosto 1998. In precedenza erano stati in un altro campo milanese, in via Gioia, dove già le loro abitazioni erano state distrutte dalle autorità. R. P. ha raccontato all’ERRC che il suo gruppo è stato spinto da un campo abusivo all’altro, con sgomberi forzati alla media di uno ogni quattro o cinque mesi. La polizia li aveva anche minacciati di “levarsi di torno, altrimenti sequestreremo le vostre roulotte e le vostre macchine”.59


Gli osservatori ERRC sono stati portati in seguito dove sorge un campo abusivo, in uno spiazzo vuoto tra due edifici, che si trova presso la casa occupata da R. P.; la mattina precedente, il 26 gennaio 1999, viene riferito, sei roulotte erano state schiacciate dai bulldozer. È stato possibile vedere e documentare la presenza di una pila di due metri di rottami rimasti dalla demolizione. In un altro spiazzo vuoto dall’altra parte della strada c’erano cumuli simili, solo un po’ più piccoli, e due donne con un bebè che sedevano per terra, su alcune borse. Una donna stava piangendo. Le autorità avevano concluso il loro lavoro meno di un’ora prima, distruggendo le loro tre roulotte. Le donne, M. I. e D. C., hanno raccontato che erano in dodici a vivere lì, nove uomini e tre donne, tutti rom rumeni. I loro mariti erano andati al lavoro presto, verso le sei del mattino, e non sapevano ancora che cosa era accaduto. M. I. ha detto che erano arrivati circa quindici agenti, dicendo loro che dovevano lasciare le roulotte e che avevano venti minuti di tempo per portare via le loro cose. La bambina aveva otto mesi. Questi Rom, rimasti senza un tetto, hanno occupato un’altra casa vuota dei dintorni. L’ERRC ha continuato a seguire la vicenda: per circa tre mesi le famiglie rom sono rimaste lì. Poi, il 14 aprile 1999, alle 8.30, la polizia è arrivata e ha sgomberato circa cento persone dalle due case fatiscenti di via Castiglia.60 Lo sgombero è stato eseguito da un trentina di poliziotti. Hanno dato due ore per portare via tutto. Poiché molti uomini erano al lavoro e le mogli non avevano modo di avvisarli rapidamente, il tempo a disposizione era troppo poco. Quando tutti i Rom hanno lasciato le case, le porte sono state murate. I beni e i documenti di quei Rom che nel frattempo non erano stati trovati e avvisati sono rimasti murati dentro.


 


L’operazione di via Castiglia è stata promossa dal Comune, proprietario degli immobili. Gli amministratori hanno dato due possibilità agli occupanti. La prima prevedeva che donne e bambini fossero ospitate secondo un programma della protezione civile, separando così le famiglie. L’altra possibilità era di trasferirsi nel campo di via Barzaghi, nella periferia della città. In via Barzaghi non c’è alcun tipo di infrastruttura, mancano del tutto bagni, acqua, luce, non ci sono baracche o altri rifugi. Il 19 aprile 1999 una delegazione formata da rappresentanti dei Rom sgomberati e da membri di ONG locali ha avuto un incontro con alcuni membri del consiglio comunale; era presente anche l’osservatore dell’ERRC per l’Italia del nord. La delegazione ha cercato di chiarire ai consiglieri che i Rom volevano una soluzione abitativa adeguata. Il consigliere Fumagalli forse sinceramente, forse in malafede ha detto che non ci credeva: i Rom vogliono stare in un campo, non in una casa.


 


Il 23 gennaio 1999, I. B., 34 anni, e sua moglie, che allattava un bambino di circa un anno, hanno portato gli osservatori dell’ERRC nel campo abusivo della zona industriale di Eboli-Battipaglia, dal quale, con altri Rom, erano stati sgomberati il giorno prima tra le tre e le quattro del pomeriggio.61 I. B. ha raccontato che le prime due macchine che sono arrivate portavano otto agenti in divisa, mentre in altre quattro auto c’erano dodici uomini vestiti in borghese, in tutto venti persone. Questi hanno detto ai residenti nel campo che dovevano lasciare il luogo “immediatamente”, altrimenti le autorità avrebbe sequestrato le otto macchine e distrutto le quattro roulotte su quel campo. Quando I. B. ha chiesto il motivo dello sgombero e che gli mostrassero le autorizzazioni, non ha ricevuto risposta né sono stati mostrati dei documenti.


Così i Rom hanno fatto i bagagli e sono partiti in fretta, sotto lo sguardo delle forze dell’ordine. L’ERRC ha potuto vedere brandelli di vestiti e mobili rotti, anche un fornello di metallo, sparsi per il campo; per terra c’erano anche alcuni giocattoli e libri di lettura scolastici. Molte della dozzina di baracche era stata distrutta; in una di quelle rimaste in piedi, gli osservatori ERRC hanno visto dei vestiti ammonticchiati e pacchetti aperti di riso e zucchero. “Avevamo tanta fretta che non abbiamo preso nemmeno la roba da mangiare” ha spiegato la moglie di I. B. Poi il gruppo si è separato, cercando un posto dove passare la notte. I signori B. hanno portato gli osservatori ERRC al nuovo campo improvvisato dove, con i loro parenti, una trentina di persone in tutto, hanno passato la notte seguente lo sgombero. Il posto è nella stessa zona industriale, ma dieci chilometri più in là; sembra una vecchia discarica, ora ricoperta di erba, di fronte a un edificio industriale diroccato. Sono rimasti nelle macchine e in un paio di tende, perché la fabbrica era piena di polvere e inutilizzabile come rifugio; non c’erano acqua e elettricità nelle vicinanze.


C’erano dieci famiglie, circa cento persone, nel vecchio campo sgomberato, tutti Rom di Mostar, in Bosnia. I. B. e sua moglie hanno nove figli, di età compresa tra 11 mesi e 14 anni. Sono arrivati in Italia nel 1990. All’epoca della visita dell’ERRC, non avevano ancora mai avuto un permesso di soggiorno; l’ultima domanda che avevano fatto per ottenerlo risaliva a un mese e mezzo prima. Dal loro arrivo in Italia, non hanno mai avuto un domicilio legale. Le autorità li hanno ripetutamente obbligati a lasciare i luoghi dove si installavano. Nell’ultimo campo erano arrivati nel settembre 1998 e ci sono rimasti sino allo sgombero del 22 gennaio. I. B. ha raccontato di aver vissuto con i suoi parenti per tre anni nella zona industriale, l’hanno girata cambiando posto in media ogni quattro o cinque mesi. In una nuova intervista effettuata il primo aprile 2000, I. B. ha raccontato che la polizia è intervenuta altre sette volte nella zona nei 14 mesi trascorsi dal precedente incontro con l’ERRC.62


 


B. O. del campo abusivo di viale Eritrea a Milano ha raccontato all’ERRC di altri sgomberi; questi capitano circa una volta ogni due mesi. Il campo dove abitava in precedenza era in via Castellammare a Milano; ci ha detto che le autorità diedero “cinque minuti per sgomberare”.63 La polizia interviene a cadenza irregolare, ma almeno una volta ogni sei settimane e fa una multa per sosta vietata a una delle roulotte. La multa è piuttosto salata, l’ultima volta è stata di 800 000 lire. Se la multa non viene pagata, la polizia potrebbe intervenire con un bulldozer e demolire la roulotte.


 


Un’altra serie di irruzioni è avvenuta a Roma, il 28 maggio 2000. Secondo il monitor dell’ERRC sul posto, le testimonianze rese all’ERRC e all’ARCI e le cronache dei mezzi di informazione, nelle prime ore del 28 maggio 2000, più di mille agenti della polizia municipale, carabinieri e membri dell’esercito hanno eseguito una irruzione nei campi dell’Arco di Travertino, della Muratella, di via Candoni-ATAC, della Rustica e della Vasca Navale. Nel campo di via Candoni-ATAC, oltre 200 tra agenti della polizia municipale e carabinieri sono arrivati in tenuta antisommossa, con fucili e manganelli, su delle camionette blindate, accompagnati da due ambulanze e da quattro carri attrezzi e bulldozer. Sono entrati nel campo alle 2.15 circa e hanno iniziato a ordinare alle persone di uscire dalle loro abitazioni – roulotte e baracche. Ai 200 residenti è stato detto di far fagotto, perché sarebbero stati trasferiti altrove. Alcune roulotte sono state rimosse coi carri attrezzi con i loro proprietari ancora dentro. I Rom di via Candoni-ATAC sono stati portati alla Muratella. Stando alle testimonianze, una famiglia bosniaca, i T., con quattro bambini è stata espulsa dall’Italia, ma al momento di chiudere questo rapporto (16 luglio 2000) non c’è stata alcuna conferma ufficiale di questo fatto. Il Consigliere delegato del sindaco di Roma per gli Affari nomadi, Luigi Lusi, era presente all’evento e ha dichiarato all’ERRC che “questa è una semplice e legale operazione per dare a queste persone un posto migliore per vivere”. Quando gli è stato chiesto perché tutto si svolgeva nel cuore della notte e senza nessun preavviso, Lusi ha risposto: “Quando si ha a che fare con criminali, bisogna agire in segreto, altrimenti scappano.”64


 


Alcuni membri dell’ARCI e altri osservatori sono arrivati poco dopo l’inizio del blitz. Secondo la loro testimonianza, la polizia ha ecceduto nell’uso della forza. Durante l’operazione, alcuni agenti hanno spintonato un rappresentante dell’ERRC e usato un linguaggio discriminatorio e violento contro i Rom che assistevano, rifiutando poi di dare le loro generalità all’ERRC e ai giornalisti presenti.


 


Al campo di Vasca Navale, in seguito a una soffiata che avvisava dello sgombero, tutti i novanta abitanti, tranne tre persone, sono fuggiti prima dell’arrivo della polizia. I tre rimasti sono stati portati dalla polizia alla Muratella. Gli agenti hanno detto loro che le roulotte sarebbero state sequestrate, ma gli abitanti avrebbero potuto recuperare più tardi le loro cose. Invece, venti veicoli sono stati distrutti, quattro o cinque confiscati, tutte le baracche rase al suolo e il campo è stato chiuso. L’assessore Amedeo Piva ha dichiarato in seguito ai membri dell’ARCI che la distruzione delle roulotte è stata un “errore” e ci sarebbero stati dei risarcimenti.


 


Al campo dell’Arco di Travertino, oltre cento tra agenti della polizia municipale e carabinieri sono arrivati in tenuta antisommossa, con fucili e manganelli, all’una e mezza circa, portati da un autobus della polizia, accompagnati da un’ambulanza e da due carri attrezzi. Il campo è autorizzato dal Comune ed è equipaggiato con servizi e bagni. Al momento dello sgombero c’erano quaranta abitanti, tutti cittadini italiani o muniti di regolare permesso di soggiorno, tranne uno. Le autorità hanno annunciato che i Rom di Vasca Navale sarebbero stati trasferiti qui, mentre loro dovevano lasciare il campo. Alle dieci e mezzo del mattino di domenica, dopo nove ore di assedio, la polizia ha rivisto i suoi piani e abbandonato il terreno.


 


Durante le operazioni, la polizia ha chiuso tutte le strade nel raggio di un chilometro attorno ai campi. Inoltre, tutto si svolgeva nei giorni di uno sciopero dei giornalisti italiani, impedendo così ogni riscontro pubblico. In una dichiarazione rilasciata alla stampa domenica 28 maggio, il già citato Luigi Lusi ha affermato: “Questa iniziativa [era] coordinata tra il Comune di Roma, tutte le forze di polizia e i servizi per l’immigrazione. Oltre a smantellare i campi abusivi, siamo riusciti a prendere dei pericolosi criminali. Abbiamo trovato in loro possesso oggetti per un valore di oltre un miliardo di lire e grosse macchine costose.” Lusi non ha precisato la natura degli oggetti “trovati” o se erano stati confiscati dalle autorità. Non ha nemmeno specificato la natura delle imputazioni mosse contro i “pericolosi criminali”. Riferendosi a imprecisati individui – e di conseguenza comprendendo tutti i Rom – Lusi ha concluso: “Il Comune di Roma conferma la sua battaglia contro criminalità e delinquenza. Abbiamo cacciato via i delinquenti.”65


 


Il 30 maggio 2000, l’ERRC ha mandato una lettera al primo ministro Giuliano Amato in merito alle azioni violente del 28 maggio, con la quale ha sollecitato una forte condanna del comportamento della polizia e degli atti di razzismo contro i Rom. L’ERRC ha esortato anche a indagare sulle accuse di abuso di potere commesso dagli agenti impiegati il 28 maggio, e a punire i colpevoli. L’ERRC ha chiesto al primo ministro di garantire la restituzione dei beni confiscati e il risarcimento delle proprietà distrutte. Al momento di chiudere questo rapporto (12 luglio 2000), l’ERRC non ha ancora ricevuto risposta.


 


Le irruzioni della polizia nei campi-ghetto dei Rom sono una istituzione in Italia. Alcune azioni derivano – sembrerebbe – dall’idea che un “campo” – specie “rom” – è un luogo di riproduzione per ladri. Altri raid sono semplici incursioni di gang di poliziotti con lo scopo di guastare la vita nei ghetti rom. Alcuni sono fatti per intimidire. Altri per cacciare via. Tutte le azioni documentate dall’ERRC si sono svolte senza che gli agenti producessero valide autorizzazioni e spiegassero le ragioni dell’intervento. Persino un’operazione condotta legalmente può rappresentare una violazione.66 La maggior parte dei blitz che avvengono in Italia violano, spesso seriamente, le norme e le leggi internazionali in materia di condotta delle forze dell’ordine.


