Rom, Sinti, Kalè - Il Porrajmos dimenticato - Le persecuzioni di Rom e Sinti in Europa
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Zingari? Rom, Sinti, Kalè



Il Porrajmos dimenticato
Le persecuzioni di Rom e Sinti in Europa

Edizione Opera Nomadi
Con il contributo
dell'Unione comunita Ebraiche Italiane
Fondo Legge 249/2000

a cura di: Giorgio Bezzecchi, Maurizio Pagani, Erika Rossi, Francesco Scarpelli, Tommaso Vitale, con la collaborazione di Michele Sasso

ricerca fotografica e coordinamento redazionale:
Francesco Scarpelli progetto grafico e art direction:
Antonio Boni progettazione multimediale DVD:
Mala (www.malasystem.com)

ringraziamenti:
Gloria Arbih, Giovanna Boursier,
Fabio Lossani, Roberta Migliavacca,
Marcelllo Pezzetti, Cedec di Milano,
Drop Out Officina dell'Immagine,
Alberto Melis


 


PREFAZIONE:


La persecuzione da parte delle dittature nazifasciste del XX secolo non è che un capitolo della lunga storia di pregiudizi e malversazioni che il popolo Rom, che chiamiamo zingaro, ha subito e subisce, al punto che molti ancora oggi sono restii a dichiarare la loro identità di fronte a un Gagiò, un estraneo.

Ancora oggi, in Europa, gli zingari sono considerati un problematico «corpo estraneo», dalle istituzioni prima ancora che dagli abitanti. A dispetto di molte realtà sono definiti nomadi, la cui presenza va rieducata, se non scoraggiata. In certi Land tedeschi vigono ancora norme naziste che vietano la circolazione e la sosta di carovane e roulotte zingaresche. In Italia, decine di interrogazioni parlamentari, centinaia di interventi da parte delle amministrazioni o dei singoli esponenti politici e istituzionali segnalano la persistenza di tutti i pregiudizi più scontati. Sono sporchi e portano malattie,' sono furbi e vagabondi, rubano le auto e svaligiano gli appartamenti. Nel 2000 il sindaco di Cernusco sul Naviglio, vicino a Milano, cercava volontari, che avrebbe pagato 2.500 Euro tratti dal bilancio comunale, per spargere liquame su di un 'area dove alcuni rom avevano fermato le proprie roulotte. Secondo il sindaco era un «atto di giustizia» per risarcire i «danni» recati al benessere dei «cittadini».

Salvo eccezioni non si può dire che l'ostilità sia minore nella società, fra la gente comune. A Roma, per dire di un imbroglione, si dice che “fa lo zingaro», e «zingaro» è il colera in alcune zone della Puglia e della Basilicata. Per non parlare dello spauracchio che li dipinge come rapitori di bambini. Quello dello zingaro, insomma, è ancora un cliché al negativo che si riflette nella rappresentazione dei mezzi di comunicazione come nélle politiche amministrative: non concittadini, ma estranei, il cui contatto risulta pericoloso per gli individui e per la società ospitante.

Chi studia la realtà sociale europea, segnala che sono proprio gli zingari, oggi, i più esposti al rischio di esclusione, di comportamenti e azioni xenofobe, razziste e persecutorie. Tutto ciò mentre, senza rinunciare alla loro identità, si sono aperti alla cultura dominante, la nostra, come mai era accaduto prima. In primo luogo perché oggi possono frequentare le nostre scuole, e poi perché anche loro condividono con noi l'immaginario prodotto dalla TV.
I tempi sarebbero maturi, per tentare di comporre una dicotomia lacerante, che accompagna questo popolo da quando è giunto in Europa, e che ha raggiunto il suo tragic culmine nella prima metà del Novecento ma se a farla da padrone restano diffidenze pregiudiziali e politiche sociali emarginanti, talvolta conflittuali con gli stessi principi del moderno Stato di diritto, risulta impossibile giungere a un maggiore livello di integrazione sociale. Favorire questa integrazione tramite la conoscenza e la comprensione delle radici storiche e sociali che hanno prodotto la situazione di oggi, è proprio lo scopo di questo lavoro, che ci ha impegnati per quasi due anni, e che intende fornire strumenti di indagine e di approfondimento sulla storia degli zingari e delle loro secolari tragedie.
Un libro dunque, corredato da una ricca bibliografia, che ricostruisce il percorso degli zingari europei seguendo un'ottica interdisciplinare, e che si chiude con l'intervento di Tommaso Vitale, docente di Sociologia all'Università Bicocca di Milano, sulla condizione odierna a Milano e in Italia. Un DVD-Rom multimediale, ancora, che segue l'impostazione del libro e raccoglie, oltre a un documentario sulla persecuzione in Italia (Porrajmos, una persecuzione dimenticata), interviste e testimonianze video rilasciate da sopravvissuti, e numerosi documenti storici e fotografici, offerti a insegnanti e studenti per preparare lezioni e avviare ricerche, tesi e dossier. Per cominciare a conoscere. Per non dimenticare.
Per ricordare che la nostra civiltà, a sessant'anni dal Porrajmos (termine che, come Shoah per gli ebrei, indica lo sterminio o, in senso letterale, distruzione, divora mento), ha il dovere di sorvegliare, di non dimenticare le proprie responsabilità, e soprattutto di avere ben presente che esiste un universo umano degno di rispetto anche dietro all'espressione «zingaro».
Un 'espressione che alla fine, con l'ironia di chi viaggia e conosce, loro stessi hanno imparato ad accettare, anche se preferiscono chiamarsi Sinti, che contiene la radice fonetica della più antica provenienza, o Kalè, in Spagna, che ancora risuona di India.
E soprattutto Rom, che non vuol dire nomade, ma uomo libero.
Francesco Scarpelli, Erika Rossi

