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In Europa pressioni religiose e discriminazioni
* - 23.04.2007


In Europa pressioni religiose e discriminazioni


Femminismo:
conquiste minacciate



Per la prima volta, in Francia, una donna potrebbe essere eletta presidente della Repubblica. Ma per la maggioranza delle donne, minacce e regressioni si intensificano, a trent'anni dalla conquista del diritto al lavoro e al controllo del proprio corpo. Il loro ruolo nella società resta innanzi tutto quello di madre: si fanno carico dei figli e sono esposte a severa disapprovazione quando abortiscono. Patiscono inoltre, più degli uomini, disoccupazione e sottoccupazione. Qualunque sia la categoria sociale a cui appartengono, vengono ancora discriminate in quanto tali.



di MONA CHOLlET *


«A 18 anni ero convinta che l'eguaglianza tra uomini e donne fosse acquisita - racconta Maud Gelly, giovane medico militante del Collectif national pour les droits des femmes [Collettivo nazionale per i diritti delle donne (Cndf)]. Poi, un'estate, ho lavorato come cameriera e il comportamento sia dei clienti che del proprietario mi hanno fatto cadere le braccia. Anni dopo, nel corso dei miei studi, durante il tirocinio in un reparto di ginecologia sono stata sconvolta dal modo in cui venivano trattate le donne che chiedevano di abortire. Un giorno ho visto un medico gettare ad una di loro una confezione di pillole dicendole: "Allora, mi faccia vedere come si usano!"». Spesso l'impegno femminista sembra nascere così: dalla constatazione brutale del divario esistente tra quello che la società racconta di se stessa e la realtà. Come se, in precedenza, le donne si fossero lasciate trasportare da un'illusione molto diffusa - anche se ormai priva di credito in altri campi: quella che postula un «senso della Storia», o un'evoluzione «naturale» della società, che conduce ad una sempre maggiore eguaglianza tra i sessi. «Quando non c'è regressione nei diritti delle donne, si pensa che non succeda niente - osserva Christine Delphy, del Centre national de la recherche scientifique [Centro Nazionale della ricerca scientifica (Cnrs)]. Mentre significa solo che il rapporto di forze tra il campo reazionario e quello progressista è in equilibrio. La Storia, poveretta, non ha una direzione di marcia!».
La ricercatrice rimette in discussione il modo in cui si commemorano le vittorie riportate dalle donne occidentali negli anni '60 e '70 - in Francia, la legge Neuwirth sulla contraccezione (1967) e la legge Veil sull'aborto (1975). «Si fanno vedere - fa notare - solo le immagini del discorso di Simone Veil all'Assemblea nazionale, proprio come, per celebrare il settantesimo anniversario delle ferie pagate, si mostrano le famiglie operaie in partenza per una vacanza al Touquet, tacendo delle durissime lotte necessarie a strappare quei diritti.» Quando la filosofa Elisabeth Badinter si meraviglia (1) del fatto che la legge sia stata votata da deputati di sesso maschile, dimentica che, se ci sono stati degli uomini che hanno avuto un ruolo in questa vittoria, sono piuttosto i militanti del Movimento per la libertà di aborto e contraccezione (Mlac) che, per un anno e mezzo, avevano praticato aborti alla luce del sole (2).
Messo colle spalle al muro, il potere aveva dovuto piegarsi e senza grande entusiasmo: lo ricorda bene la Veil, ministro della Sanità all'epoca, che dovette subire gli attacchi più odiosi.
Sul piano legislativo, la Francia sembra al riparo da una regressione simile a quella vissuta dalla Polonia, dove l'aborto, autorizzato fin dal 1956, è stato nuovamente proibito nel 1993, dopo la caduta del regime comunista, sotto l'effetto di un recupero d'influenza della Chiesa cattolica (3). La vittoria riportata in Portogallo dai sostenitori del diritto all'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), nel referendum dell'11 febbraio scorso, dà motivi di ottimismo.
Ma il clima generale, segnato da un ritorno alla religiosità (4), preoccupa non poco le femministe. «La tesi dello scontro di civiltà ridà ovunque credito ai tradizionalisti, che siano cristiani o musulmani», osserva Séverine Auffret, responsabile del seminario «Storia delle idee femministe» all'Università popolare di Caen.
«Vista l'attuale composizione del Parlamento europeo (5) - confessa Colette De Troy, della Lobby europea delle donne (Lef) - e l'attivismo mostrato da alcune associazioni cattoliche, il nostro obiettivo, per il momento, non è tanto quello di fare nuovi progressi quanto di evitare che queste questioni siano oggetto di un voto, puntiamo a preservare almeno le conquiste fatte.» L'avvocato Gisèle Halimi, presidente di Choisir la cause des femmes [Scegliere la causa delle donne] ha sostenuto il «no» alla Costituzione europea, in quanto tra i «valori» dell'Unione non era prevista l'eguaglianza tra i sessi.