 


3.2 Uso abusivo di armi da fuoco


La ricerca dell’ERRC mostra che la polizia italiana apre il fuoco su persone che identifica come Rom in circostanze nelle quali difficilmente sparerebbe su persone non identificate come Rom. Sembra che nell’applicare la legge si usino diversi metri di valutazione, sulla base di pregiudizi razziali. La polizia italiana impiega le armi da fuoco a scopo intimidatorio nei confronti dei Rom.


 


Il 22 maggio 1998, circa alle 4 del mattino, il carabiniere P. N. ha sparato e lasciato definitivamente mutilata Natali Marolli, una bambina rom di 8 anni, a Montaione (circa 40 km sud-ovest di Firenze). La pallottola è penetrata nell’auto, nella quale Natali si trovava con tre adulti, attraverso il lunotto posteriore, ha colpito la bambina all’occhio sinistro, trapassandole il cranio; il proiettile ha proseguito la corsa colpendo il passeggero di fronte, un Rom adulto, ferendolo alla testa. Un’altra pallottola ha ferito in modo non grave Biserka Nikolic, madre di Natali, e poi ha colpito ancora Natali alla guancia. Da allora la bambina si trova in uno stato di coma vigile. La madre è una donna originaria della Serbia; Halil Marolli, il padre, è un Albanese del Kosovo. I carabinieri, che affermano di avere sparato quattro colpi in tutto, si erano appostati dopo avere ricevuto la segnalazione della presenza di una “macchina sospetta con degli zingari a bordo nei dintorni”.67 Secondo la versione ufficiale, i carabinieri hanno sparato dopo che la macchina con i Rom non si era fermata al posto di blocco.68


 


Al 30 maggio 2000, non è stato ancora preso alcun provvedimento disciplinare nei confronti dell’agente. Una prima indagine aveva prosciolto P. N. dall’accusa di tentato omicidio della bambina. In seguito, i tre adulti coinvolti hanno sporto denuncia, accusando di nuovo il carabiniere di tentato omicidio. Il caso è stato chiuso, la magistratura ha considerato che il carabiniere ha agito nei termini della legge. Al 20 luglio 2000, Natali è ancora in coma. Il 30 maggio 2000, sulla base di nuove prove raccolte dall’avvocato dei genitori della vittima, il caso è stato riaperto da un giudice fiorentino, che ha ordinato nuove perizie balistiche, le cui date non sono ancora fissate.69 È stato avviato un procedimento civile per il risarcimento materiale, ma al 30 maggio 2000 non c’è ancora stata alcuna udienza.


 


Il sistema giudiziario italiano non ha garantito adeguati provvedimenti nei casi di abuso di potere delle forze dell’ordine. Nel settembre 1993, il carabiniere Valentino Zantoni ha sparato e ucciso un ragazzo di 11 anni, Tarzan Sulic, Rom jugoslavo, e gravemente ferito suo cugino di 13 anni, Mira Djuric, in custodia alla polizia di Padova. Dopo estenuanti processi, il carabiniere è stato condannato ma la pena sospesa, malgrado le proteste e una petizione firmata da oltre 1000 persone, compreso il sindaco di Padova. Da quanto si sa, Zantoni è stato allontanato dai carabinieri. Le indagini dell’ERRC nel 1998 hanno rivelato che il processo civile per il risarcimento è stato bloccato.


 


Spari della polizia durante le irruzioni nei campi sono attestati con frequenza preoccupante. Gli abitanti della Muratella, nella periferia di Roma, hanno raccontato che a volte, nella prima metà del gennaio 1999, venivano svegliati nella notte dal rumore di spari. Hanno visto parecchi poliziotti che spiegavano loro di avere sparato a degli uomini in fuga, che erano entrati nel campo e “scomparsi”. Sparavano nel buio in direzione del sospetto. R. H., una donna che vive alla Muratella, ha raccontato che in un’irruzione del 1996 I. S., un ragazzo di 15 anni, è stato ferito a una gamba da una pallottola sparata dalla polizia. La donna ha detto all’ERRC: “I poliziotti ci minacciano. Ci dicono cose tipo ‘Se non mi dici tutto subito, sparo’, e poi sparano per davvero in aria.”70


 


F. S., 42 anni, ha detto all’ERRC di avere visto la polizia usare armi da fuoco negli insediamenti rom in molte occasioni: “Quando fanno irruzione, i poliziotti entrano con le armi in pugno. Ci minacciano, dicono che sparano se non rispondiamo alle domande. Poi sparano davvero in aria.”71 A quanto pare, la polizia usa le minacce per estorcere informazioni da presunti testimoni e da sospetti.


 


La polizia è sempre pronta a estrarre le pistole a scopo intimidatorio. All’ERRC è stato raccontato che nell’autunno del 1998 un poliziotto ha puntato la pistola alla testa di una bambina durante un’irruzione nel campo abusivo Masini a Firenze. Stando al racconto, l’ha minacciata e ha accusato la sua famiglia di nascondere il padre della bambina, evidentemente ricercato. Quest’ultimo, N. S., 31 anni, ha poi detto all’ERRC che in quel momento si trovava al lavoro; quando è rientrato e gli hanno detto che lo cercavano, si è presentato spontaneamente in questura. Qui gli hanno detto che c’era un “equivoco”, che non era lui il ricercato. N. S. ha aggiunto che nessuno si è scusato per avere puntato un’arma contro sua figlia.72 Nel campo abusivo di viale Eritrea a Milano, B. O., 37 anni, ha raccontato di essere stato testimone del pestaggio di R. O., un ragazzo di 14 anni; alla fine un poliziotto ha puntato la pistola alla testa del ragazzo, minacciandolo.73


 


3.3 Torture e violenze fisiche


Le violenze fisiche esercitate dalle forze dell’ordine sui Rom sono frequenti. L’ERRC ha raccolto numerosi casi di pestaggi e altri abusi. Questi possono accadere nei commissariati, agli arresti, o in pubblico. Spesso la polizia usa la violenza per ottenere confessioni.


 


Nel campo di Borgosattolo a Brescia, l’ERRC ha raccolto un caso estremo di violenza in un commissariato. Il 7 novembre 1998, tre giovani Rom del campo, H. M. di 22 anni, N. F. di 20 e F. S. di 17, tutti kosovari, sono stati arrestati per tentativo di furto, perquisiti, caricati su un’auto con tre poliziotti e portati al commissariato. Subito dopo, un poliziotto è arrivato con in mano un coltello con una lama di lunghezza illegale. Stando alla testimonianza raccolta, il poliziotto ha detto che aveva trovato il coltello nella macchina che aveva portato i Rom in centrale, perciò doveva essere loro. Tutti e tre hanno negato e poi sono stati messi ognuno in un angolo della stanza. In quel momento, secondo la testimonianza, erano presenti sei poliziotti e due erano di guardia fuori della porta. Un poliziotto, descritto dalle vittime come “di mezza età”, si è avvicinato a N. F. e ha detto di dirgli di chi era il coltello, altrimenti l’avrebbe picchiato. N. F. ha ripetuto che il coltello non era loro e il poliziotto ha iniziato a colpire con schiaffi, pugni e calci. Poi si è spostato all’angolo dove c’era F. S. Stessa domanda, stessa risposta e stesso pestaggio; in più il poliziotto ha afferrato F. S. per i capelli e gli ha sbattuto la testa contro il muro. Si è avvicinato un altro poliziotto, già noto alle vittime per le sue maniere violente a Borgosattolo, e ha detto che avrebbe cosparso di benzina i capelli di F. S. per poi bruciali. Nel frattempo F. S. era caduto a terra e diceva di avere male al cuore; allora il pestaggio si è fermato.


Sempre lo stesso poliziotto è andato dal terzo fermato, H. M. Alla domanda di chi fosse il coltello, H. M. ha risposto che non lo sapeva e così è iniziato il terzo pestaggio a calci e pugni. H. M. aveva avuto un’operazione al pancreas tre mesi prima, cercava di proteggersi la pancia e di dire al poliziotto del rischio. Stando al racconto, il poliziotto ha risposto “Me ne frego”. Il pestaggio era accompagnato da insulti a sfondo razzista: “zingari bastardi” e “cretini”.74 Solo dopo le botte, i poliziotti hanno permesso ai tre di parlare con un avvocato.75


Durante il periodo di fermo, i tre sono stati visitati; una vittima ha detto al dottore di essere stato picchiato e tutti e tre l’hanno raccontato ai loro avvocati, i quali, tutti, hanno consigliato di non sporgere denuncia. Quattro mesi dopo il caso, l’ERRC e un’associazione locale per la tutela dei diritti umani ha chiesto a un avvocato di provare a cercare le tracce del pestaggio nelle cartelle cliniche del carcere. L’avvocato non è riuscito a ottenere nessun riscontro ufficiale della violenza.


Questo non è un caso isolato. Stando al racconto delle vittime, L. J., una ragazza di 18 anni, R. N., di 22, e sua moglie E. N., pure di 22 anni, la notte del 31 dicembre 1997 sono stati fermati in una strada di Palermo dalla polizia per un presunto tentativo di furto con scasso. I poliziotti li hanno messi a gambe aperte contro un muro per la perquisizione. Durante questa operazione, un poliziotto ha colpito R. N. alla testa con la pistola, poi hanno cercato di frugare sotto la gonna di E. N., che ha iniziato a gridare. La donna aveva partorito solo tre giorni prima. Perquisendo L. J., un poliziotto le tirava i capelli.


Poi, i poliziotti hanno portato i tre Rom sospetti al commissariato. Una volta dentro, è stato ordinato alle due donne – nel frattempo ammanettate – di sedere sulle panche del corridoio. R. N. è stato chiuso in una stanza in fondo allo stesso corridoio. Le donne hanno visto dei poliziotti entrare di tanto in tanto nella stanza, uno alla volta. Poi hanno sentito R. N. urlare di dolore, deducendone che lo stavano picchiando. Hanno pianto e pregato i poliziotti di smetterla. Per tutta risposta, gli agenti hanno tirato loro i capelli varie volte, mentre potevano sentire che il pestaggio continuava.


Le donne sono rimaste ammanettate nel corridoio per parecchie ore. Poi alcuni agenti donna sono venute a prenderle per perquisirle. Dopo che si sono rivestite, un agente uomo è entrato nella stanza e ha dato un calcio sul fondoschiena di E. N., che è caduta a terra e ha iniziato a gridare. Allora i poliziotti l’hanno picchiata ancora perché lei urlava; entrambe le donne venivano pestate. A un certo punto E. N. ha minacciato di sporgere denuncia e così il pestaggio è peggiorato. Dato che E. N. continuava a gridare, i poliziotti hanno preso una gonna che la donna aveva in una borsa, l’hanno fatta a pezzi e usata per imbavagliarla. Poi le donne sono state portate nella stessa stanza dove era trattenuto R. N., così hanno visto che il corpo dell’uomo era gonfio e portava evidenti i segni del pestaggio. A L. J. è stato ordinato di rimanere in quella stanza, mentre E. N. è stata portata in una stanza accanto. R. N. e L. J. potevano sentire le grida di E. N. anche se la donna era imbavagliata, e ne hanno dedotto che la stavano pestando.


Poi gli agenti sono tornati nella stanza dove si trovavano l’uomo e la ragazza. Uno ha detto a R. N. il proprio indirizzo e ha chiesto se gli sarebbe piaciuto andarci. R. N., in stato confusionale per le botte, ha risposto di sì e il poliziotto gli ha tirato un pugno, accusandolo di volere rubare in casa sua. Quando L. J. ha protestato, lo stesso poliziotto ha colpito anche lei. Poi L. J. è stata portata nell’altra stanza e ha visto E. N. tutta rossa in faccia e sanguinante. Alle sue proteste, i poliziotti hanno ammanettato la ragazza al termosifone e mentre lei era costretta in quella posizione, seduta, le tiravano petardi (era la notte dell’ultimo dell’anno). Poi hanno portato nella stanza anche R. N., mettendolo ammanettato contro il muro. Ai Rom è stato proibito di parlare. Quando L. J. ha detto qualcosa, i poliziotti l’hanno sollevata di peso e portata alla finestra, dicendole che sarebbe rimasta lì in piedi tutta la notte.


Per festeggiare il nuovo anno, alla mezzanotte i poliziotti hanno stappato lo spumante. Hanno detto che ne avrebbero dato anche a loro, ma all’ultimo momento hanno tolto il bicchiere dalle labbra dei detenuti, prendendoli in giro. L. J. ha detto che non ne voleva e i poliziotti l’hanno obbligata a bere. Poi hanno ordinato a R. N. di alzarsi e “cammina”. Dopo che aveva fatto un paio di passi, un poliziotto gli ha fatto lo sgambetto e R. N., in manette, è caduto di faccia sul pavimento. Il naso ha cominciato a sanguinargli e più tardi si è accorto che era rotto.76


 


M. S. ha riferito un altro caso di maltrattamenti subiti dalla polizia di Palermo. È stata la moglie, L. S., a raccontare all’ERRC che suo marito era sul sedile posteriore di una macchina fermata dalla polizia per essere passata con il semaforo rosso. Gli agenti l’hanno tirato fuori, gli hanno passato il manganello sotto la gola, e tenendolo così per il collo l’hanno fatto camminare sino al commissariato. Qui l’hanno fatto sedere su una sedia, ammanettato. Poi l’hanno colpito con i manganelli alla pancia, alle gambe e alla schiena, l’hanno preso a calci e a pugni. Dopo il pestaggio, l’hanno lasciato tutta la notte legato alla stessa sedia. In seguito M. S. ha passato quattro mesi in prigione per i reati in relazione all’incidente e ad alcuni precedenti. La moglie L. S. ha detto all’ERRC: “Quando [mio marito] è stato rilasciato, in settembre, quattro mesi dopo il suo arresto, ed è tornato a casa, era cambiato completamente. Parlava poco e non mangiava. Il suo morale era a terra. Io ho insistito perché raccontasse quel che era successo e che lo denunciassimo da qualche parte, ma lui diceva che sarebbe stato molto pericoloso farlo, che ci avrebbero ammazzato.”77 Così non hanno sporto denuncia e L. S. era terrorizzata delle possibili conseguenze per aver parlato con l’ERRC.