INTRODUZIONE
Una delle difficoltà nelle quali ci siamo imbattuti in avvio di lavoro, è stata la distinzione fra storia e memoria: la prima quale ricostruzione dei fatti accaduti, che ormai appartengono al passato la seconda come fenomeno in continuo divenire che appartiene al presente.
E’ il tempo presente, ormai si sa, a scandire il trascorrere dell'esperienza collettiva del popolo Rom, che non ha forma scritta per trasmettere la propria parola (ma ben più impellenti problemi legati alla sopravvivenza quotidiana), messa così da parte o più facilmente ignorata dalla civiltà della scrittura. La scarsità delle fonti disponibili in Italia, invece, continua a costituire un limite per la ricerca storica sul Porrajmos, licenziando in modo sommario e superficiale riletture assolutorie o revisionistiche degli eventi, tese a minimizzare anche in questo ambito il peso del fascismo sulla storia nazionale, le deportazioni, le stragi, il genocidio.
L'assenza nel nostro Paese, negli anni che precedettero la guerra e poi durante il secondo conflitto mondiale, di un 'esplicita legislazione razziale relativa agli zingari, non deve trarre in inganno.
In realtà già gli scritti sugli zingari degli scienziati Renato Semizzi e Guido Landra, consulenti di Mussolini ed estensori delle Leggi razziali, segnarono, fra il 1938 e il 1940 una prima svolta significativa e poi un cambio di rotta repentino nella politica del Regime. Inoltre l'ampia discrezionalità nell'applicazione estensiva di alcune norme antiebraiche e il ricorso a disposizioni prefettizie in materia d'ordine pubblico consentirono l'invio al confino e l'internamento nei campi di prigionia dei rom sul territorio nazionale o la deportazione verso lager nazisti, segnando una continuità di sostanza con quanto di più cruento ed efferato andava avvenendo ad opera dei tedeschi nei territori dell'Europa Orientale. I mm stranieri, insieme a saltibanchi e girovaghi, vennero a trovarsi nel mirino della polizia fascista già dal 1926, respinti oltre frontiera benché provvisti di regolare passaporto. Nel 1938 ebbero inizio nelle regioni del Nord Est vari rastrellamenti e deportazioni in massa di famiglie rom verso il meridionale e le isole. La repressione mostrò ben presto, dal 1941, in conseguenza dell'occupazione nazifascista dei territori jugoslavi, il suo aspetto più cruento ad opera dei nazionalisti “ustascha” di Ante Pavelic, che, in più occasioni, tra il 1929 e il 1941, avevano trovato protezione e rifugio in Italia, per volere dello stesso Mussolini.
In seguito alle prime disposizioni d'internamento inviate dal Capo della Polizia di allora, Arturo Bocchini, ai Prefetti del Regno e al Questore di Roma con Circolare dell'li settembre 1940, zingari stranieri e italiani furono arrestati e trasferiti nei campi provinciali allestiti dal Ministero dell’Interno a Bolzano, Berra, Boiano, Agnone, Tossicia, Ferramonti, Unchiaturo e nelle isole, tra cui la Sardegna, la Sicilia e le Tremiti, in regime di internamento libero, in cui i rom si dispersero, sprovvisti di ogni mezzo di sussistenza.
Nel 1941, con Circolare 27 Aprile, il Ministero emise quindi un ordine esplicito finalizzato all'internamento degli zingari italiani, che andarono ad aggiungersi, in molti casi in luoghi destinati esclusivamente a loro, agli oltre cinquanta campi destinati all'internamento civile. Ad Agnone, nei pressi di Campobasso, vennero così a trovarsi zingari jugoslavi a cui si aggiunsero dal luglio 41 cinquantotto rom provenienti dal campo di Boiano (rinchiusi nei quattro capannoni di un ex tabacchificio), in condizione di estrema indigenza e di pessima igiene. A Tossicia vennero rinchiusi 118 rom sloveni, che trovarono scampo con la fuga, dopo l'otto settembre del 1943, unendosi in Emilia, Liguria e Piemonte, anche alle milizie partigiane, nelle cui fila combatterono alcuni rom e sin ti insigniti della medaglia d'oro per la Resistenza.