Anche il diritto all'aborto era assente: «Visto che l'Europa ha fatto suo quell'immenso progresso di civiltà che è l'abolizione della pena di morte, deve anche garantire alle donne un diritto che è la base della loro libertà.» Tuttavia il diritto formale non basta a dissipare il clima di colpevolizzazione che circonda l'Ivg: colpa, non più di avere avuto relazioni sessuali, come prima della legge, ma di non avere utilizzato una contraccezione efficace (6). Certo, la Francia potrebbe diminuire i suoi duecentomila aborti l'anno. L'accesso ai contraccettivi, mal rimborsati e non sempre adeguati, lascia a desiderare (7). Certo, la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili ha reso corrente l'uso del preservativo: secondo un recente rapporto sul «contesto della sessualità in Francia», l'89% dei giovani fra i 18 e i 24 anni vi fa ricorso al momento del loro primo rapporto sessuale. Tuttavia, l'educazione sessuale resta superficiale. Molte donne, soprattutto giovani, sono poco informate e non sempre trovano l'aiuto della famiglia, dei medici o dei farmacisti.
Le disuguaglianze sociali giocano un ruolo fondamentale: «Tra le studentesse dei licei, comprese fra i 15 e i 18 anni, l'1,8% ha già fatto ricorso all'Ivg, contro il 9% di quelle che frequentano le scuole professionali (8).» Ma, in ogni caso, ricorda Maïté Albagly, segretaria generale del Movimento francese per il planning famigliare (Mfpf), «sussisterà sempre un numero incomprimibile di Ivg: le donne non sono macchine e non si può pretendere che abbiano una padronanza perfetta della propria fertilità per trentacinque anni!».
La situazione testimonia chiaramente sia del permanere di una certa visione delle donne che dell'attuale stato dei loro diritti: la società lascia che ne facciano uso, se lo desiderano, ma a malincuore - se non frapponendo ostacoli. Quando l'aborto è inserito in un reparto di ginecologia ostetrica, sotto forma di «unità funzionale» o come semplice «attività», è il primo a risentire della mancanza di personale, quando i sanitari sono in vacanza o chiamati da un'urgenza. I centri Ivg sono tenuti in piedi da medici spesso provenienti dal Mlac, che hanno fatto i loro studi appena prima dell'introduzione della legge e che ora stanno andando in pensione, e l'assenza di ricambio si fa sentire pesantemente. Già oggi, anche se si riscontrano notevoli differenze tra le varie regioni, i tempi di attesa per un primo appuntamento possono arrivare a tre settimane. «Da una libertà riconosciuta, accettata, proclamata, si è passati ad una sorta di tolleranza», lamenta Gisèle Halimi.
Paradosso: mentre le donne desiderose di interrompere la gravidanza hanno incentivato vocazioni militanti tra i medici prima del 1975, all'epoca in cui le si vedeva arrivare in ospedale in condizioni critiche, oggi che di aborto non muoiono più, fanno fatica ad attirare la loro attenzione. I medici considerano l'Ivg, la cui tariffa è stata rivalutata solo due volte, nel 1991 e nel 2004, come una «corvée», per altro priva di interesse sul piano medico. «Come se stappare ostruzioni fosse appassionante!» ironizza uno di loro, che fa eccezione alla regola (9).
Il nodo del problema sembra, infatti, essere un altro. «I medici hanno l'abitudine di fare una diagnosi e di prescrivere una cura - spiega Maud GellyÊ - che ha condotto un'inchiesta su questo argomento tra gli studenti di medicina (10). Ora, le donne che vogliono abortire, non solo non sono malate, ma decidono da sole di cosa hanno bisogno.
Chiedono ai medici di porsi al loro servizio, e questo non è facile da accettare. I dottori non contestano questo diritto, ma vorrebbero essere loro a delimitarne i contorni.» Una mentalità che riscontra anche il medico e scrittore Martin Winckler: «Recentemente, in un corso di medicina generale a cui partecipo, i miei colleghi volevano dedicare una sessione alle "domande abusive" dei pazienti. Ora, si può dire che ci sono domande alla quali un medico non è abilitato a rispondere; ma chi siamo noi per giudicarle "abusive"?» Raramente si sentono parole come quelle di Sophie Gaudu, ginecologa all'ospedale Saint-Vincent-de-Paul a Parigi: «Se una donna vuole partorire, io sono lì. Se vuole abortire, sono sempre lì. Quando intervengo come medico, è prima di tutto alla donna che penso (11).» In genere, i professionisti della sanità trovano più «gratificante» praticare procreazioni medicalmente assistite (Pma) che Igv: «È più gratificante solo per chi preferisce curare le malattie invece che i malati!» accusa la giornalista Olivia Benhamou.