 


A volte gli agenti commettono violenze in pubblico e in pieno giorno. M. M., 38 anni, ha raccontato all’ERRC che una volta, mentre stava chiedendo la carità con suo figlio di 4 anni, in una via di Mestre, nel dicembre 1998, un poliziotto è uscito dalla macchina e senza che ci fosse motivo gli ha tirato un pugno in faccia. Poi l’agente gli ha preso il figlio. Alla fine il bambino è stato riconsegnato alla famiglia.78 La ventenne S. D. ha riferito all’ERRC che stava chiedendo l’elemosina a Pisa con il suo bambino neonato, quando è arrivato un poliziotto, l’ha accusata di furto e picchiata, lasciandola poi andare.79 D. P., 41 anni, ha riferito all’ERRC che quando la polizia la trova a chiedere l’elemosina a Venezia o a Mestre, alcuni agenti si limitano a dirle di togliersi di torno, mentre altri le chiedono la borsa per un controllo e le “confiscano” tutti i soldi che trovano. Dopo averle preso il denaro, le ordinano di andarsene. Altri ancora, le prendono il denaro e poi la picchiano.80 Altre donne dei campi nei dintorni di Venezia hanno riferito esperienze simili. Molti Rom in Italia hanno detto all’ERRC che i pestaggi sono qualcosa che mettono in conto nei loro rapporti con la polizia: “La vita è così” ha detto D. P.


 


I. D, 60 anni, ha raccontato all’ERRC che alla fine del novembre 1998, suo nipote F. F., 17 anni, è stato arrestato e riportato dalla polizia al campo di Coltano, nei pressi di Pisa, dove vive. È stato visto da I. D., da sua moglie e da altri residenti nel campo: la faccia del ragazzo portava segni evidenti di percosse, entrambi gli occhi erano particolarmente gonfi. In seguito, è stato accusato di furto d’auto.81


 


Nel giugno del 1994, stando alle testimonianze, degli agenti hanno fermato N. H. a Firenze e l’hanno portato in un luogo isolato nei dintorni della città, dove l’hanno picchiato e poi abbandonato. N. H. ha sporto denuncia, fornendo una dettagliata descrizione degli agenti che lo avevano maltrattato. A tutt’oggi, i poliziotti colpevoli non sono stati sottoposti a giudizio.82


 


La maggior parte dei casi di violenze contro i Rom non sono mai state denunciate, perché la polizia minaccia e molesta chi osa farlo. Z. M., 28 anni, è un Serbo sposato secondo il costume tradizionale, ma non formalmente, a una donna rom. Circa tre anni prima dell’intervista con l’ERRC, mentre stava chiedendo l’elemosina in una via centrale di Mestre, con altri due Rom, è stato picchiato da alcuni poliziotti. Prima erano stati avvicinati da una macchina con tre agenti a bordo, poi ne erano arrivati altri due e tutti insieme, senza che ci fosse stata provocazione, avevano iniziato a picchiarli. Z. M. ha riferito di essere stato colpito forte con due pugni, allo stesso tempo, sui due lati della testa. Gli agenti li hanno minacciati anche con le armi, poi li hanno ammanettati e portati al commissariato. Z. M. è stato perquisito, ma non c’era nulla per incriminarlo: aveva anche un permesso di soggiorno valido. I poliziotti l’hanno minacciato, dicendogli di non mendicare più, altrimenti l’avrebbero picchiato ancora. Poi gli hanno sputato addosso, bestemmiato e detto “torna al tuo paese”. Poi gli hanno detto che era libero di andarsene, ma non gli restituivano le chiavi della macchina che avevano preso durante la perquisizione. Avevano formato un circolo e si lanciavano le chiavi l’uno con l’altro. Alla fine gliele hanno ridate e l’hanno rilasciato. Z. M. ha denunciato il fatto a un impiegato del Comune nei servizi sociali a Mestre, che gli ha detto di non fare nulla, perché “non ne verrebbe fuori niente”, e Z. M. ha seguito il consiglio.


 


3.4 I Rom “bersaglio privilegiato” della polizia


Ci sono molte attestazioni del fatto che la polizia sceglie di fermare vecchie auto in cattive condizioni, durante i controlli sulle strade, perché presume che siano le macchine degli immigrati. Poi, stando alle testimonianze, viene chiesto direttamente se i passeggeri sono “zingari” o ciò viene dedotto se il colore della pelle è scuro. Spesso seguono abusi. M. D. ha dichiarato all’ERRC: “Quando i poliziotti perquisiscono la nostra roulotte, buttano tutto per terra.”83 Gli agenti che cercano di cogliere in fallo i Rom, sono aiutati dall’articolo 707 del Codice Penale, per il quale è un reato il possesso ingiustificato di chiavi universali o attrezzi da fabbro. Per questo articolo, i Rom possono e spesso sono imputati perché in possesso di cassette per gli attrezzi.


 


3.5 Furti da parte delle autorità


Gli agenti delle forze dell’ordine italiane rubano ai Rom durante le irruzioni o durante i controlli per la strada. Lo fanno apertamente, prendendo quel che vogliono.


Daniell Soustre de Condat, una antropologa non rom e presidente del Comitato internazionale per la difesa dei bambini migranti, una ONG con sede a Palermo, ha raccontato all’ERRC che a suo avviso le irruzioni sono spesso accompagnate da furti. Il caso più lampante è quanto accaduto a Palermo nel giugno 1994, nel campo di via Messina Marina, quando un agente ha preso dei gioielli appartenenti a V. J., una ragazza di 18 anni. Il poliziotto l’ha fatto apertamente, dicendo che era merce rubata, senza rilasciare una ricevuta per l’avvenuta confisca. La ragazza invece stava ancora pagando i gioielli, comprati a rate, e aveva le ricevute dei pagamenti mensili alla gioielleria. Con l’aiuto di Daniell Soustre de Condat ha preso un avvocato e ha fatto causa. Il caso però non ha avuto seguito.84 Molti Rom intervistati dall’ERRC nei campi di varie parti d’Italia hanno fornito testimonianze simili. R. H., della Muratella di Roma, ha detto: “I poliziotti vengono spesso qui e hanno l’abitudine di prendere le cose, specie oro e gioielli.” Inoltre, ha detto che la polizia non dà nessuna ricevuta quando porta via delle cose di valore.85 F. S., 42 anni, del campo di Tor de’ Cenci a Roma, descrive allo stesso modo i furti della polizia: “I poliziotti entrano nelle baracche con la forza, perquisiscono e se vedono qualcosa che gli piace se lo prendono. Non danno mai una ricevuta o qualcosa per gli oggetti.”86


 


Il trentaduenne V. M. e T. J., 40 anni, vivono in parti diverse dell’enorme campo abusivo di Secondigliano a Napoli. Sono stati intervistati separatamente, ognuno nella sua abitazione, ma entrambi hanno raccontato la stessa storia: quando i poliziotti vengono per un controllo, domandano soldi, e i Rom glieli danno. V. M. ha detto che la cifra “di solito” è tra le 50 e le 100 mila lire. T. J. ha detto anche che la polizia prende gioielli senza dare ricevute.87 Racconti su confische illegali sono stati ascoltati a Secondigliano, Crotone, Palermo, Firenze, Mestre.88 L’ERRC non è al corrente di sanzioni o procedimenti in corso contro gli agenti colpevoli.


 


3.6 Sequestro dei documenti


Oltre che di pestaggi e di trattamenti offensivi, l’ERRC è stata informata di molti casi in cui la polizia ha chiesto i documenti ai Rom e – ottenuti – li ha distrutti o ha minacciato di distruggerli. In altri casi, la polizia ha semplicemente confiscato i documenti d’identità. M. S., 34 anni, ha raccontato: “Al mercato, la polizia ci ha chiesto i documenti e ci ha accusati di furto. Poi hanno perquisito noi e le nostre macchine. Non trovando niente, hanno fatto a pezzi i nostri documenti dicendo che erano falsi. Poi ci hanno lasciato andare.”89


Nel campo di Crotone, T. N., 54 anni, originario di Mitrovica in Kosovo, ha raccontato: “Se protesti, la polizia si porta via i documenti.”90 Tuttavia l’ERRC ha raccolto anche un caso in cui la protesta ha avuto buon esito. Il ventisettenne R. P. ha raccontato che, circa dieci giorni prima dell’intervista, stava mendicando a Lodi. La polizia l’ha fermato e gli ha chiesto i documenti. Lui li ha consegnati e i poliziotti l’hanno minacciato di distruggerli. Allora lui ha gridato più volte “documenti in regola” e li ha avuti indietro ed è potuto andarsene.91 Un Rom della zona industriale di Eboli-Battipaglia, I. B., ha raccontato che la polizia domanda spesso i documenti durante le irruzioni, ma che lui e la sua famiglia non li mostrano mai, perché temono che i poliziotti non glieli rendano “come vendetta per avere costruito baracche in luogo abusivo.”92


 


3.7 Molestie sessuali durante le perquisizioni delle donne


Un’altra forma di condotta scorretta da parte degli agenti è costringere le donne a spogliarsi per la perquisizione.93 L’ERRC ha raccolto testimonianze che mostrano come le perquisizioni siano accompagnate da trattamenti degradanti e molestie sessuali. L. L., 28 anni, ha raccontato di essere stata picchiata e frugata quando aveva tredici anni da agenti uomini in seguito a un’accusa di furto; i genitori hanno sporto denuncia per conto della figlia, ma il procedimento si è trascinato per molti anni, la famiglia si è trasferita in un’altra città e “non ne è venuto nulla.”94 La trentasettenne M. M. ha raccontato all’ERRC che a Roma, quando delle donne rom sono trovate a mendicare, subiscono spesso delle perquisizioni per cui sono costrette a spogliarsi.95 Stando al racconto, i poliziotti portano le donne in qualche posto vicino a dove stavano chiedendo l’elemosina e ordinano loro di spogliarsi. Capita al Colosseo, in Piazza di Spagna, alla Stazione Termini. Termini ha la reputazione peggiore: qui i poliziotti hanno dei posti abituali dove le vittime sono prese e sottoposte al trattamento. Se le donne rom rifiutano di spogliarsi, gli agenti le picchiano. Questa prassi è condotta sia da agenti uomini che da agenti donne. Le donne rom intervistate dall’ERRC hanno dichiarato che certe volte gli agenti uomini chiedono loro dei favori sessuali. Alcuni racconti parlano anche di capelli tagliati alle ragazze trovate a chiedere la carità.96 Molti Rom hanno riferito ancora che spesso gli agenti trattengono le donne prese a mendicare, poi le portano in zone sperdute e le lasciano lì.


 


La legge italiana proibisce la perquisizione di donne da parte di agenti uomini. L’art. 79 delle Norme di attuazione del Codice di procedura penale dice: “Le perquisizioni e le ispezioni personali sono fatte eseguire da persone da persone dello stesso sesso che vi è sottoposta, salvi i casi di impossibilità o di urgenza assoluta” e a meno che a compiere la perquisizione non sia del personale medico. L’art. 249.2 del Codice di procedura penale stabilisce che “La perquisizione è eseguita nel rispetto della dignità e, nei limiti del possibile, del pudore di chi vi è sottoposto.” Il Codice penale all’art. 609 afferma: “Il pubblico ufficiale, che, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni esegue una perquisizione o una ispezione personale, è punito con la reclusione fino a un anno.” L’ERRC non è al corrente di casi in cui degli agenti siano stati sanzionati o indagati per perquisizioni abusive su donne rom.


