''Vi supplico, vi scongiuro con tutte le ultime forze: fate che anche i miei due bambini restino in Italia, e per sempre''
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Voleva invece garantire un futuro in Italia ai suoi due figli di 12 e 13 anni

Costretta alle nozze, si suicida sotto il treno

Si ribella alla famiglia che le aveva imposto come marito il cognato settantenne

 


 










DAL NOSTRO INVIATO SOLIERA (Modena) — Kaur P., 31 anni, vedova sikh trapiantata nella Bassa modenese dal gennaio 2002, operaia in fabbrica, la sera del 22 agosto entrò nel supermercato Famila. Comprò due bottiglie di whisky, cominciò a bere. Andò a casa, un lindo appartamentino datole dal Comune al secondo piano di una palazzina popolare alla periferia di questo paesone di 15 mila abitanti tra Modena e Carpi, prese un foglio di carta e, nella sua lingua, scarabocchiò: «In India non ci voglio tornare e non ci tornerò mai più. Ma vi supplico, vi scongiuro con tutte le ultime forze di una mamma e di una vedova che è stata costretta a sposare il vecchio cognato di suo marito: fate che anche i miei due bambini restino in Italia, e per sempre. Non rimandateli nella terra in cui sono nati. Qui ci avete accolto con affetto, ci aiutate con generosità. Qui è la loro nuova patria. Italiani, non permettete che mia figlia di 13 anni e il mio ragazzino di 12 vivano di imposizioni e pregiudizi». Poi Kaur P. si alzò, andò verso la stazione ferroviaria dove, come in un film di Bertolucci, sarebbe stato inutile aspettare un treno: da anni è abbandonata. Kaur, però, sapeva che un treno sarebbe passato sulla Modena–Carpi. Si gettò sotto il primo convoglio del mattino del 23 agosto, mercoledì. Restò decapitata. Più tardi i figli di 12 e 13 anni, promossi alla seconda e terza media, non avendo visto la mamma rientrare, capirono. Scesero in cortile e a due amichetti (uno bianco, padano, autoctono, e l'altro nerissimo, ghanese), compagni di giochi e di play station, chiesero: «Ci accompagnate a cercare la mamma lungo la ferrovia?». I quattro ragazzini tornarono a casa senza aver trovato niente. Il cadavere di Kaur lo scorse, più tardi, la polizia ferroviaria.

 

I due fratellini di 12 e 13 anni non piansero. Come commenta ora l'assessore ai Servizi sociali, Antonella Anderlini, «reagirono in modo più adulto di un adulto». Perché fratello e sorella sapevano. Da tempo, mamma Kaur ripeteva loro: «Un giorno la mamma non tornerà a casa. Ma non preoccupatevi: vi lascio un bel po' di euro. E poi la famiglia alla quale il Comune vi ha affidato, perché siamo poveri e soli e io non ce la faccio a curarvi come vorrei e dovrei, vi seguirà come figli». Ora i due fratellini sono sempre in quella famiglia, in affido provvisorio. La decisione è affidata al Tribunale dei minori di Bologna, ma è legata alla richiesta dei parenti indiani: «Legittimamente potrebbero volerli in India, dove i piccoli sono nati», ricorda l'assessore Anderlini. Sarebbe troppo atroce la beffa, inutile il sacrificio della loro mamma. «La fine di questa ragazza della mia età — commenta Davide Baruffi, sindaco di Soliera e coordinatore provinciale dei Ds – lascia orfani due bambini e uno sgomento generale, perché alla base del tragico gesto vi sono ragioni di ribellione a un costume per noi inconcepibile. Questa vicenda scuote le coscienze di quanti hanno a cuore i diritti di libertà delle persone, universali e incoercibili, a prescindere dalla cultura e dalla razza di ciascuno. Ma segna anche una sconfitta, perché non abbiamo saputo o potuto ascoltare e capire. Perché dandole una casa, il lavoro, l'assistenza pensavamo di aver risolto tutto. E invece non ci accorgevamo che a casa nostra c'era chi stava per togliersi la vita per non poter praticare quei valori universali che predichiamo». Quella mamma aveva osato sfidare le tradizioni familiari e sociali della terra natia. Due anni fa aveva divorziato in Italia dal marito indiano.

 

Era andata a lavorare in fabbrica, aveva scelto di vestirsi all'occidentale, sia pure con discrezione. Non frequentava la comunità sikh (Soliera conta 700 immigrati, prevalentemente indiani, oltre a marocchini e ghanesi). Rimasta vedova lo scorso anno per la morte (malattia) dell'ex marito, a lungo aveva cercato di resistere ai sempre più pressanti e minacciosi appelli dei familiari lontani: «Vieni, dobbiamo decidere del tuo futuro». Alla fine di maggio, cedette: andò nel Punjab, per 40 giorni. Al ritorno apparve più schiva e riservata del solito. Ma questo colpì meno dell'insopportabile olezzo che cominciò a diffondere intorno a sé. Kaur aveva preso a cospargersi di un unguento disgustoso. Solo alla sua più fidata compagna di lavoro aveva confidato: «Sono disperata: ho dovuto sposare un settantenne, cognato di mio marito. A casa mi hanno obbligato a rispettare la tradizione. Ma io rifiuto lui e la tradizione». In agosto divenne ancora più cupa: il «marito» le aveva fatto sapere di volere il ricongiungimento familiare. In Italia. A quel punto Kaur andò a comprarsi due bottiglie di whisky, si ubriacò e, per la libertà, rifiutò la vita. Si buttò sotto il treno.

 



Costantino Muscau

05 settembre 2006



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