Autrice, nel 2003, di un documentario, Histoire d'un secret, dedicato a sua madre, la pittrice Clotilde Vautier morta nel 1968 a Rennes per i postumi di un aborto clandestino, la regista Mariana Otero teme di vedere riemergere l'idea che l'aborto sia un crimine: «Nell'idea della gente, è questo a rendere l'aborto difficile. Di fatto, le donne soffrono per il contesto, per ciò che l'esperienza rivela del rapporto di coppia e del desiderio o meno di un bambino da parte di ciascuno». Ma soffrono anche per la pressione ideologica che subiscono e per la pessima accoglienza che viene loro riservata. Maud Gelly sottolinea che, benché si conosca con precisione la depressione post partum, che colpisce alcune partorienti e presenta caratteristiche mediche ben definite, «non si è mai identificata un'entità clinica definibile come "depressione post aborto". (...) Si sopravvalutano sistematicamente le conseguenze fisiche e psichiche dell'Ivg».
Forse l'aborto incrina l'immagine persistente della donna che «dà la vita»: «Non si parla mai degli aborti di una donna, benché una su due vi ricorra nel corso della vita - constata Maya Surduts, del Cndf e del Coordinamento delle associazioni per il diritto all'aborto e alla contraccezione (Cadac). È un tabù. Anche in ambiente femminista!» Il pericolo è reale: «La conseguenza di questo silenzio è che non si elabora una riflessione sull'aborto - insiste Mariana Otero. Con il rischio, un giorno, di non aver più argomenti per replicare a chi si oppone a questo diritto».
Il flagello del lavoro a tempo parziale Maud Gelly, che divide il suo tempo tra un centro di planning famigliare a Saint-Denis e il centro Igv di Colombes, osserva: «Le donne hanno interiorizzato il fatto che è più accettabile, quando devono giustificare la loro scelta, invocare il benessere di un bambino inesistente, che quello di una donna che, invece, esiste già: loro stesse». Una gerarchia che la grande ondata del femminismo ha appena scalfito, ma che deve ancora essere rovesciata.
Diritti che certamente esistono, ma che si rischia di vedere progressivamente svuotati di contenuto: il che vale anche per l'altra conquista fondamentale degli anni '60 e '70, l'accesso al lavoro salariato. In Francia, nel 2005, era attivo l'81,1% delle donne tra i 25 e i 49 anni, contro il 41,5% nel 1962, e la crescita prosegue, come in tutti i paesi d'Europa (12). Inoltre le francesi, con una media di due figli ciascuna, in Europa hanno raggiunto la prima linea in materia di fecondità.
Dunque, al contrario di quanto avviene in alcuni paesi vicini, non scelgono tra vita familiare e vita professionale (13).
Vista da vicino, tuttavia, la situazione si rivela meno idilliaca.
È caratterizzata da persistenti disuguaglianze tra uomini e donne, ma anche, sempre di più, tra due categorie di donne. «Alcune professioni - medico, avvocato, giornalista - si sono ampiamente femminilizzate, senza tuttavia deprezzarsi - nota la sociologa Margaret Maruani.
Mentre il vertice della gerarchia resiste alla trasformazione. È la discriminazione "verticale"». Il divario tra i salari che si «spiega» solo in base al sesso, a parità di età o formazione, oscilla fra il 5% e il 15%. Peraltro, le donne restano per lo più concentrate in un numero di settori molto ristretto; è la discriminazione «orizzontale»: su quattrocentocinquantacinque professioni repertoriate dall'Institut national de la statistique et des études économiques [Istituto nazionale di statistica e studi economici (Insee)], una ventina raggruppano da sole il 45% del lavoro femminile.
Le donne occupano anche il grosso - l'80% - del lavoro a tempo parziale.
Ora, se il termine indica realtà molto diverse, nei settori dove è più diffuso serve a nascondere la natura sessuale della sottoccupazione (14). Presentato come mezzo per «conciliare» vita familiare e attività economica, permette soprattutto, per quelle che lavorano come colf, operaie, commesse, cassiere... di conciliare orari flessibili e bassi salari. In Francia si è sviluppato a partire dagli anni '80, mentre prima le donne erano entrate nel mercato del lavoro a tempo pieno.