 


3.8 Mancanza di adeguati interpreti per i Rom stranieri accusati di reato


Il 15 agosto 1998, F. S., 42 anni, originario della Bosnia, stava guidando la sua macchina nei pressi del campo dove abita, a Roma, quando è stato fermato dalla polizia.97 L’agente, una donna, gli ha ordinato di uscire dalla macchina e gli ha puntato la pistola, ordinando di alzare le mani. Poi gli ha gridato di non guardarla e di abbassare gli occhi, e gli ha puntato la pistola alla testa. F. S. è stato portato al commissariato e interrogato, gli è stato fatto firmare un documento che non capiva bene, poiché conteneva una complessa terminologia legale. Nessuno gli ha spiegato il significato di quelle parole, solo insistevano che firmasse e poi sarebbe stato libero di andarsene. F. S. ha firmato. In seguito, ha saputo di aver firmato un documento in cui si diceva che la polizia l’aveva preso mentre stava rubando un’auto e lo imputava di reato.98


 


3.9 Difficoltà a ottenere informazioni sui Rom in carcere


Mentre l’ERRC stava intervistando al campo di Tor de’ Cenci S. H., 40 anni, originario dell’ex-Jugoslavia99, un altro uomo, molto agitato, è entrato nella stanza e ha parlato con l’intervistato. Ha riferito di essere stato fermato dalla polizia pochi minuti prima, mentre era in macchina con M. H., 35 anni, fratello dell’intervistato. Entrambi erano stati fatti uscire dalla macchina e picchiati con calci e pugni e poi M. H. era stato portato “al commissariato più vicino”. Gli osservatori dell’ERRC si sono subito recati lì per chiedere notizie. Dopo una lunga trattativa, seguente all’iniziale divieto, è stato concesso di entrare nel commissariato a un solo osservatore con un interprete, per “ragioni di sicurezza”. L’agente in servizio ha detto che quella sera non era stato arrestato nessuno. Gli osservatori dell’ERRC, diffidando della risposta, hanno fatto il giro di altre quattro centrali (tre della polizia e una dei carabinieri); ovunque si negava l’arresto di M. H. Il giorno dopo, S. H. ha informato l’ERRC che il fratello era stato trattenuto al primo posto di polizia visitato; era stato rilasciato quel mattino, ma non era rientrato al campo: M. H. voleva “sparire” per un po’ di giorni, temendo di essere fermato una seconda volta.100


 


3.10 Minacce e violazioni della polizia contro il diritto di assemblea


Di recente, la polizia italiana ha cercato di intimidire i leader rom che cercavano di organizzarsi per rispondere alla crescente ostilità contro i Rom, attentando in questo modo al diritto di libera assemblea. Il 15 marzo 2000, era previsto a Roma un incontro di capofamiglia rom per discutere della sempre maggiore violenza della polizia e del rischio di espulsione. Erano invitati anche giornalisti italiani e alcuni osservatori. Sulla via del luogo d’incontro, ogni capofamiglia è stato fermato dalla polizia municipale in diversi punti della città, con vari pretesti, in genere violazioni del codice della strada. Stando ai racconti, durante il controllo tutti sono stati in qualche modo avvisati con frasi del tipo: “Forse sarebbe meglio per voi annullare l’assemblea di oggi.”101


Alcune testimonianze parlano di tentativi d’intimidazione della polizia verso membri di ONG che lavorano per i diritti dei Rom in Italia. Una lettera in data 16 marzo 2000 è stata spedita da Mario Vallorosi, direttore dell’Ufficio Immigrazione del Comune di Roma, a Sergio Giovagnoli, presidente dell’ARCI di Roma, e a Amedeo Piva, assessore alle politiche sociali del Comune di Roma. Copia della lettera è stata inviata anche a Luigi Lusi, Consigliere delegato del Sindaco Comune di Roma per gli Affari nomadi, all’addetto stampa Serpieri, e a molti altri uffici cittadini. Nella lettera, Vallorosi si lamentava del comportamento di due membri dell’ARCI durante l’irruzione della polizia nel campo di via Carucci, del 3 marzo 2000. L’accusa era di “condotta incivile, aggressione e ostacolo alla giustizia” e chiedeva che i due colpevoli fossero sanzionati, per il bene dei nostri “amici zingari”102 che meritano assistenza migliore di quella che quei due “incivili” impiegati possono fornire. I due membri dell’ARCI in questione hanno negato le accuse.


 


3.11 Sanzioni inadeguate verso i poliziotti che abusano della loro autorità


Quando i Rom sono vittime di abusi da parte della polizia, il sistema giudiziario non funziona. In un ben noto caso, nel 1992 il vigile Riccardo Palagi è stato condannato in prima istanza a un anno e mezzo di prigione, dopo essere stato accusato da molti Rom di avere, tra l’altro, distrutto documenti e commesso violenze fisiche. Due anni dopo, Palagi è stato assolto in appello. Durante il processo, i colleghi di Firenze sono entrati in sciopero per protestare contro la sua incriminazione e c’erano larghe simpatie popolari per Palagi.103


Un altro esempio di risposta inadeguata delle autorità verso gli abusi della polizia è il celebre caso della banda della “Uno bianca”. La notte del 23 dicembre 1990, una macchina si fermò presso un campo Sinti e Rom di Bologna; dal veicolo furono sparati vari colpi all’interno del campo, provocando molti feriti e due morti, la signora della Santina e il signor Pellinati. Poi la macchina si dileguò. Per molto tempo i mezzi di informazione italiani hanno considerato questo episodio come un regolamento di conti tra bande rivali nel traffico di droga e armi e alla “criminalità zingara”, sebbene nel campo non fossero state rinvenute tracce di armi o droga. Solo dopo l’uccisione di tre carabinieri con le stesse armi, è iniziata un’indagine seria. Alcuni mesi dopo, due poliziotti di Bologna sono stati arrestati, processati e condannati come assassini.104


 


3.12 Discriminazioni da parte delle autorità giudiziarie


Gli imputati rom sono soggetti a dei periodi di custodia cautelare prima del processo più spesso degli imputati non rom, e subiscono sentenze sproporzionatamente severe.105 Un agente di Roma ha dichiarato all’ERRC: “Per uno stesso reato, i Rom [in Italia] sono detenuti più a lungo e più spesso di un non Rom.”106 Dal momento che i Rom in Italia – e solo i Rom – vivono nei campi, e gli indirizzi dei campi non sono considerati affidabili contro il rischio di fuga107, gli imputati Rom subiscono il carcere preventivo anche per reati minori per cui di solito questa misura non è applicata.108 Per lo stesso motivo, spesso i giudici condannano i Rom alla prigione per reati che in altri casi possono essere scontati senza detenzione. Di recente, Razema Hamidovic, una donna rom di 42 anni, dopo un primo periodo in carcere, ha chiesto di scontare fuori quel che resta della sua pena di nove anni; il magistrato competente ha respinto l’istanza dicendo, stando alle testimonianze: “Non possiamo lasciarla uscire. È nomade e non rimarrà mai in custodia. Se la lasciamo andare non la vediamo più.”109


 


Infine, lo stesso governo italiano riconosce che, nonostante il principio di trattamento equo per tutti i detenuti, “in pratica non ci sono reali garanzie che i cittadini stranieri in prigione siano trattati come gli Italiani.”110 Oltre ai maltrattamenti111, i detenuti rom patiscono oltre misura i regolamenti carcerari che non riconoscono i matrimoni consuetudinari, concedendo il permesso di visita solo alle mogli formalmente riconosciute.112


 


3.13 Il passo successivo: l’espulsione dei Rom dall’Italia


Le attestazioni di abusi nei confronti dei Rom da parte della polizia e di altre autorità non sono un fatto nuovo in Italia. Le conclusioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura riguardo il caso italiano hanno sottolineato “una tendenza al trattamento discriminante nei confronti degli stranieri da parte di settori delle forze dell’ordine e della polizia penitenziaria” ed esprimono “preoccupazione” per “il ripetersi di casi di maltrattamenti nelle prigioni” e “una pericolosa tendenza a forme di razzismo, siano le vittime dei cittadini stranieri o appartenenti a delle minoranze.”113 Anche Amnesty International ha osservato che “[una] alta percentuale di attestazioni [di abusi della polizia] riguarda immigrati da fuori dell’Europa occidentale – la maggior parte dall’Africa – e un numero crescente di Rom. […] La forma più comune di maltrattamento attestata consiste in ripetute percosse e pestaggi con il manganello, spesso accompagnati a offese verbali e, nel caso di immigrati e Rom, di insulti a sfondo razziale. […] Secondo alcune testimonianze, alcuni agenti di polizia avrebbero incatenato degli immigrati ai termosifoni e ne avrebbero portati altri fuori città, avrebbero tolto loro le scarpe e li avrebbero costretti a tornare indietro camminando a piedi nudi.”114


 


La condizione dei diritti umani dei Rom in Italia sta conoscendo una nuova fase. Il 3 marzo 2000, oltre cento tra agenti della polizia municipale e della polizia di stato hanno fatto un blitz prima dell’alba nel campo di Tor de’ Cenci. L’operazione si è conclusa con la deportazione di 36 Rom, in flagrante violazione dell’articolo 4 del protocollo 4 della Convenzione europea sui diritti umani, che proibisce le espulsioni di massa di stranieri. Con lo stesso aereo sono stati deportati altri venti Rom del campo Casilino, vittime di un’irruzione simultanea. Il campo di Tor de’ Cenci è stato chiuso e le autorità hanno dichiarato che intendono fare lo stesso con tutti i campi abusivi di Roma entro la fine del 2000.115 In questo periodo, le autorità italiane sembrano impegnate non solo a irrompere nei campi, a distruggere abitazioni e beni, a costringere i Rom a spostarsi, ma intenzionate a mettere a frutto l’intensa ostilità contro i Rom diffusa nel paese, espellendoli abusivamente.116


Stando alle cronache dei mezzi di informazione e alle testimonianze oculari, il blitz del 3 marzo a Tor de’ Cenci, un campo abitato principalmente da Rom bosniaci, è durato meno di tre ore. Tutti gli abitanti sono stati fermati e soggetti a controlli. Tutti i Rom muniti di regolare permesso di soggiorno – si parla di 98 persone sulle 210 del campo – sono state prese e portate nel campo di via Carucci, a circa 15 chilometri di distanza, in un angolo estremo di Roma. I Rom sprovvisti di permesso (gli altri 112) sono stati trattenuti e sottoposti a numerosi interrogatori. I beni dei Rom sono stati distrutti nelle operazioni di smantellamento del campo e si è parlato anche di violenze fisiche contro le persone. I giornalisti e gli osservatori non sono stati ammessi durante l’operazione, né alla demolizione del campo né alla deportazione dall’aeroporto. Riferendosi ai Rom come “nomadi”, il sindaco di Roma Francesco Rutelli ha dichiarato in un comunicato stampa datato 6 marzo 2000 che l’operazione aveva avuto pieno successo e che la polizia aveva espulso dall’Italia “dei nomadi coinvolti in attività illecite”.117


 


Come già accennato, un’operazione simile, ancora con Rom bosniaci per bersaglio, ha avuto luogo al campo Casilino 700. Secondo le testimonianze, un commando di poliziotti e carabinieri è entrato con la forza nel campo. Sembra che siano state rotte le finestre e usata violenza fisica per fermare le persone e lanciati insulti a sfondo razziale. Le autorità hanno trattenuto una trentina di Rom stabiliti in una zona del Casilino 700 nota per essere l’area “bosniaca” del campo.


 


Due autobus della polizia hanno portato trentasei Rom, tra uomini, donne e bambini, da Tor de’ Cenci all’aeroporto di Fiumicino. All’arrivo, i Rom sono stati fatti entrare da un ingresso secondario, in modo che l’espulsione “per ragioni di sicurezza, non attirasse l’attenzione”, secondo le parole di Luigi Lusi.118 Ai trentasei di Tor de’ Cenci si sono aggiunti i venti del Casilino 700, in tutto cinquantasei persone caricate su un apparecchio noleggiato dal Ministero degli Interni, accompagnati da un numero pressoché uguale di militari. L’aereo è decollato per Sarajevo, Bosnia, alle 14.55.


 


Secondo l’ARCI, Behara Omerovic, 19 anni, è stata deportata malgrado fosse incinta di cinque mesi, assieme alla figlia Maddalena Hrustic, nata a Roma nel febbraio 1999. Sanela Sejdovic è stata mandata a Sarajevo con la figlia Shelley Hrustic, nata da poche settimane. Mirsad P., un ragazzo di 15 anni, è stato separato dalla madre, perché la polizia ha rifiutato di credere che la donna con la quale il ragazzo era stato trattenuto fosse davvero sua madre. Mirsad è partito in pigiama. Il 23 maggio 2000, sua madre Devleta O. era ancora in Italia.119


 


La polizia si è rifiutata di fornire informazioni all’ERRC. La settimana seguente all’irruzione, la polizia è tornata spesso al campo di via Carucci. Il 4 marzo, alle 13.30 circa, altri Rom sono stati fermati e in seguito rilasciati. Non erano seguiti altri ordini di espulsione, ma molti Rom del campo dicevano di sentirsi costantemente minacciati dalla polizia. “Un poliziotto mi ha detto che se non me ne vado da solo, mi caccerà via come gli altri”, ha riferito all’ERRC S. D., 24 anni.


 


Il 7 marzo 2000, l’ERRC ha inviato una lettera all’allora primo ministro Massimo D’Alema per esprimere preoccupazione di fronte a espulsioni di massa. Nella lettera, si sollecitavano pubblici chiarimenti sul fondamento legale degli ultimi episodi e una immediata sconfessione della politica che mira a espellere i Rom dal suolo italiano. Inoltre, l’ERRC chiedeva al primo ministro di avviare le indagini sugli abusi della polizia e di punire severamente gli agenti colpevoli. Al momento di chiudere queste pagine (20 luglio 2000), l’ERRC non ha ricevuto alcuna risposta né alcun segnale che le autorità italiane stiano muovendosi nella direzione raccomandata.


 


La forte ostilità degli Italiani contro i Rom, largamente diffusa negli atteggiamenti popolari, propagandata dai mezzi di informazione e fomentata dai politici, sta prendendo forma nella violazione dei diritti umani che colpisce la comunità rom. Ora, le autorità italiane sembrano cercare un rimedio alla spaventosa condizione in cui si trova la tutela dei diritti umani nei confronti dei Rom: li espellono dal paese.



4. Violenza contro i Rom da parte di attori non istituzionali


In Italia si sono registrati casi di atti criminali e di trattamenti degradanti di Rom da parte di privati cittadini, compresi degli episodi di violenza collettiva. Spesso, quando i Rom sono vittima di violazioni dei diritti, non seguono adeguati provvedimenti giudiziari.120


 


La stampa italiana e internazionale ha riferito del pogrom contro i Rom che ha avuto luogo il 21 giugno 1999 a Scampia, nella periferia nord di Napoli, un’area che ospita complessi di edilizia popolare e sei campi rom. Le cronache raccontano che il 18 giugno 1999 un Rom di Verona, che era a Napoli per una visita, ha investito con la sua macchina due ragazze su uno scooter, ferendole. Sembra fosse ubriaco e che guidasse oltre i limiti di velocità. Dopo l’incidente, è scappato e non è stato localizzato fino al 24 giugno.