I documenti disponibili non possono raccontare tutto, specie quando sono trascritti solo da altri, perché trascurano la dimensione orale e sociale delle testimonianze raccolte tra i sopravvissuti, e che invece ci portano a riflettere su una condizione dei rom molto più critica e pericolosa, conseguenza dell'adesione del Regime a una più ampia politica razziale estesa anche agli zingari. Tranne che in studi più recenti, «la memoria custodita nelle comunità rom» è stata di fatto ignorata, tralasciando di indagare i racconti dei perseguitati e di incrociarli con i dati riscontrabili negli archivi statali, comunali, delle questure e dei giornali dell’epoca, rimuovendo e tacendo un vuoto storico e una forte responsabilità sociale. I piani di sterminio del popolo rom vennero attuati non solo nei territori annessi dal dominio nazista ma anche dai governi collaborazionisti, in particolare in Romania e Jugoslavia, che furono, con la Polonia, tra i principali teatri di questa efferata persecuzione. Molto si è scritto sul «campo zingari per famiglie» il famigerato “Zigeunerlager” di Auschwitz -Birkenau e sugli esperimenti condotti su cavie umane dal Dottor Mengele e dai suoi collaboratori, i cui crimini sono rimasti largamente impuniti. Poco o nulla si conosce, invece, della tragedia del campo di Jasenovac, in Croazia, attivo dal novembre 1941 al 25Aprile 1945 nella regione di Lonja, presso la linea ferroviaria Zagabria - Belgrado, che rappresenta l'altro luogo simbolo dei crimini commessi contro il popolo rom dagli ustasha collaborazionisti. La persecuzione di rom e sinti in territorio croato è già attiva nel luglio 41, prima con la schedatura delle famiglie ad opera dei comuni, delle polizie locali e delle prefetture, poi con i primi trasporti (29 aprile 41 da Zagabria – 300), persone, e nel 42 la deportazione verso i luoghi di internamento diventa di massa. Jasenovac, istituito sotto il nome di «comando dei campi di raccolta e di lavoro», prevedeva la gestione di cinque sottocampi: uno di questi Stara Gradisca, denominato il mattonificio, per lungo tempo rappresentò la parte più spietata dell'internamento in quanto «campo della morte principale», destinato alla liquidazione di persone pericolose e sgradite per l'ordine pubblico e la sicurezza.: ebrei, serbi, antifascisti croati ma soprattutto zingari. Il numero delle vittime di Jasenovac, stimato dalla Commissione di Stato dell'ex Jugoslavia si attesta fra le seicento e le ottocentomila unità, una cifra non precisa, in quanto gia nell'aprile del 1945 gli “ustasha” avevano eliminato quasi ogni traccia dei loro crimini, distruggendo elenchi di vittime, riesumando cadaveri per bruciarli e distruggendo gli edifici del campo. In Serbia l'armata tedesca della Wehrmacht perseguitò e uccise in modo sistematico la popolazione rom. Non c'è dunque modo di conoscere l'esatto numero di quanti morirono nei campi di concentramento, o di fame e di freddo in tutta Europa. Interi gruppi sparirono da zone di antico insediamento, come l'Olanda, insieme alla generazione degli anziani, depositari del sapere e delle tradizioni. Non solo i limiti della precisione statistica e lo stato di guerra generalizzato, ma la stessa struttura sociale dei gruppi e il loro prudente mimetismo, che rendeva parziale il censimento anagrafico dei nuclei familiari, la forte dispersione territoriale, le sommarie registrazioni degli internati e la distruzione dei documenti rendono arduo anche un calcolo approssimativo. I fatti che col trascorrere del tempo sono emersi dalle testimonianze e dai documenti ritrovati, hanno riproposto la comparazione di un destino comune fra ebrei e zingari: che cioè quest'ultimi, fatte salve le distinzioni, siano stati perseguitati, al pari dei primi, in quanto biologicamente esistenti e non, come sostenuto fin dall'immediato dopoguerra, per la loro presunta asocialità. Senza contare che anche per sinti e rom vale ciò che qualcuno ha sostenuto ovvero: «non è … verosimile il ritrovamento di un ordine scritto da Hitler circa lo sterminio degli ebrei europei... quanto maggiore è il crimine, tanto minore è la possibilità che se ne trovino prove scritte al livello più alto di un Governo...». Oblio degli eventi e obbligo morale di dichiararsi a favore della memoria scadono, oggigiorno, talvolta, nel pericolo di un facile conformismo, una banalizzazione del male tale da esorcizzare e liquidare la questione della colpa e delle responsabilità che rimangono in molti casi ancora aperte.
A sessant'anni dalla liberazione di Auschwitz, occorrerebbe che la società tutta si interrogasse sulle vicende di quel passato e al rapporto tra i popoli europei e quello zingaro, e su quanto insidiosamente le ideologie di ieri si nascondano in molte critiche e pregiudizi dell'oggi.



Maurizio Pagani, Vicepresidente Opera Nomadi Milano
Coordinatore del Progetto
Giorgio Bezzecchi, Ricercatore e Segretario Nazionale Opera Nomadi


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