Se dunque, negli anni '70, lavoro era sinonimo di autonomia, oggi non è più necessariamente così. Gli incentivi finanziari per le assunzioni a tempo parziale sono stati soppressi solo nel 2000. «Bisognerebbe almeno regolamentare un po' meglio lo sviluppo selvaggio del lavoro a tempo parziale, per esempio con un passaggio obbligatorio al tempo pieno dopo un certo periodo» sostiene Margaret Maruani. Non sta succedendo. Come osserva Gwenaëlle Perrier, autrice di una tesi sulle politiche di uguaglianza professionale tra i sessi, il piano Borloo sui «servizi alla persona» (babysitter, colf...), lanciato nel 2005, non ha previsto niente per combattere questo flagello, né per garantire agli impiegati del settore qualifiche riconosciute, con una remunerazione corrispondente. Così, l'assistenza a persone dipendenti - bambini, anziani - , non garantita, o non più garantita, da un servizio pubblico non a punto, o ricade a titolo privato e gratuito sulle spalle delle donne, o si trasforma in lavoro di pessima qualità, per le meno favorite.
Se la Francia può essere orgogliosa della specificità rappresentata dalla sua scuola materna, per i bambini di età inferiore ai 3 anni continuano a mancare forme di custodia a prezzi abbordabili. E l'onere materiale e morale dei figli continua a ricadere sulle madri. I lavori di Nathalie Bajos, sociodemografa, e di Michèle Ferrand, sociologa (15), mostrano che la diffusione dei moderni mezzi di contraccezione ha avuto anche effetti perversi: il fatto che i figli siano desiderati aumenta la pressione esercitata sui genitori - o piuttosto sulle madri, che portano ormai la responsabilità della procreazione. Inoltre, dice Michèle Ferrand, «mentre negli anni '70 si tendeva in una certa misura al superamento della differenziazione dei ruoli, già dalla metà degli anni '80 sono ripresi con forza i discorsi psicologizzanti sulla specificità delle madri».
Dal 1986 al 1999, la parte dei lavori domestici svolta dagli uomini ha conosciuto solo un leggero aumento: le donne continuano ad assumersene i due terzi - e anche l'80% per lo «zoccolo duro» dei lavori domestici.
«Si può tentare di rimediare favorendo l'uguaglianza del tempo di lavoro, il congedo parentale condiviso o il miglioramento delle forme di custodia, ma questo evidentemente non garantisce nulla», osserva Roland Pfefferkorn, docente di scienze sociali. «Ho sempre detto che questa situazione può durare altri duemila anni - afferma, delusa, Christine Delphy, la prima ad essersi interessata alla scommessa del lavoro domestico (16). Manca la molla interna per farla cambiare».
Le madri continuano a fare fronte, nel corso della giornata, a un numero e una varietà di sollecitazioni senza confronto con quelle dei loro compagni. Quando «ce la fanno», se ne vantano a gran voce, proponendosi come modello di realizzazione; alle altre non rimane che un senso di inadeguatezza individuale. «Negli anni '70, il fatto di militare insieme e di condividere le esperienze consentiva una presa di coscienza politica - osserva Séverine Auffret. Ma, oggi, l'essere femminista è spesso il risultato di una riflessione individuale.» Sul piano professionale, l'arrivo di un figlio valorizza il padre, che acquisisce il ruolo di capofamiglia, e penalizza la madre. In caso di separazione, lei si ritrova in posizione di debolezza sul mercato del lavoro, pur dovendo in genere assumere l'onere sia finanziario che materiale dei figli. Secondo l'Osservatorio delle disuguaglianze, «al netto dei sussidi sociali, il 41,7% delle famiglie monoparentali, formate per lo più da donne con figli, dispone di redditi inferiori alla soglia di povertà». Per quanto riguarda il rischio di disoccupazione o di sottoccupazione, essere donna costituisce un fattore aggravante - peggio ancora se si è immigrate o straniere (17).
«Sdf [senza fissa dimora], Rmiste [chi vive di sussidi], straccivendoli: ecco che queste tre incarnazioni della povertà francese hanno cambiato sesso... con un'agghiacciante discrezione», scrive Véronique Mougin in una sua inchiesta sulla precarietà al femminile (18). Una discrezione dovuta all'accanimento con cui le interessate cercano di salvare le apparenze, ma anche alla resistenza mentale della società di fronte ad una realtà che disturba. «Ci sono donne che possono rallegrarsi delle conquiste del femminismo, ed altre per cui esse restano lettera morta - osserva l'autrice. Per queste ultime, la libera scelta del partner, ad esempio, è molto relativa. Ne ho incontrate parecchie che restano con un uomo violento perché o è così oppure finiscono in mezzo alla strada. E il direttore di una casa di accoglienza protetta mi diceva che il miglior reinserimento possibile per le sue ospiti, resta il matrimonio...» Gli avversari del femminismo hanno sempre tentato di screditare il movimento definendo «borghesi» le sue rivendicazioni. È certo che le donne, quale che sia la loro categoria sociale, sono discriminate in quanto tali. Ma è un'accusa alla quale le femministe, se non si decidono a prendere di petto la questione economica, rischiano di prestare seriamente il fianco.