La mattina del 19 giugno, alcune persone di Scampia, che le cronache della stampa italiana descrivono come giovani dalla testa rasata, con orecchini e tatuaggi, armati di bastoni di legno, pistole e taniche di benzina, sono entrati con i loro scooter in uno dei campi rom e hanno detto a chi c’era: “andatevene, o bruciate con il campo”. Poi hanno appiccato il fuoco. Le fiamme hanno fatto scappare tutti i circa mille abitanti del campo; la loro fuga è stata accompagnata da scroscianti applausi del vicinato, schierato sui balconi delle case circostanti. Le vittime hanno detto che la polizia non ha fatto nulla per impedire il pogrom, malgrado le molte chiamate d’allarme. I Rom fuggiti si sono diretti verso sud, a Salerno, e verso nord, nel Lazio. La mattina dopo, in duecento sono tornati nella zona e dal 20 giugno sono stati messi sotto scorta dalla polizia. Malgrado questo, gli abitanti del luogo hanno continuato a lanciare bombe incendiarie verso le baracche per tutto il 20 giugno. In un primo momento, si è pensato che l’attacco fosse un regolamento di conti tra la camorra e delle bande rom, ma ormai le indagini hanno escluso il coinvolgimento del crimine organizzato. Il padre di una delle ragazze vittime del primo incidente è stato interrogato dalla polizia, dopo che aveva dichiarato alla stampa che lui e i suoi compaesani avevano deciso di farsi giustizia da soli. Due Italiani e tre Rom sono stati arrestati per sciacallaggio nel campo incendiato.121 Secondo le informazioni che l’ERRC ha avuto dalla polizia il 19 luglio 2000, le indagini sull’impressionante episodio di giustizia da vigilantes, il rogo e lo sciacallaggio sono state chiuse in fretta, senza incriminare nessuno.


 


Gli abusi possono essere commessi anche da singoli individui. K. L., 22 anni, un Rom rumeno, ha raccontato all’ERRC di avere subito di recente – senza specificare la data – una violazione ai propri diritti. K. L. andava spesso a chiedere l’elemosina dentro o di fronte a un supermercato e faceva piccoli servizi come caricare le borse dei clienti in macchina in cambio di una mancia, oppure riporre i carrelli in cambio della moneta chiusa nelle serrature a scatto. Ne aveva parlato al direttore del supermercato, che non aveva “niente in contrario” alla sua attività e anzi gli aveva dato qualche soldo. Qualche tempo dopo però è stato assunto un nuovo sorvegliante che ha detto a K. L. di andarsene. In seguito, K. L. stava mendicando col fratello più piccolo T. L. quando la guardia è uscita dal supermercato, ha preso T. L. e l’ha schiaffeggiato. Poi si è occupato di K. L., l’ha picchiato e minacciato con un coltello, facendogli dei tagli profondi alla mano e a un dito. La guardia ha minacciato K. L. di sfregiargli il volto. La presenza dei clienti ha frenato la guardia che se ne è andata dopo avere inflitto solo dei graffi al volto e al collo.


All’ospedale, K. L. ha avuto sei punti alla mano, con la raccomandazione di non muoverla per una settimana almeno. K. L. ha raccontato il fatto al dottore e gli ha chiesto di chiamare la polizia. Il dottore ha fornito un certificato che attestava le ferite riscontrate e le cure impartite.


La polizia ha prelevato K. L. e l’ha portato al commissariato, dove è entrato verso le sette di sera. Il testimone ha raccontato di essere stato trattato come se fosse in stato di arresto: l’hanno fotografato, gli hanno tolto i lacci delle scarpe e l’hanno chiuso in una stanza senza cibo, acqua e medicine per una notte intera. La mano gli faceva molto male, ma nessuno ha risposto alle sue richieste di aiuto. Alle 8 del mattino seguente, gli è stato consegnato un foglio d’espulsione, dicendogli che ora era libero di andarsene ma avrebbe dovuto lasciare l’Italia entro la data menzionata nel documento. Stando alla testimonianza, gli agenti hanno rifiutato di raccogliere la sua denuncia.122


 


L. J., una donna rom originaria della ex-Jugoslavia, ha raccontato all’ERRC un altro caso di violenze impunite. Con un’altra giovane ragazza rom, una sua parente, stavano tentando un furto in un appartamento a Napoli, la notte del primo novembre 1997, ma sono state scoperte dal figlio del proprietario che ha chiamato dei suoi amici. All’epoca L. J. aveva 16 anni, il ragazzo 25. Poi una donna, certo la madre del ragazzo, ha chiamato la polizia e ha cercato di fermare il figlio che, nel frattempo, aveva iniziato a picchiare le due ragazze. La compagna di L. J. ha detto di essere incinta, ma questo non le ha risparmiato gli schiaffi. L. J. ha ricevuto schiaffi e pugni e tirate per i capelli, è caduta, implorando, ma le botte sono continuate. Poi ha baciato le mani del ragazzo che finalmente si è fermato. Gli amici sono arrivati quasi contemporaneamente alla polizia, che ha arrestato e portato via le due ragazze. Loro non hanno sporto denuncia contro il ragazzo che le ha picchiate.123


 


A Milano, gli osservatori ERRC hanno potuto vedere rottami e pezzi di mobili bruciati nei pressi della casa occupata di via Castiglia, demolita da poco. Circa sei mesi prima, nell’area sorgeva un grande campo rom. Secondo le testimonianze, i Rom hanno subito ripetuti avvertimenti di andarsene dai vicini non rom. Una notte del dicembre 1998, due roulotte hanno preso fuoco e sono bruciate completamente; i Rom sospettano che l’incendio fosse doloso. F. Z., dell’Associazione Antirazzista, presente alla visita dell’ERRC, ha definito l’ostilità contro i Rom nel quartiere “razzismo popolare”.124


Secondo le cifre fornite dal governo, il numero di “casi di intolleranza razziale” è passato da 51 nel 1996 a 85 nel 1997.125 L’ERRC ritiene che queste cifre siano il frutto di una larga sottostima. I dati ufficiali sono particolarmente inaffidabili per la tendenza delle autorità a negare che in Italia avvengano crimini a sfondo razziale oppure a equivocare sulla natura razzista di certi episodi.126


 


5. Trattamento discriminatorio dei Rom nell’accesso ai pubblici servizi


La Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, a cui l’Italia aderisce, proibisce la discriminazione all’accesso a ogni luogo o servizio indirizzato a tutto il pubblico.127 L’ERRC ha registrato in Italia numerosi casi di trattamento discriminatorio nei confronti dei Rom nell’erogazione di pubblici servizi.


Il 2 giugno 2000, il personale di un bar in via della Mercede a Roma ha rifiutato l’ingresso alla collaboratrice dell’ERRC Mariangela Prestipino. Mariangela Prestipino ha la pelle scura. Dopo una breve discussione, i camerieri si sono scusati e l’hanno fatto entrare, giustificandosi e spiegando che “pensavano fosse una zingara”. Nel gennaio 1999, V. H., 59 anni, ha raccontato che tre anni prima è entrata in un bar vicino al suo campo, a Mestre, chiedendo un caffè. Il cameriere le ha risposto che gli zingari non potevano entrare.128 Analogo è il caso di M. D.; “Ogni volta che entriamo in un negozio, ci riconoscono come Sinti. Chiudono la porta e controllano la cassa. Poi controllano che non manchi nulla. Se decidono che manca qualcosa, chiamano la polizia che ci perquisisce e ci accusa di furto anche se non trova niente.”129 Il 26 dicembre 1997, il quotidiano “il manifesto” ha riportato la notizia di un bar di San Salvario (Torino) dove c’era l’abitudine di non servire gli stranieri; nessuno è ufficialmente messo al bando, sarebbe illegale, ma il personale ha l’ordine di non servire immigrati.130 Un altro articolo de “il manifesto” del 29 marzo 1998 riferisce che il proprietario di una pizzeria di Ventimiglia ha cercato di gonfiare il conto di un cliente rom, solo per la sua origine etnica.131 I Rom di Firenze hanno riferito all’ERRC che loro vanno solo nei pochi bar dove “nessuno fa caso a chi siamo.”132 L’ERRC è stato avvisato che un bar di Firenze ha affisso alla porta un cartello che dice “niente zingari”.133 Un altro cartello era stato affisso a Cairate (Varese) dalla stessa municipalità: “È severamente vietato l’accampamento e la sosta di nomadi. I trasgressori saranno puniti dalla legge”.134


 


6. Il diritto all’istruzione è negato ai Rom in Italia


La circolare 207 del Ministero della Pubblica Istruzione, del 16 luglio 1986, stabilisce che “tutti coloro che risiedono sul territorio italiano hanno innanzitutto un pieno diritto di accedere alle nostre scuole, anche se privi della cittadinanza; è bene ribadire che ogni ostilità o diffidenza nei loro confronti costituisce una palese violazione dei principi costituzionali e civili del popolo italiano.”135 Altre circolari hanno ribadito questo principio. Malgrado ciò, l’accesso all’istruzione in Italia è precluso a un grande numero di bambini rom. Chi vive nei campi non ha la possibilità fisica di accedere al sistema scolastico. Le distanze sono aumentate dai frequenti sfratti forzati. Durante le irruzioni, la polizia spesso distrugge il materiale didattico dei bambini. Molti Rom sono troppo poveri per garantire ai figli dei vestiti decenti, i libri e i quaderni, il trasporto, necessari a garantire una regolare frequenza scolastica. Il risultato è che molti bambini non vanno a scuola o l’abbandonano molto presto. Il sistema scolastico italiano non realizza gli impegni presi a livello internazionale, in cui è compreso anche il caso dei Rom.136


 


Molto spesso, i Rom vivono in campi molto lontani dalle scuole. La mancanza di scuole vicine e di un servizio di trasporto pubblico adeguato pongono seri ostacoli ai genitori rom. Le ripetute irruzioni, la distruzione di abitazioni e di effetti personali da parte della polizia interferisce con la possibilità dei bambini di realizzare il loro diritto all’istruzione. Per esempio, quando il campo di Tor de’ Cenci è stato smantellato, il 3 marzo 2000, i Rom rimasti nella zona sono stati trasferiti al campo provvisorio di via Salviati, organizzato dal Comune di Roma. I bambini erano sotto choc e quel giorno hanno perso la scuola; molti hanno perso i loro quaderni con la demolizione delle baracche. Due giorni dopo, l’Ufficio Immigrazione ha ordinato un nuovo trasferimento da via Salviati al campo Casilino, che si trova dall’altra parte della città: al mattino ci vogliono circa due ore e mezzo per attraversare Roma. Si è così posto il problema di come i bambini potessero raggiungere le scuole a cui erano iscritti. In più era un segreto di pulcinella che la sosta al Casilino fosse solo una tappa prima dell’espulsione. Molti di quelli che abitavano in via Salviati si sono nascosti per evitarla, portando con loro anche i figli; di fatto, questi bambini sono stati espulsi dal sistema scolastico.


 


Nella zona industriale di Eboli-Battipaglia, il 23 gennaio 1999, l’ERRC ha visitato i resti di un campo abusivo distrutto il giorno prima. Come già ricordato in altra parte del rapporto (cfr. supra, par. 3.1), facevano da guida I. B., 34 anni, e sua moglie, che stava allattando un neonato. La coppia vive con i suoi nove figli in un campo abusivo; la polizia li ha costretti a spostarsi parecchie volte. In ogni caso, i quattro figli in età scolastica hanno regolarmente frequentato la scuola sin dal loro arrivo in Italia. I genitori li hanno portati in macchina o a piedi ogni mattina. Durante l’irruzione del giorno prima, non avevano fatto in tempo a raccogliere tutte le loro cose. Molti libri scolastici erano sparsi per terra, calpestati dagli agenti che hanno distrutto il campo. Durante la visita ai resti del campo, la coppia ha detto all’ERRC di avere accompagnato a scuola i figli con il vecchio furgone, quella mattina; li avrebbero ripresi nel pomeriggio. Non vogliono tenerli a casa da scuola, malgrado la loro vita sia stata sconvolta.


 


Molti dei Rom intervistati hanno detto che l’ostacolo principale all’educazione dei figli è la mancanza di denaro. Molte famiglie si vergognano di mandare a scuola i figli malvestiti. È quanto ha detto, per esempio, M. V., una donna di 39 anni nata nella ex-Jugoslavia e venuta in Italia con la famiglia di suo marito dalla Romania.137 Il materiale scolastico e i trasporti aggiungono altre difficoltà gravi o impossibili da sormontare.