note:

(1) Nel film di David Teboul Et Elle créa la femme, France 5, 2006.

(2) Si legga Liberté, sexualités, féminisme. Cinquante ans de combat du Planning pour les droits des femmes, La Découverte, Parigi, 2006.

(3) Si veda Philippe Rekacewicz, «L'interruzione volontaria di gravidanza di fronte alla legge», L'Atlante di Le Monde diplomatique/il manifesto 2006, p. 115.
(4) Si legga Josette Trat, «Entre néolibéralisme et ordre moral, les féministes divisées», in Josette Trat, Diane Lamoureux, Roland Pfefferkorn (a cura di), L'Autonomie des femmes en question, L'Harmattan, Parigi, 2006.

(5) Le elezioni europee del 2004 sono state caratterizzate da una crescita della destra euroscettica e conservatrice.
(6) In Francia, due terzi delle gravidanze indesiderate si verificano in donne che utilizzano un qualche metodo contraccettivo.

(7) Si veda, sul sito di Martin Winckler: «Pour les femmes, la contraception est-elle un simple "confort"?», 15 gennaio 2005, martinwinckler.com/ article.hp3?id_article=365
(8) Rapporto di Hélène Mignon sulla proposta di legge relativa alla contraccezione d'urgenza, Assemblea nazionale, 26 settembre 2000.

(9) Olivia Benhamou, Avorter aujourd'hui. Trente ans après la loi Veil, Mille et une nuits, Parigi, 2004.

(10) Maud Gelly, Avortement et contraception dans les études médicales: une formation inadaptée, L'Harmattan, Parigi, 2006.

(11) Olivia Benhamou, Avorter aujourd'hui, op. cit.

(12) Si veda Margaret Maruani, Travail et emploi des femmes, La Découverte, Parigi, 2006.

(13) Si legga Michel Verrier, «Una crisi demografica che viene da lontano», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2005.

(14) Si legga Margaret Maruani, «Le devastazioni nascoste della sotto-occupazione», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 2003.

(15) Nathalie Bajos e Michèle Ferrand, «La contraception, levier réel ou symbolique de la domination masculine?», Sciences sociales et santé, vol. 22, n. 3, Parigi, settembre 2004.

(16) Christine Delphy, L'Ennemi principal, tome I : Economie politique du patriarcat, Syllepse, Parigi, 1998.

(17) Si legga Marina Da Silva, «Quand les femmes des quartiers sortent de l'ombre», Le Monde diplomatique, settembre 2004.

(18) Véronique Mougin, Femmes en galère. Enquête sur celles qui vivent avec moins de 600 euros par mois, La Martinière, Parigi, 2005.


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