 


Tuttavia, i programmi educativi italiani indirizzati ai Rom non hanno previsto di superare gli ostacoli finanziari con cui si confrontano le famiglie rom, né di realizzare una piena integrazione nel sistema scolastico nazionale. Nel 1966, il Ministero dell’Istruzione Pubblica e l’organizzazione Opera Nomadi hanno lanciato il progetto “Lacio Drom” che offriva classi speciali per bambini rom. A Verona, erano stati accolti all’inizio 365 bambini rom.138 Durante i quindici anni dell’esistenza del progetto nella città veneta, le classi sono state trasferite quattro volte, rimanendo sempre in edifici della periferia. Gli insegnanti si lamentavano della confusione e della negligenza dell’amministrazione. Una maestra ha scritto nel suo registro: “Non solo non sono state fatte le pulizie di fondo, ma c’è sempre polvere dappertutto: sui tavoli, sulle finestre, sui muri. È quasi un controsenso insistere coi bambini sulla pulizia personale, quando noi per primi non offriamo un ambiente che stimoli all’ordine.” L’idea alla base del programma era chiara: tenere lontani i bambini rom dalle scuole italiane e intanto “civilizzarli”. Un altro insegnante ha scritto: “la scuola per zingari, che lo si voglia o no, non può svolgere un programma normale, ma deve adattarsi al livello, allo stato intellettuale degli educandi che è primitivo per non dire selvaggio.” Un’altra insegnante era “fisicamente stanca, però lo spirito mi regge, poiché mi pare assurdo che possa esistere della gente, delle persone che ancora non hanno ricevuto il messaggio non solo cristiano, ma neppure civile.”139 Nel 1976 un nuovo accordo tra il Ministero e l’Opera Nomadi ha trasformato le classi del “Lacio Drom” in classi di recupero e ha creato sessanta sezioni elementari per bambini rom.140 Il programma si è concluso nel 1982, quando un nuovo accordo tra le due parti ha stabilito che i bambini rom in età scolare dovessero frequentare le classi italiane, prevedendo la presenza di un insegnante aggiuntivo per ogni sei allievi rom con la funzione anche di intermediario tra scuola e famiglie.141


Più di recente, le autorità hanno cercato di trasferire la responsabilità dell’istruzione dei bambini rom a delle ONG, con un successo non molto migliore. A Pisa, per esempio, si è affidato a una organizzazione locale il compito di insegnare l’italiano ai bambini del campo autorizzato di Coltano, in via Idrovora. Le lezioni non sono impartite da insegnanti professionisti e non sono previsti voti. Dunque, non hanno valore per l’accesso alla scuola secondaria. Prima dell’inizio dei corsi, all’inizio del 1999, l’ONG ha avvicinato i genitori e ha chiesto loro di compilare dei questionari dettagliati concernenti la loro famiglia e i bambini. I genitori, molti dei quali sprovvisti del permesso di soggiorno, temevano che le risposte potessero essere usate contro di loro dalla polizia, rendendo ancora più difficile ottenere dei documenti validi. Così il progetto si è bloccato. L’ONG in seguito ha creato dei contrasti, volendo usare per le lezioni la sala per la preghiera musulmana. I Rom hanno rifiutato, mostrando che loro avevano il permesso delle autorità locali per usare quella sala per il servizio religioso. Le autorità tuttavia si sono schierate con l’ONG, ritirando il permesso e ordinando la restituzione della sala. Il 18 gennaio 1999, mentre l’ERRC stava conducendo delle interviste a Coltano, sono arrivati al campo dei rappresentanti della ONG in questione, scortati da due poliziotti in uniforme e armati, per recuperare i questionari e prendere possesso della sala contesa. Come previsto, praticamente non c’erano questionari pronti e il leader spirituale della comunità, I. D., ha detto che loro non avevano intenzione di restituire la stanza. Ne è seguita un’aspra discussione, durata almeno due ore. La lite era osservata da vicino dai poliziotti, che però non sono intervenuti. Alla fine i membri della ONG se ne sono andati lanciando l’ultimatum: sarebbero tornati il giorno dopo, senza specificare quel che sarebbe accaduto di fronte a un nuovo rifiuto da parte dei Rom. L’ERRC è stata informata che i Rom sono stati costretti a consegnare la stanza una settimana più tardi, ma in queste condizioni le possibilità di successo dei corsi di italiano sono quanto meno dubbie.


 


I bambini rom che frequentano le scuole italiane si confrontano con difficoltà che vanno dai pregiudizi dei genitori non rom, a cui non piace che i loro figli vadano a scuola con “gli zingari”, alle canzonature degli altri compagni, agli stereotipi di insegnanti e presidi che insistono col mito della intelligenza “geneticamente” inferiore dei bambini rom.142 Gli insegnanti hanno dichiarato all’ERRC che i bambini rom turbano le lezioni con la “loro puzza” e che i genitori italiani non vogliono che i loro figli stiano con “la stessa gente che loro gli insegnano a temere.”143 Tra il 1962 e il 1986, nella provincia di Verona, 136 bambini rom sono stati espulsi dalla scuola, almeno 92 dei quali per ragioni legate all’igiene.144 Un rappresentante del Comune di Firenze ha raccontato all’ERRC che l’iscrizione di alcuni bambini rom in una scuola cittadina nel settembre 1998 ha sollevato furibonde proteste da parte dei genitori non rom, che minacciavano di ritirare i figli, piuttosto che vederli dividere il banco con un bambino rom. Invece di affermare il diritto dei Rom all’istruzione pubblica, il provveditorato ha disperso i bambini rom in vari istituti per placare la protesta e diluire il pregiudizio ostile.


 


Un serio ostacolo al diritto all’istruzione è iscritto nel sistema dei campi che preclude tutte quelle forme di educazione che hanno luogo al di fuori dell’ambito scolastico. I bambini rom non sono mai o solo raramente invitati a casa di altri bambini, e i genitori non rom non permettono che i loro figli vadano a trovare gli amici in un campo. Si tratta di un’occasione perduta per entrambe le parti. Le conseguenze ricadono soprattutto sui bambini rom; quelle famiglie arrivate in Italia trent’anni fa e rimaste confinate nei campi stanno arrivando a una terza generazione i cui legami con la realtà circostante sono recisi.


 


Il sistema scolastico italiano non garantisce un equo accesso ai Rom, che patiscono violenze, segregazione e discriminazioni. Le autorità hanno di recente fatto delle dichiarazioni che collegano istruzione e criminalità, promuovendo l’idea che se i bambini rom sono a scuola, allora non rimangono per le strade a rubare.145 Tuttavia, finché le autorità partono da un pregiudizio razzista per formulare le loro politiche, ci sono poche speranze che i Rom possano godere di un autentico diritto all’istruzione.


 


7. Il diritto al lavoro


C’è un alto tasso di disoccupazione tra i Rom in Italia e l’ERRC ne ha incontrati pochi con un lavoro regolare e un salario decente.146 Ci sono poche opportunità di impiego nel sistema dei campi. Alcuni Rom sono impiegati nell’artigianato tradizionale. Altri trovano impieghi stagionali nell’agricoltura (o persino nella pesca). Alcuni si impegnano in piccolissime imprese. Altri mendicano. Molti sono semplicemente disoccupati.


 


Alcuni Rom producono oggetti d’artigianato tradizionale. L’ERRC ha visto un braccialetto di rame fatto da un fabbro rom della zona di Eboli-Battipaglia la mattina dopo la già ricordata distruzione del campo. All’ERRC sono state mostrate anche coppe e vasi di rame fatti dalla famiglia di E. B. allo scopo di venderli a Salerno o a Napoli.147 La famiglia di N. S. del campo Masini di Firenze è specializzata nella produzione di piccoli oggetti di cuoio. La famiglia di L. J. della Favorita di Palermo è specializzata in oggetti di vimini, come per esempio i cesti. Un gruppo di Rom italiani dell’accampamento abusivo di Crotone si occupava di ferramenta, ma poi gli affari non sono più andati bene e ora l’occupazione principale sono i lavori stagionali agricoli o nella pesca.148 Lo stesso è accaduto per i Rom del campo autorizzato di Roppoli (Cosenza). Alcuni Rom viaggianti intervistati dall’ERRC lavoravano in proprio come mercanti di cavalli.149 Una famiglia del campo di San Donnino a Firenze vendeva fiori nei mercati cittadini.


 


Altri Rom cercano di trovare impieghi di nicchia che derivano dal modo di vivere nei campi. Al Casilino 700, nel gennaio 1999, M. D. era impegnato a fabbricare piccoli fornelli fatti di metallo di recupero e pezzi raccolti intorno alla sua baracca. Suo figlio, di circa 12 anni, lo aiutava mentre la moglie e dei figli più piccoli lo guardavano. M. D. ha raccontato di avere in tutto nove figli, è arrivato in Italia nel 1991 e dal 1993 è al Casilino. L’ERRC ha visto fornelli simili a quelli che fabbricava M. D. in molte abitazioni nei campi di tutta Italia; sono fatti di una base bassa con un tubo corto e vanno a carbone o legna e possono essere usati sia per cucinare che per scaldare. M. D. ha spiegato che per farne uno ci mette cinque o sei giorni e lo vende a circa 100 000 lire. Non è un lavoro regolare, né il materiale né i clienti sono facili da trovare. In molti campi, l’ERRC ha visto delle baracche usate come bar o negozi improvvisati.


 


Un altro lavoro creato dalla vita nei campi è quello di riparare macchine e roulotte. Questo faceva, per esempio, Z. M. nel campo autorizzato di Zelarino a Mestre. Chi abita nei campi è anche impegnato a riparare e a migliorare le proprie abitazioni, benché non ci siano garanzie che un giorno non arrivi la polizia a buttare giù tutto. Sempre a Zelarino, l’ERRC ha intervistato M. M., che stava costruendosi una baracca.150 Ha deciso di farlo perché la settimana prima la sua roulotte era bruciata fortuitamente. Suo fratello era venuto ad aiutarlo da Napoli, dove abita nel campo di Secondigliano. Anche il figlio di 10 anni era coinvolto nell’impresa. Oltre a delle vecchie tavole e a dei pezzi di compensato, usavano delle assi nuove e dei chiodi che hanno detto di aver comprato in un negozio di Mestre. M. M. ha detto che il suo mestiere è quello di fabbricare stufe in mattoni e caminetti; se gli riusciva di farsi commissionare un caminetto, avrebbe avuto una buona retribuzione, ma questi sono lavori rari, allora per adesso lui migliora la sua baracca mentre sua moglie va a mendicare per i bisogni quotidiani.


 


L’amministrazione del campo offre qualche opportunità di impiego. I campi autorizzati hanno sempre dei guardiani alle porte, che sono pagati (direttamente o indirettamente) dal Comune. Queste persone controllano chi entra e chi esce dal campo e hanno l’autorità di bloccare il passaggio. In alcuni campi visitati dall’ERRC il guardiano era un Rom e in molti casi lui stesso viveva nel campo. All’Olmatello a Firenze, oltre al guardiano rom, c’era una dozzina di Rom impiegati come spazzini. All’epoca della visita dell’ERRC, in questo campo vivevano circa 350 persone, per le quali non sembrano esserci altre opportunità di lavoro.


 


8. Conclusione: la discriminazione razziale


La separazione fisica tra Rom e non Rom in Italia è tanto forte da lasciare quasi in ombra tutti gli altri aspetti. Molte altre questioni legate ai diritti umani prenderebbero altre proporzioni se i Rom non fossero ghettizzati nei campi autorizzati o completamente esclusi da qualsiasi altra decente soluzione abitativa. Gli abusi commessi durante le sistematiche azioni di polizia sarebbero inconcepibili senza la vulnerabilità derivante dall’indecenza della vita nei campi. La discussione sul diritto all’educazione sarebbe ben diversa se la frequenza dei bambini non fosse ostacolata dalla separazione fisica dagli istituti scolastici. Tuttavia, la condizione estrema di segregazione dei Rom in Italia, che non si limita alla presenza di un recinto e di un guardiano, ha forse messo in ombra gli altri problemi con cui si confrontano i Rom. Messe da parte le drammatiche insidie della segregazione, il nocciolo della questione emerge in primo piano: razzismo e discriminazione a sfondo etnico.


 


Il complesso residenziale presso via Timarone Rosso a Roppoli (Cosenza) sembra, a prima vista, integrato. Nel gennaio 1999, gli otto blocchi di appartamenti erano abitati da venti famiglie rom, circa 150 persone in tutto, e da cinquanta famiglie non rom. Il progetto era partito vent’anni prima; l’ultimo blocco era stato completato circa dieci anni prima. I Rom hanno spiegato che prima di stabilirsi lì avevano condotto una vita instabile. A. M., 40 anni, ha detto di essere arrivato nella zona a 14 anni, con la sua famiglia, e ne aveva 20 quando hanno avuto un appartamento.151 Prima di stabilirsi là, la loro attività era il commercio di cavalli; poi sono diventati braccianti stagionali, lavorando alla raccolta delle olive e dei pomodori, qualche volta anche pescatori. Comunque, trovare lavoro è spesso difficile. L’appartamento che l’ERRC ha visitato è di quattro stanze, in cui vive una famiglia estesa di sette membri; la casa è ben equipaggiata e in ottime condizioni igieniche. L’affitto è pagato al Comune, che è il proprietario. I vecchi Rom parlano romanes e italiano; i più giovani che sono cresciuti lì parlano solo italiano. Malgrado una simile “integrazione”, i Rom di Roppoli dicono di essere il bersaglio privilegiato delle indagini della polizia quando viene commesso un furto nei dintorni. R. P. dice: “Qualcuno ruba qualcosa e la colpa è sempre nostra.”152 Inoltre i Rom che abitano nelle case di Roppoli si sentono degli estranei con i vicini non rom: sembra che non ci sia nessuna relazione interetnica, nemmeno tra chi vive nello stesso condominio.


 


L’unico progetto residenziale per Rom immigrati visitato dall’ERRC si trova a Firenze. L’immobile occupa uno spazio di circa due chilometri quadrati, ai margini di un’area dove sorgono dei condomini. Ci sono anche quattro case basse piuttosto belle. Una giovane donna rom ha raccontato all’ERRC che in casa ha acqua e luce, i suoi figli vanno a scuola e parlano italiano. Tutto dà l’impressione di vedere un progetto di successo, anche se di piccole dimensioni. Circa trecento famiglie rom vivono nei campi dei dintorni; l’immobile è stato dato solo ai membri della famiglia estesa di un leader rom, che possiede anche un caffè e un negozio di alimentari in un campo. Senza la capacità – o la volontà – di fornire a tutti i Rom un’abitazione adeguata e non segregata, le autorità di Firenze comprano i loro leader con una casa. I Rom che restano nei campi si lamentano che il Comune di Firenze usa in modo subdolo la promessa di dare una casa fuori dal campo, per ricompensare “la buona condotta”. Con questa definizione, le autorità non intendono solo che uno non commetta crimini, ma anche che spii e faccia delazione sugli altri.


 


In cerca del campo di Crotone, l’ERRC ha chiesto la direzione ad alcune persone che avevano fatto un falò su un lato di una piccola piazza polverosa. Queste si sono rivelate essere dei Rom che vivevano in un campo abusivo, a una cinquantina di metri dal campo meta della visita. Tuttavia, loro continuavano a sostenere d’essere “Italiani”, i “Rom” erano solo quelli che abitavano nel campo. Hanno raccontato di essere in Italia da molte generazioni e di avere la cittadinanza. All’epoca della visita dell’ERRC, vivevano in case precarie che assomigliavano piuttosto a delle grandi baracche coi muri composti da mattoni, tavole di compensato, pannelli di plastica, lamiera ondulata e altri materiali di recupero. In qualche casa c’era l’elettricità, e qua e là si vedevano dei rubinetti. I Rom si lamentavano di non ricevere alcuna assistenza pubblica; spesso gli tagliavano acqua e luce. Mandavano i figli alla scuola locale, ma molti abbandonavano dopo pochi anni. Questi Rom di Crotone sembravano completamente isolati, senza nessun contatto né con i Rom immigrati stabiliti nel campo, né con dei non Rom.


Ben consci dei connotati negativi inclusi nell’identità Rom/zingaro, questi Rom italiani “autoctoni” sottolineavano decisamente la loro diversità dagli immigrati, dai Rom che vivevano nel campo a cinquanta metri. Hanno consigliato agli osservatori di non andarci, perché è un luogo molto pericoloso, anche perché c’erano stati dei casi di colera. Poi, durante la visita al campo, si è scoperto che il presunto colera non era altro che un caso fatale di intossicazione alimentare. I “pericolosi” abitanti del campo erano Rom musulmani provenienti dalla Bosnia e dal Kosovo.


 


Alla base del trattamento dei Rom in Italia c’è il razzismo, la radicata convinzione – spesso portata inconsciamente e messa in atto per ignoranza – che i Rom sono diversi, biologicamente “altri” che non hanno nulla a che fare con l’Italia e la cui presenza nel paese è inopportuna. Nella maggior parte dei casi i Rom sono solamente tollerati, ma negli ultimi tempi razzismo e xenofobia stanno crescendo. I Rom, deboli ed esposti, soffrono quotidiane violazioni dei loro diritti. Le autorità italiane hanno contrastato in modo inefficiente questi abusi e non hanno previsto nemmeno un rudimentale dispositivo di legge che possa raddrizzare simili torti.


Da una parte, la legislazione contro le discriminazioni razziali già di per sé non fornisce rimedi adeguati e inoltre non è stata abbastanza pubblicizzata. La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza ha di recente concluso che in Italia “non esiste una legislazione generale per contrastare la discriminazione razziale o etnica.”153 A parte una modifica del 1993 al Codice penale (che riguarda la propaganda di discorsi razzisti e di violenza a sfondo razziale), la legge italiana prevede “pochi strumenti contro la discriminazione razziale o altre visibili forme di intolleranza.”154 La legislazione sull’immigrazione adottata nel luglio 1998 fornisce una scarsa protezione contro le discriminazioni razziali e comunque la portata dei provvedimenti non è chiara e i rimedi inadeguati.155


 


Nel luglio 1999, è stata discussa in Parlamento una legge per la protezione delle minoranze linguistiche che ha ottenuto un consenso sufficiente all’approvazione solo dopo che è stato eliminato il riferimento alla minoranza rom, e così la tutela legale della lingua e della cultura rom.156 Analogamente, dopo che il governo italiano157 e altre istituzioni158 avevano elogiato un progetto di legge sull’immigrazione che garantiva il diritto di voto alle elezioni locali agli immigrati in posizione regolare, anche se sprovvisti di cittadinanza, questa misura è stata eliminata prima che la legge fosse approvata.159


 


D’altra parte, il governo non ha agito in modo che la legislazione esistente sia davvero applicata, aggravandone così i difetti di fondo.160 L’ambiguità e la debolezza delle norme assicurano che queste non vengano mai applicate. Perciò, nonostante le garanzie costituzionali (vedi l’art. 3), “non c’è giurisprudenza in materia di razzismo.”161 Inoltre, non c’è giurisprudenza relativa alle poche disposizioni di legge esistenti contro atti di discriminazione non violenti.162


 


Il governo italiano deve ancora fornire delle informazioni per contrastare questa diffusa impressione che la maggior parte delle norme antidiscriminazione siano sconosciute e inapplicate. L’ERRC ha parlato con membri del governo, osservatori di organizzazioni non governative, rappresentati delle professioni forensi: quasi tutti hanno mostrato grande incertezza sulle norme di legge, sulle possibili applicazioni, sulla frequenza con la quale hanno avuto modo di confrontarsi con casi di discriminazione. In breve, il governo sembra aver fatto pochi sforzi per sensibilizzare il pubblico verso queste leggi e assicurare in questo modo che vengano applicate.


 


In merito alla modifica al Codice penale del 1993, che riguarda atti di violenza a sfondo razziale e l’incitamento all’odio razziale, la delegazione italiana ha dichiarato alla sessione del Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale che nel marzo 1995 esaminava l’ottavo e il nono rapporto del governo italiano: “in diretta conseguenza della nuova legislazione, il numero di episodi di intolleranza, discriminazione e violenza razziale è drasticamente diminuito.” Tuttavia, il governo non è stato in grado di fornire alcuna informazione sulla frequenza o sull’efficacia dei provvedimenti giudiziari, adducendo semplicemente che “i processi basati sulla nuova legge non si sono ancora conclusi, le sentenze definitive non sono ancora disponibili, sebbene molte decisioni siano state prese sulla base della legislazione del 1975.”163 Sfortunatamente, il rapporto governativo sottoposto al Comitato delle Nazioni Unite tre anni dopo non ha fornito alcuna elaborazione in merito a questo punto. In breve, una ricerca approfondita e il regolare monitoraggio dell’ERRC non hanno svelato alcuna prova che possa contraddire l’affermazione del presidente del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani: in Italia “sono stati fatti pochi progressi nella lotta contro il razzismo.”164


 


Nelle sue “Osservazioni conclusive” sull’Italia del marzo 1999, il CERD ha condannato il trattamento riservato ai Rom. In particolare, il Comitato ha espresso preoccupazione “per la situazione di molti Rom che, non potendo accedere all’edilizia popolare, vivono in campi attorno alle maggiori città italiane” e ha affermato che “oltre alla frequente mancanza dei servizi fondamentali, la residenza dei Rom in questi campi non porta solo alla loro segregazione fisica dalla comunità italiana, ma anche a un isolamento politico, economico e culturale.” Il CERD deplora ancora: “il continuo verificarsi di incidenti a sfondo razziale, compresi attacchi a stranieri […] e contro Rom, […] di cui a volte le autorità non riconoscono le connotazioni razziste o non sono perseguiti come tali”; “le violenze e i maltrattamenti accertati che le forze dell’ordine commettono nei confronti di stranieri e membri di minoranze detenuti”; “la mancanza di un’adeguata formazione dei membri delle forze dell’ordine e di altri pubblici ufficiali in merito alle disposizioni della Convenzione.” Il Comitato ha espresso anche il timore che, nel progetto di legge sulla minoranze all’epoca in discussione al Senato, “i Rom non siano considerati una minoranza e perciò non beneficino delle garanzie di legge.”


In previsione di queste gravi mancanze, il Comitato ha raccomandato al governo italiano una serie di misure, tra le quali: “aumentare gli sforzi per prevenire e punire gli incidenti a sfondo razziale e la discriminazione contro stranieri e Rom, così come il loro maltrattamento nelle carceri”; “prestare maggiore attenzione alla situazione dei Rom in Italia, al fine di evitare ogni discriminazione nei loro confronti”; “includere nel prossimo rapporto delle statistiche sulla composizione etnica del paese”, in particolare “la percentuale di cittadini italiani di origine straniera e il numero di stranieri che vivono in Italia”; “includere delle informazioni sull’applicazione dell’articolo 6 della Convenzione [sui mezzi per tutelare dalla discriminazione razziale], compreso il numero di casi di questo tipo portati nelle principali aule di giustizia”; “procedere […] a una maggiore sensibilizzazione delle forze dell’ordine” in materia di tolleranza e di diritti umani; infine, formare una commissione nazionale sui diritti umani consultiva sulle questioni delle minoranze e della discriminazione.


 


Un anno dopo queste dure conclusioni e l’articolata lista di raccomandazioni formulate dal CERD, è difficile riscontrare qualche effetto. La volontà di espellere i Rom dall’Italia si è rafforzata e importanti esponenti politici avanzano serie proposte che la polizia possa sparare sulle imbarcazioni che trasportano immigranti sull’Adriatico. Le operazioni violente delle forze dell’ordine sono proseguite senza sosta. I politici italiani manifestano pubblicamente la loro ostilità e l’opinione pubblica appoggia i partiti che propongono politiche ostili contro Rom e altri gruppi. Quei politici che si astengono da dichiarazioni contro i Rom stanno zitti e basta, forse nella certezza che ora il vento soffia a favore di chi manifesta odio razziale. Inoltre, la reazione degli altri paesi europei è stata quasi inesistente; mentre l’Europa ha duramente condannato l’Austria per la presenza nel governo del partito xenofobo di Heider, non c’è stata quasi nessuna conseguenza alla crescita dell’estremismo in Italia.


 


L’ondata di ostilità contro gli immigrati e i Rom si manifesta regolarmente in atti violenti contro i Rom, siano essi umilianti e devastanti irruzioni di polizia, durante le quali si fanno a pezzi beni e abitazioni, lasciate in un cumulo di macerie, oppure in forma di discorsi offensivi, umilianti da parte di amministratori pubblici, che lasciano il segno su tutti i Rom in Italia e rendono loro impossibile una vita dignitosa. È arrivato il momento di una autentica reazione internazionale nei confronti dell’Italia.



9. Raccomandazioni dell’European Roma Rights Center al governo italiano


L’European Roma Rights Center sollecita il governo italiano a prendere le seguenti misure:


1.      Cessare le discriminatorie espulsioni di Rom e le espulsioni di massa di cui sono oggetto;


2.      Permettere il rientro dei Rom espulsi illegalmente, e risarcire i danni morali e materiali legati al loro allontanamento forzato dall’Italia;


3.      Cessare le irruzioni violente della polizia, allineando le azioni delle forze dell’ordine con le norme internazionali;


4.      Risarcire chi ha subito la distruzione o danni alle abitazioni e ai beni durante le irruzioni di polizia; fornire sostegno finanziario per ricostruire i campi – laddove siano ancora necessari – e le abitazioni distrutte in quelle occasioni;


5.      Indagare sulle testimonianze che attestano il comportamento brutale delle forze dell’ordine, i furti e altri comportamenti illegali, e processare gli agenti imputati;


6.      Condurre immediatamente indagini approfondite sul ferimento di Natali Marolli e processare l’agente o gli agenti responsabili;


7.      Indagare su tutte le testimonianze di insabbiamento da parte delle forze dell’ordine;


8.      Intraprendere una revisione critica delle norme che regolano la condotta delle forze dell’ordine e riformarle dove contrastano con gli standard internazionali fissati dalle Nazioni Unite nel Codice di Comportamento delle forze dell’ordine (1979) e i Principi base della loro applicazione adottati dall’ECOSOC nel 1989 e ancora fissati nella Risoluzione 690 (1979) dal Parlamento europeo (Dichiarazione sulle forze dell’ordine);


9.      Sensibilizzare le forze dell’ordine in materia di diritti umani e formarle sulla base degli standard internazionali di condotta, in particolare nei confronti dei Rom;


10.  Fornire ai Rom che hanno subito degli abusi dei canali sicuri e affidabili per denunciarli e pubblicizzarne l’esistenza;


11.  Applicare le massime sanzioni previste dalla legge contro discorsi che incitano all’odio razziale contro i Rom, soprattutto se pronunciati da pubblici ufficiali;


12.  Indagare su tutte le testimonianze dei crimini a sfondo razziale e processare i colpevoli;


13.  Raccogliere dati sui crimini a sfondo razziale, comprendendo le cifre sui colpevoli, le vittime e gli imputati, così come sulle persone accusate e quelle condannate in relazione a crimini a sfondo razziale;


14.  Applicare delle misure per abolire la segregazione residenziale, senza limitarsi all’abolizione del sistema dei “campi nomadi”; applicare il più presto possibile delle misure per allineare i Rom al resto della società italiana per quanto riguarda il problema della casa, cessando le politiche d’esclusione promosse sia dalle istituzioni che da attori privati;


15.  Rendere accessibili ai Rom delle soluzioni abitative adeguate e provvedere secondo le norme internazionali in materia al fine di garantire: (a) protezione legale del possesso e contro sfratto forzato, molestie e altre minacce; (b) servizi adeguati (acqua potabile, energia per la cucina, il riscaldamento e l’illuminazione, sanitari, conservazione del cibo, nettezza urbana, fognature, servizi di emergenza); (c) accessibilità economica; (d) abitabilità (dimensioni adeguate, rispetto degli standard di sicurezza, adeguata protezione dagli agenti atmosferici, dalle infezioni e da cedimenti strutturali); (e) accessibilità garantita specialmente alle persone disabili, anziane o che hanno esigenze particolari, come malati terminali, sieropositivi, malati cronici, persone con disagi psichici, oppure vittime di calamità naturali o originarie di aree disastrate; (f) una posizione adeguata, che permetta l’accesso ad opportunità di lavoro, ai servizi sanitario e scolastico e agli altri centri d’assistenza sociale, lontani da zone inquinate e da fonti di inquinamento; (g) soluzioni rispettose della cultura rom.


16.  Procedere alla rapida legalizzazione degli insediamenti rom e delle altre abitazioni sparse sinora considerate abusive;


17.  Fornire adeguata assistenza ai Rom in Italia perché ottengano il permesso di soggiorno; facilitare l’accesso alla cittadinanza per quei Rom che vivono in Italia da più di cinque anni;


18.  Fornire delle accurate statistiche sul numero di persone che vivono in Italia sprovviste di cittadinanza;


19.  Assicurare delle procedure chiare ed accessibili per legalizzare la posizione dei Rom attualmente sprovvisti di permesso di soggiorno, senza considerazioni per il paese di origine;


20.  Riconoscere ai Rom kosovari lo status di rifugiato, secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, e dunque concedere loro asilo politico;


21.  Indagare sulle testimonianze di atti di discriminazione razziale nel sistema penale;


22.  Sensibilizzare i giudici e gli altri membri dei tribunali in materia di tolleranza razziale; fornire un’adeguata preparazione sulle norme internazionali ai giudici e agli altri membri dei tribunali;


23.  Punire severamente i casi di violenze commesse da insegnanti, personale non docente o altri compagni sui bambini rom nelle scuole italiane;


24.  Fornire alle famiglie rom dei sussidi per l’acquisto dei libri di testo e di altro materiale didattico;


25.  Affrontare immediatamente gli ostacoli all’integrazione dei bambini all’interno del sistema scolastico italiano; adottare un piano per superare i problemi dell’integrazione nel sistema italiano; concepire dei programmi che prendano in considerazione la storia, la cultura e la lingua dei Rom, indirizzandoli sia a bambini rom che non rom; fornire un sistema di trasporto scolastico adeguato;


26.  Mettere a disposizione delle comunità rom in Italia dei servizi legali in modo da compensare la loro relativa esclusione dalla società e dal sistema legale italiani; garantire assistenza legale subito al momento dell’arresto e durante le indagini preliminari. A chi non può permettersi un’assistenza legale, deve essere garantito il patrocinio gratuito, come sancito dall’articolo 6.3 della Convenzione europea sui diritti umani;


27.  Incitare all’assunzione di Rom e membri di altre minoranze nei pubblici uffici, comprese le forze dell’ordine, le istituzioni dei governi locali e nella magistratura;


28.  Rimediare agli alti tassi di disoccupazione dei Rom adottando delle politiche che li integrino alla vita economica italiana;


29.  Concepire e applicare dei programmi di educazione pubblica, allo scopo di ridurre l’attuale livello di ostilità contro i Rom diffuso nella società italiana.


30.  Procedere a una rapida ratifica del Protocollo 12 del Convenzione europea sui diritti umani, adottato dal Comitato dei Ministri il 26 giugno 2000, che estende la portata dell’articolo 14 della Convenzione in materia di non discriminazione.


31.  Allineare la legislazione e la pratica alla direttiva del Consiglio Europeo sull’implementazione del principio di uguale trattamento delle persone, a prescindere dall’origine razziale o etnica, adottata dal Consiglio Europeo il 29 giugno 2000.



10. Bibliografia



11. Appendice


Kate Carlisle, Di male in peggio nel ghetto zingaro*


A dodici chilometri dal centro di Roma, Elena è seduta davanti al suo camper arrugginito, con il figlio di tre anni in braccio. Il suo sguardo è sperduto, inquadrato dalle ciocche di capelli arruffati che spuntano dal suo foulard. Uno dei suoi grandi orecchini è caduto per terra e giace, dimenticato per un momento, vicino alle sue ciabatte di gomma. In lutto per la morte della figlia di un mese, ha pianto per otto giorni. “Margota non doveva morire,” singhiozza Elena. “E adesso cosa faccio se mi portano via dalla sua tomba?”


Elena, che non ha voluto dire il suo cognome, è una ragazza zingara di 19 anni. Detto in modo più corretto, è una ragazza rom. Vive con la famiglia al campo Casilino 700, nome che deriva dal suo indirizzo. È uno dei 36 campi rom nei dintorni di Roma. Gli italiani hanno dato vari soprannomi ai campi: li chiamano per esempio le favelas d’Italia, come le baraccopoli che circondano Rio de Janeiro. Il Casilino è chiamato “la piccola Calcutta”: con i suoi 1600 abitanti, è il più grande campo rom dell’Europa occidentale. Il problema di Elena è semplice: il Comune lo sta smantellando.


 


Il Casilino ha trent’anni e per la maggior parte del tempo è rimasto relativamente in pace con il resto di Roma. Ma la caduta del Muro di Berlino e le guerre nella ex-Jugoslavia hanno provocato una nuova ondata di immigrazione rom in Italia. Spinti dalla speranza di sfuggire alla povertà e alla discriminazione – e alle violenza, in certe zone come il Kosovo – i Rom hanno iniziato a riversarsi in Italia nei primi anni Ottanta e da allora il flusso non si è più arrestato. Elena e la sua famiglia sono fuggiti dalla loro casa in Romania, dove sono ben note le quotidiane violazione dei diritti dei Rom: pestaggi della polizia, assassini, segregazione. Ora è una dei 100mila rom che vivono in Italia, 40mila dei quali provengono dalla ex-Jugoslavia.


I campi sono tanto una questione politica quanto un problema sociale. Ho accompagnato in visita ai campi alcuni rappresentati dell’European Roma Rights Center, che sta documentando la condizione dei diritti dei Rom in Italia. Si tratta di un terreno insidioso. Da una parte l’Italia proclama di avere valide politiche sociali e una lunga tradizione di assistenza ai poveri. Ma i contrasti sorti intorno ai rom stanno crescendo, come accade negli altri paesi europei che ospitano delle minoranze rom. Molti italiani li considerano nient’altro che dei criminali, dei borseggiatori, dei mendicanti, delle persone indesiderabili sotto tutti i punti di vista.


 


La decisione di smantellare il Casilino è stata annunciata l’anno scorso dal sindaco Rutelli, dopo l’ultima di una lunga serie di morti infantili nel campo. Ma la politica comunale e il modo sommario con cui è stata realizzata – dicono in molti – ha peggiorato le cose. La morte della figlia di Elena ne è un triste esempio: è stata soffocata dal suo vomito mentre era stata allontanata dalla madre, durante un’irruzione della polizia.


 


Per Elena e altri Rom, l’esistenza quotidiana è un precario esercizio di improvvisazione che comprende di tutto, dal chiedere l’elemosina a frugare nei rifiuti a un lavoro giornaliero. Meno di un terzo dei Rom in Italia hanno un permesso di soggiorno; la legge non garantisce la cittadinanza nemmeno a chi è nato in Italia. Così, per molti, la fine del Casilino sarà seguita dall’espulsione, che significa un biglietto di sola andata per il proprio paese d’origine. Il governo cittadino non presenta le sue scuse: dichiara che sgomberare il campo è necessario per combattere il crimine e per migliorare le condizioni di vita dei Rom. Ma l’attitudine dell’amministrazione non è, bisogna dire, molto amichevole. “Gli zingari tendono a distruggere tutto quello che fa funzionare il campo, lasciandolo in condizioni orribili,” dice Luigi Lusi, consigliere delegato del sindaco di Roma per gli affari nomadi, “È nostro dovere liberare il campo dai cattivi soggetti e mandarli via.” Un uragano.


Pochi italiani mettono in discussione il fatto che i campi sono diventati un problema, tanto per chi ci vive che per il resto di Roma. Non ci sono servizi pubblici al Casilino: né gas né elettricità. I topi attraversano sfacciatamente le strade non asfaltate del campo. Prima che iniziasse la demolizione, l’anno scorso, il Casilino aveva in tutto nove wc chimici, uno ogni 180 persone. Ma Roma ha dei programmi per migliorare gli insediamenti rom? oppure si sta rafforzando l’idea che i Rom debbano vivere in isolamento? Per molti, queste sono domande pressanti. “Non c’è dubbio che si debba fare qualcosa con il Casilino,” dice il commissario Ferdinando Bucci, che ha lavorato nell’unità assegnata al campo. “Ma il ‘come’ e il ‘cosa’ lasciano molto spazio per le contestazioni.”


Per come stanno le cose, il Casilino cesserà di esistere a fine giugno, ma il destino dei suoi occupanti solleva grandi controversie. Rutelli ha ordinato che siano trasferiti nei campi ancora autorizzati che si trovano in altri quartieri della periferia di Roma. Ma dopo le veementi proteste dei cittadini che ci abitano, le deportazioni si sono fermate. Così quest’anno, secondo “Rom Riunirci”, un’organizzazione legata all’Ufficio nomadi del Comune, più di 550 Rom sono stati espulsi dall’area di Roma. Queste azioni stanno suscitando forti critiche da parte delle organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani. “Le espulsioni hanno infranto ogni regola,” dice Claude Cahn, direttore delle pubblicazioni dell’European Roma Rights Center di Budapest. “La Convenzione europea per i diritti umani proibisce le espulsioni di massa. Per non parlare delle leggi italiane che sono state infrante.”


Sebbene il governo insista sulla regolarità del suo operato, si permette addirittura di ignorare i Rom nella legislazione nazionale. Quando il Parlamento ha approvato una legge sulla protezione delle minoranze etniche e linguistiche, lo scorso hanno, il Romanes, la lingua rom, è stata esclusa. Tuttavia ci sono delle resistenze tra i legislatori. Un gruppo di partiti di centro-sinistra sta preparando un emendamento in modo che anche i Rom beneficino della legge esistente.


 


Come altri non europei in Italia, i Rom sono compresi nell’ambigua etichetta di “extracomunitari”. Come indica il titolo del consigliere Luigi Lusi, l’amministrazione pubblica li considera ancora dei nomadi, quindi non bisognosi di una casa. Ma questa è un’idea antiquata: se alcuni Rom continuano a viaggiare, molti hanno abbandonato la strada. “È ovvio che non cavalchiamo più, cambiando posto ogni giorno,” dice Ivo, un Bosniaco che ha abbandonato una casa di quattro stanze e un lavoro di metalmeccanico… “Nemmeno mio nonno aveva ancora una vita da viaggiante.”


I politici stanno avvantaggiandosi della xenofobia che è alimentata da un’ondata di reati minori commessi da immigrati e da Rom. In occasione di un recente comizio elettorale della Lega Nord, sono stati distribuiti volantini con grevi battute razziste contro i Rom. Una settimana dopo, una folla inferocita guidata dallo stesso candidato ha attaccato un campo rom della periferia di Milano.


 


Il Casilino provoca simili ostilità. Il sindaco e i mezzi di informazione lo chiamano in tutti i modi, da “terreno di coltura per i ladri” a “una piaga aperta del XX secolo.” “Fatti forza, e poi vai al Casilino,” avverte Dimitrina Petrova, direttore dell’European Roma Rights Center. Il Casilino 700 era uno dei molti campi che ha visitato durante la sua missione in Italia – e uno dei peggiori. Spiega qualcosa sull’Italia, senza dubbio, ossia che permettere una situazione si riduca come il Casilino ispira più timore e pessimismo che speranza. Malgrado le sue condizioni igieniche siano pessime, la maggior parte dei Rom ritiene che rimanere in un ghetto sia meglio che essere espulsi, un provvedimento che si sta rivelando la soluzione favorita del governo. Ai Rom resta da scegliere il meno terrificante tra due incubi.



Credits:


L’European Roma Rights Center è un’organizzazione di diritto pubblico internazionale, che accerta la condizione dei Rom in Europa e fornisce assistenza legale alle vittime di violazioni dei diritti umani. I Rom sono al presente il gruppo etnico più svantaggiato in Europa. Ovunque, i loro diritti fondamentali sono minacciati. Negli ultimi anni, si sono verificati dei preoccupanti casi di violenza a sfondo razziale nei loro confronti. È comune a molte società la discriminazione dei Rom nel campo del lavoro, dell’educazione, dell’assistenza sanitaria e in altri settori ancora. Discorsi ostili rinforzano lo stereotipo negativo che pervade l’opinione pubblica europea.


 


L’ERRC è retta da un comitato internazionale, presieduto da Eva Orsos (Ungheria) e Lord Lester of Herne Hill QC (Gran Bretagna), di cui fanno parte Isabel Fonseca (Gran Bretagna), Gabor Halmai (Ungheria), Deborah Harding (Stati Uniti), Monika Horakova (Repubblica Ceca), Khristo Kyuchukov (Bulgaria), Rumyan Russinov (Bulgaria), Joseph Schull (Canada) e Ina Zoon (Spagna).


 


Dimitriva Petrova è il direttore. Lo staff comprende: Azam Bayburdi (executive assistant), Peter Bukovics (financial assistant), Claude Cahn (Research and publications director), Andi Dobrushi (staff attorney), Dora Farkas (receptionist), Istvan Fenyvesi (publications coordinator), Gloria Jane Garland (legal director), Daniel Gether (legal administrative assistant), Iain Giles (operations director), Angela Kocze (human rights education director), Sarolta Kozma (accountant), Nora Kuntz (information manager), Gioia Maiellaro (staff attorney), Viktoria Mohacsi (researcher), Tatjana Peric (researcher/monitor coordinator), Branimir Plese (staff attorney), Veronika Leila Szente (advocacy director).


 


[Per contatti:]


European Roma Rights Center


H-1386 Budapest 62, P.O. Box 906/93, Hungary


Tel.: (36-1) 428-2351


Fax: (36-1) 428-2356


E-mail: DimitrinaPetrova@compuserve.com; norka@errc.org


Homepage: http://errc.org


 


http://www.errc.org/db/00/10/m00000010.doc



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